Addio a Maurizio Fiorilli, l’avvocato di Stato in prima linea contro i predatori dell’arte

Con le sue battaglie legali ha ottenuto la restituzione di centinaia di capolavori trafugati dall’Italia

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Maurizio Fiorilli se n’è andato il 10 agosto 2025, lasciando un vuoto difficile da colmare tra quanti, in Italia e all’estero, hanno fatto della tutela del patrimonio culturale una vera missione di vita. Per oltre cinquant’anni, dal 1965 al 2017, ha difeso lo Stato italiano nei tribunali di mezzo mondo, incarnando la figura dell’avvocato inflessibile e del negoziatore capace di trasformare dispute legali e fredde carte processuali in storie di ritorni, di riappropriazione di identità e memoria. Il suo lavoro andava oltre il diritto: era diplomazia culturale, sostenuta dalla convinzione che un’opera d’arte, anche se custodita nel più prestigioso dei musei, appartenga innanzitutto alla terra da cui proviene e alle persone che ne custodiscono la storia.

Alla guida della Commissione speciale per la restituzione del patrimonio culturale nazionale trafugato all’estero, istituita con il Codice dei Beni Culturali del 2004, ha riportato in Italia oltre duecento capolavori. Non più trofei di guerra come ai tempi di Rodolfo Siviero, ma reperti archeologici e opere d’arte sottratti in tempi recenti da tombaroli e trafficanti, pezzi unici di storia che senza il suo impegno sarebbero rimasti dietro vetrine lontane. Il momento più celebre della sua carriera resta la restituzione, nel 2007, di 39 opere dal Getty Museum di Los Angeles, tra cui la Dea di Morgantina e il cratere con il Ratto d’Europa. Anni di trattative durissime, con dossier e contro-dossier, minacce di rottura e colpi di scena. Alla fine vinse la sua ostinazione: non solo firmò l’accordo, ma accompagnò personalmente i reperti recuperati dal museo all’aeroporto, fino a vederli imbarcare per l’Italia. Il Telegraph lo ribattezzò “Flagello dei predatori di tombe”. Il caso dell’Atleta di Fano, recuperato nell’Adriatico e finito al Getty, è rimasto aperto fino alla fine: una sentenza definitiva della Cassazione ne ordina la restituzione, ma il museo resiste. Lo stesso impegno lo riversò in indagini interne, come lo scandalo della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, dove smascherò un furto sistematico di volumi rari, o nel caso Symes, che coinvolgeva 700 reperti etruschi nascosti nei magazzini dell’antiquario londinese.

Il suo metodo era fatto di squadra e di ascolto, ma anche di fermezza. Al suo fianco lavoravano magistrati, Carabinieri TPC, tecnici e studiosi, in un fronte compatto. Il primo grande processo del 2004 colpì duramente reti criminali responsabili di saccheggi nelle necropoli etrusche e magnogreche, dove opere rimaste intatte per millenni venivano ridotte in frammenti per facilitarne il contrabbando. Molti di quei reperti, una volta usciti dall’Italia, finivano nei musei americani, giapponesi o europei, pronti a pagare cifre esorbitanti per avere pezzi rari, senza chiedere troppo sulla provenienza. Fiorilli vedeva nella Convenzione UNESCO del 1970 non solo uno strumento giuridico, ma un manifesto etico: un bene culturale perde significato se non se ne conoscono storia e origine. Questa visione lo portò a stringere accordi innovativi, come quello con il Museum of Fine Arts di Boston per la nomina di un curatore della provenienza, e persino con Sotheby’s, che per un periodo segnalò gli oggetti sospetti alle autorità italiane. Non mancarono le amarezze.

Denunciò il disinteresse della politica verso la “lista Siviero” di opere trafugate in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale e lamentò l’abbandono, da parte delle istituzioni, di quella che per lui era una battaglia strategica per il Paese. I limiti erano enormi: prescrizioni abbreviate, scarsa collaborazione internazionale, costi proibitivi e leggi straniere permissive verso il mercato antiquario. Con la sua scomparsa, l’Italia perde un esempio di competenza, ostinazione e integrità.

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