Storie di falsari illustri. Ce le racconta Harry Bellet nel suo ultimo libro

Ci sorprende sapere che di falsi d’autore è piena la storia? No.

Ci scandalizza sapere che una percentuale consistente di questi falsi abbellisce i salotti di ricchi collezionisti e le sale dei più importanti musei in tutto il mondo? Un bel po’, soprattutto quando un personaggio come Thomas Hoving, ex direttore del Metropolitan Museum di New York, afferma che il 40% delle opere del suo museo è falso!

Quando e quanto si falsifica? E perché? Quali sono i circuiti nei quali il falso si crea una ‘reputazione’? Chi sono gli esecutori e chi i mandanti?

Harry Bellet, studioso e critico d’arte francese nonché avvincente giallista, si fa carico di condurci nel complicato universo della falsificazione d’arte attraverso una serie di articoli sull’argomento scritti per il quotidiano Le Monde e raccolti in questo volume edito da Skira. La scrittura veloce e chiara di Bellet incuriosisce e spinge ad approfondire le vicende personali di famosi falsari, artisti di talento, spesso privi di modestia, ma pur sempre truffatori e farabutti.

Ricordiamoci che, come scriveva Vincenzo Accame, “il falso, in ogni senso, è la conseguenza di una possibilità di speculazione. È perfettamente inutile falsificare qualcosa se questa operazione non ci concede alcun lucro. Finché esistono i miti esisteranno sempre anche i falsi”.

Per secoli, l’opera d’arte è stata un prototipo, di cui perfezione formale e rigore iconografico ne favorivano anche la riproduzione. Spesso realizzata a più mani, l’opera era quindi diffusa e adattata grazie ai lavori di atelier che mettevano in circolazione un modello nato quale riflesso di valori religiosi, filosofici e sociali di un certo luogo. Una scuola prevaleva, si affermava o si distingueva da un’altra per il modo di interpretare questi modelli ma era pur sempre il maestro che decretava, con la sua firma, la riuscita dell’opera stessa.

I prodotti così ottenuti avevano una doppia funzione, didattica e divulgativa, dato che le repliche di un capolavoro eseguite dallo stesso autore e le copie realizzate da altri artisti erano richieste da committenti pienamente consapevoli della loro non-originalità.

Ma lo studio dell’antico e la dichiarata volontà di imitarne i modelli hanno reso estremamente ambigui i confini fra copia, imitazione e falso tant’è che lo stesso Harry Bellet in Falsari illustri li cavalca ricordando quel giovanissimo Michelangelo che grazie al suo genio riuscì a trarre in inganno il Cardinal Riario, o la moda del Grand Tour nel Settecento, che portò ad una prolificazione di souvenir da vendere ai turisti e contemporaneamente contenne le depredazioni dei tombaroli.

Lo straordinario interesse per le opere del passato ha accresciuto, nei secoli, sempre di più il valore dei pezzi autentici, valore che cominciò a dipendere dal nome stesso dell’artista, e ha portato alla nascita del mercato antiquario che parallelamente causò l’incremento dell’attività dei falsari. Spesso considerati geniali, questi abili ‘specialisti’ sono diventati col tempo molto agguerriti, capaci di realizzare falsi di assoluto pregio dal punto di vista formale, della fattura e della capacità imitativa, e altresì di piazzarli, avendone ora gli strumenti, in quelle zone d’ombra rispetto alle quali la critica, per motivi storici, documentari o filologici, si mostra sguarnita e vulnerabile.

Bellet snocciola, senza peli sulla lingua, errori clamorosi di attribuzione e le conseguenze derivate da certi gravi abbagli: dal caso del brillante Oliver Wick della Fondazione Beyeler di Basilea che non si riprese mai dall’aver autenticato un dipinto di Mark Rotko, a quello della conservatrice del Museo Progressivo di Arte Moderna di Livorno, Vera Durbè, che finì a lungo in ospedale dopo la vicenda delle false teste di Modigliani già considerate originali, fino a Harry Bellet stesso, colpevole di aver ammirato, insieme a tanti altri storici dell’arte, una Tête de Faune attribuita a Paul Gaugin senza mai metterne in dubbio l’autenticità.

L’avidità e l’illusione di essere riusciti a mettere le mani su capolavori sconosciuti, trovati nelle soffitte da (finti) sprovveduti, sono tra le cause di questo fenomeno crescente che certo non viene contrastato dalla reticenza di personaggi senza scrupoli né dalle case d’asta che spesso si mostrano restìe nel mostrare le prove di autenticità delle opere da loro battute o nel rendere pubblico un errore di attribuzione, preferendo rimborsare il cliente senza denunciare episodi incriminanti, per paura della cattiva pubblicità. Queste azioni però non sempre vanno in porto e svelano la fragilità di un sistema che spesso si basa sulla vanità degli esperti, la cupidigia degli operatori e l’ingenuità dei clienti.

Anche Bellet sottolinea come il mercato legale d’arte non sia regolato da chiare norme di tutela, permettendo così la crescita di un sistema senza principi, governato dall’affare e dal guadagno veloce e sostanzioso. Di grande eco fu, in questo senso, la vicenda della Knoedler, la più antica galleria di New York: capace di proporre un catalogo vastissimo da Rembrandt ai grandi artisti americani del XX secolo, è arrivata a chiudere bottega nel 2011 quando scoppiò l’enorme scandalo dei ‘capolavori’ a firma Pei-Shen Qian del Queens, venduti a suon di milioni dal trio capeggiato dall’allora direttrice Ann Freedman e dai mercanti Glafira Rosales e Josè Carlos Bergantiños Díaz. Nel dicembre del 2013 Qian dichiarò a Bloomberg News da Shanghai, dove era fuggito in seguito all’affaire Knoedler, “I made a knife to cut fruit, but if others use it to kill, blaming me is unfair[1].” Infatti, opinione comune a tutti questi personaggi, è che non ci sia nulla di illegale nel copiare l’opera di un altro: si diventa falsari solo quando si cerca di farla passare per autentica.

Molto puntiglioso sull’argomento è il famoso Wolfgang Beltracchi che, come l’olandese Van Meegeren e il britannico Greenhalgh, realizza per gli storici dell’arte quello che sognano di trovare: opere di cui si conosce o si suppone l’esistenza, ma la cui ubicazione è ignota. Guai però a dire ‘copiare’! Beltracchi segue le orme di Eric Hebborn, che sosteneva “non di fare copie, ma disegni originali che riprendono il tema dell’opera che lo ha ispirato, sviluppandolo in una direzione che l’artista avrebbe potuto seguire“.

La gente descritta da Bellet non pare del tutto normale ed infatti dai racconti appaiono evidenti problemi comportamentali classici dei comuni criminali, esacerbati da rabbia e gelosia verso i ‘veri artisti’ e chi li loda in modo esagerato, e vendetta verso un mondo snob ed elitario. L’autore sottolinea poi che per diventare maestri falsari non è neanche necessario avere talento artistico, basta una mente scientifica come dimostrato dal caso di John Drewe che, inserendo documenti fasulli in archivi e biblioteche, alterava la storia dell’arte e forniva le carte necessarie alle opere create dal suo socio John Myatt, per quando fossero messe sul mercato.

Gli illustri falsari di Bellet hanno un’indubbia qualità: ci insegnano la modestia. Ma obbligano anche ad interrogarci su cosa si cerchi in un’opera d’arte, perché, a quanto sembra, non ci sono abbastanza originali per soddisfare la brama dei nuovi ricchi e i falsi o i quadri dei maestri antichi del tutto rimaneggiati riempiono quel vuoto. E riempiono anche i sogni di chi studia tutta la vita capolavori insuperabili e prega di trovarne altri.

Note

[1]Ho fatto un coltello per tagliare la frutta, ma se altri lo usano per uccidere, incolpare me è ingiusto” https://www.bloomberg.com/news/articles/2013-12-19/the-other-side-of-an-80-million-art-fraud-a-master-forger-speaks

SCHEDA LIBRO

Copertina

Titolo: Falsari illustri

Autore: Harry Bellet

Lingua: italiano

Anno di edizione: 2019

Editore: Skira

Pagine: 128

Prezzo di copertina: € 19,00



©Tutti i diritti riservati

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial