Quale potrebbe essere il modo migliore per onorare, non solo nelle ricorrenze formali, la memoria di un uomo straordinario come Giovanni Falcone? Probabilmente lasciando da parte la retorica e mettendo in pratica quotidianamente i suoi insegnamenti. Tra questi certamente campeggia il suggerimento operativo: “segui i soldi”. Questa brillante intuizione del “Falco”, frutto del lavoro sul campo svolto dai magistrati del pool antimafia, è stata uno dei pilastri su cui si è fondato il corpus accusatorio del Maxi Processo alla mafia del 1986.

Per individuare le fonti di prova dei reati, tra gli altri quello di riciclaggio di denaro, fu seguito e analizzato il percorso degli assegni e delle cambiali, in particolare si fece attenzione alle numerose “girate” poste su questi titoli di credito per individuare i prestanome, persone fisiche e giuridiche inesistenti ovvero sorprendentemente ricorrenti tra i beneficiari finali.

Statua di Giovanni Falcone nel giardino sede del quartier generale dell’FBI a Washington DC.

E oggi come siamo messi?

I metodi di pagamento e le soluzioni per lucrare, diversificando gli indebiti arricchimenti, sono i più disparati. Mi è tornata in mente la frase di un noto titolare di una galleria d’arte pronunciata qualche anno fa, durante un’esposizione molto importante, di fronte a un nutrito pubblico di persone che stavano visitando il suo stand: “Tutte le opere che vedete qui esposte sono degli assegni circolari esentasse...“. La boutade di un venditore spregiudicato? La proposta di un ottimo investimento?

Gli esteti, i romantici, gli amanti autentici dell’arte potrebbero avere un sussulto di indignazione, ma tant’è. Le parole del “nostro gallerista sono state, d’altra parte, un po’ profetiche. Seguendo, con non poca difficoltà, le dinamiche tortuose del mercato dell’arte si incappa talvolta in sorprese che paiono dare positivo riscontro a quella frase, che cela forse una verità un po’ scabrosa.

Alcune opere d’arte valgono molto, moltissimo; non è un mistero. Questo, non altri, è il motivo principale per cui le organizzazioni criminali sono interessate a trattarle. Sarebbe importante perciò, senza voler demonizzare le pratiche commerciali, che anzitutto la loro provenienza  fosse tracciabile in maniera trasparente, secondo i principi della due diligence, come peraltro sancito sin dal 1995 dalla convenzione UNIDROIT concernete il commercio d’arte.

Non mi dilungherò sulle questioni legali, sulla normativa nazionale, europea e internazionale a tutela della riservatezza, della concorrenza, del mercato. Mi preme però offrire uno spunto di riflessione agli addetti ai lavori e non, in particolare ai potenziali clienti, agli osservatori appassionati: attiviamo buone pratiche, condividiamole su scala planetaria, vigiliamo ma, soprattutto, pretendiamo idonea documentazione di provenienza all’atto di una compravendita.

Banalità? Illusione? Può darsi, la definirei meglio una proposta di civile sensibilità. Ovviamente le questioni di riservatezza sono in parte superabili qualora il bene d’arte fosse oggetto di un’indagine giudiziaria, anche se in caso di condotte ascrivibili a un reato di tipo transnazionale, ovvero di possibilità di attivare una collaborazione giudiziaria in base convenzioni, direttive, accordi bilaterali, non è detto che l’iter giudiziario vada a buon fine.

La difficoltà risiede soprattutto nel reperire le prove della provenienza delittuosa del bene d’arte per dimostrare che sussista il reato di riciclaggio e/o autoriciclaggio come contemplati dal codice penale italiano. In questo ambito si rivelano preziose le banche dati. Quella dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, a livello nazionale, e, a livello internazionale, quella di INTERPOL, recentemente potenziata affinché sia accessibile a tutti.


Operazione condotta dalla Procura e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Milano.

Gli stratagemmi che adottano i malfattori per sfuggire all’identificazione sono molteplici, assai facilitati dalla mobilità di spostamento dei beni, dai mezzi di pagamento non tracciabili e dal loro materiale trasferimento da un posto all’altro del mondo. La circolazione di un’opera d’arte, anche di notevole importanza, può avvenire eludendo i controlli degli organi di tutela: secondo la normativa nazionale, un’opera antica dovrebbe essere presentata agli uffici esportazione delle soprintendenze. Ma se, ad esempio, si dichiara che si vuol far uscire dal paese una “masserizia” o complemento d’arredo, invece di un dipinto di Mattia Preti del 1600: voilà, les jeux sont faits, si autorizza una “spedizione ordinaria” tramite corriere verso le più disparate destinazioni.

Per non parlare poi di documentazioni costruite ad hoc per trarre in inganno i controlli e ottenere attestati di libera circolazione: “copia contemporanea” di dipinto di Mattia Preti, attribuzioni anonime o ad autore diverso. Insomma, la casistica è vasta se si tiene conto che le dichiarazioni, sotto forma di autocertificazione degli stessi interessati, prevedono anche l’indicazione del valore del bene, che solitamente è basso quando l’opera deve uscire dal territorio nazionale, salvo poi lievitare, a distanza di qualche tempo, quando magicamente essa ricompare in qualche asta estera – ben presentata e con attribuzioni certe – come proveniente da importanti collezioni private di cui però non è dato sapere nulla.

È un po’ il leit motiv che gli investigatori raccontano nei comunicati e nelle conferenze stampa. Sono svariate le operazioni condotte dalle forze di polizia italiane in questo ambito specifico. Ne spiccano di recenti della Guardia di Finanza, anche con riferimento a procedimenti di misure patrimoniali che hanno portato al sequestro di ingenti beni mobili e immobili, nonché di opere d’arte detenute da un consulente finanziario che operava su scala internazionale: Liechtenstein, Lussemburgo, Regno Unito e Svizzera.

Torno su Mattia Preti mosso dal suggerimento di un amico che mi ha parlato di una mostra a lui dedicata, tenutasi tra giugno/agosto di quest’anno a Palazzo San Pietro a Maida in Calabria, terra d’origine del pittore. Ho quindi rintracciato in rete un'”antica operazione” condotta dai Carabinieri dell’Arte riguardante l’importante recupero, proprio su indizio di reato di riciclaggio, di un’opera del Cavalier Calabrese. Questo dipinto, esposto e vincolato dalla Soprintendenza calabrese nel 2010, si intitola Il trionfo dell’amore: quale conclusione migliore.

Amor vincit omnia!

Mattia Preti, Trionfo d’Amore (XVII secolo)

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error: Copiare è un reato!