(Tempo di lettura: 5 minuti)

Il 30 giugno scorso il New York Times ha dato notizia di un nuovo, ingente sequestro di reperti archeologici presso il Metropolitan Museum of Art, eseguito dagli investigatori della Procura distrettuale di Manhattan nel corso delle indagini sui reperti archeologici di provenienza illecita. È l’ultimo episodio di una serie di operazioni che dal 2017 interessa con una certa regolarità le collezioni del museo newyorkese e che continua a restituire numeri considerevoli, sebbene negli ultimi anni il Met abbia rivisto le proprie politiche di acquisizione e rafforzato la ricerca sulla provenienza. Tra il 2023 e il 2024 il museo ha, infatti, dato vita a un gruppo dedicato specificamente a questo lavoro, con l’obiettivo di riesaminare le acquisizioni per le quali la storia collezionistica presenta lacune o passaggi meritevoli di ulteriori verifiche. A distanza di quasi dieci anni dai primi sequestri, tuttavia, la Procura continua a individuare opere problematiche e, insieme ai reperti, tornano nomi ben conosciuti dalle indagini sul traffico internazionale di antichità. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorkese, soltanto nel giugno 2026 gli investigatori hanno prelevato diverse decine di reperti dalle collezioni del Metropolitan, mentre dal 2017 i sequestri hanno riguardato oltre 120 opere di particolare rilievo, alle quali si aggiungono centinaia di materiali di minore entità, fra frammenti ceramici, fibbie, punte d’ascia, spille e figurine votive. Tra gli oggetti interessati dall’ultimo provvedimento figurano una brocca in terracotta risalente a circa 3.700 anni fa, una testa marmorea di provenienza greca, una statuetta bronzea raffigurante Hermes proveniente dalla Turchia e un copricapo in oro di manifattura egizia.

Il Metropolitan Museum of Art di New York (Foto: Met).

Il Metropolitan ha dichiarato la collaborazione con la Procura distrettuale, sviluppata attraverso uno scambio di informazioni al quale sarebbe seguita una ricognizione interna conclusa con la decisione di restituire i reperti. Lucian Simmons, responsabile della ricerca sulla provenienza del Met, ha ribadito che il museo non intende conservare nelle proprie collezioni opere rubate e ha richiamato una difficoltà con la quale i musei devono necessariamente confrontarsi: l’accesso alle fonti. La corrispondenza privata dei mercanti, le dichiarazioni rese dagli ex tombaroli e la documentazione acquisita nel corso delle indagini giudiziarie restano spesso fuori dalla disponibilità delle istituzioni museali, sebbene proprio questi materiali possano modificare la storia collezionistica ricostruita sulla base degli archivi interni.

Di diverso tenore le parole di Matthew Bogdanos, responsabile dell’Antiquities Trafficking Unit, che ha espresso perplessità sui tempi delle verifiche condotte dal museo e ha osservato che la successione dei sequestri «parla da sé». Bogdanos si chiede, sostanzialmente, come mai continua a essere la Procura, anziché il museo, a individuare per prima alcuni dei reperti problematici. Una domanda alla quale si accompagna un’altra questione, meno immediata e apparentemente soltanto tecnica, che riguarda il numero effettivo degli oggetti sequestrati. Su questo punto i dati forniti dalle due istituzioni divergono in maniera considerevole. Il Metropolitan dichiara che dal 2017 gli investigatori abbiano sequestrato 198 oggetti, compresi quelli presenti al museo in prestito; l’Ufficio del Procuratore ne conta 348. Le due cifre derivano da criteri differenti, nel senso che per il Met i frammenti pertinenti allo stesso manufatto originario costituiscono un unico reperto: venti frammenti appartenenti alla medesima kylix, nell’esempio riportato dal New York Times, corrispondono dunque a un solo oggetto; mentre gli investigatori utilizzano come riferimento i numeri di inventario assegnati dal museo e conteggiano separatamente ciascun frammento.

La differenza fra 198 e 348 reperti merita attenzione soprattutto per chi tenta di ricostruire quantitativamente il fenomeno delle restituzioni. Venti frammenti possono comparire in una fonte come venti oggetti e in un’altra come uno soltanto, sebbene il materiale considerato sia esattamente lo stesso. Quando i dati provengono da musei, autorità giudiziarie e istituzioni diverse, il totale rischia, pertanto, di dire molto poco se manca l’indicazione del criterio con il quale è stato ottenuto. Per le collezioni archeologiche il problema diventa ancora più evidente, dal momento che frammenti dello stesso oggetto possono essere stati inventariati separatamente e, in alcuni casi, acquisiti in momenti differenti. Prima ancora di confrontare i numeri delle restituzioni occorre quindi comprendere che cosa sia stato effettivamente contato. Fra i nomi associati alle opere sottoposte a verifica ricompare Robert Hecht, morto nel 2012 e per decenni attivo nel commercio internazionale di antichità. Il rapporto fra Hecht e il Metropolitan risale a oltre mezzo secolo fa e passa inevitabilmente attraverso uno dei casi più conosciuti nella storia recente delle restituzioni italiane: il cratere di Eufronio con la Morte di Sarpedonte, venduto dal mercante al museo nel 1972 e rientrato in Italia nel 2008. Secondo quanto dichiarato dal Met circa un anno fa, nelle collezioni erano ancora presenti 56 opere riconducibili a Hecht; al momento dell’ultimo sequestro il numero era sceso a 43, comprese alcune opere costituite da semplici frammenti. Per una parte di questi materiali il museo dichiara di avere accertato la regolarità dell’esportazione, mentre sugli altri le verifiche proseguono.

Che opere acquisite quaranta o cinquant’anni fa possano tornare oggi sotto esame dipende in larga misura dalla documentazione resa disponibile nel corso del tempo. Una fotografia precedente al restauro può mostrare un reperto ancora coperto di terra o di concrezioni; una lettera può ricostruire un passaggio fra mercante e collezionista; un’annotazione commerciale può restituire una sequenza di proprietà assente dai registri del museo. Gli archivi dei mercanti acquisiti nel corso delle indagini hanno già permesso di riconoscere numerosi reperti prima della loro comparsa sul mercato ufficiale e di ricostruire provenienze che al momento dell’acquisto risultavano molto più brevi, oppure iniziavano direttamente con il nome di un intermediario. La distanza fra le fonti disponibili ai musei e quelle acquisite dalle autorità giudiziarie incide inevitabilmente sul lavoro dei gruppi dedicati alla provenance research e rende difficile misurarne i risultati soltanto attraverso il numero delle opere individuate autonomamente. Resta, tuttavia, il dato dei sequestri che continuano a interessare il Metropolitan, accanto alle iniziative avviate dallo stesso museo. Dal 2017 il Met dichiara di avere restituito spontaneamente diciotto reperti; in nove casi gli Stati interessati hanno consentito che opere oggetto di contestazione rimanessero temporaneamente a New York in prestito, mentre alla Grecia è stata trasferita la proprietà dei reperti cicladici appartenenti alla collezione Leonard N. Stern.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo del New York Times, precisamente l’8 luglio 2026, l’Ufficio del Procuratore distrettuale di Manhattan ha annunciato la restituzione di 59 reperti archeologici a Italia, Iraq e Indonesia nel corso di tre distinte cerimonie. Dei 48 reperti destinati all’Italia, 45 provenivano dalle collezioni del Metropolitan Museum. Secondo quanto comunicato dalla Procura, le opere erano state acquisite attraverso Robert Hecht, Jonathan Rosen e Fritz Bürki, nomi che ricorrono da decenni nelle indagini sulle antichità confluite nelle collezioni statunitensi. Tra i reperti restituiti figura un cratere a colonnette attribuito al Pittore di Troilo, databile al 480-470 a.C., che secondo la ricostruzione della Procura fu esportato clandestinamente dall’Italia da Fritz Bürki, restaurato da Sandro Cimicchi e destinato alla vendita presso Christie’s di Londra prima di entrare nelle collezioni del Metropolitan. Nella stessa restituzione compare un piatto marmoreo di produzione magno-greca, databile intorno al 400 a.C., acquistato dal museo nel 1984 attraverso Robert Hecht. Entrambi sono stati sequestrati nel corso del 2026.

Il cratere a colonnette attribuito al Pittore di Troilo (Foto: Metropolitan Museum of Art)

A quasi vent’anni dal rientro in Italia del cratere di Eufronio, Robert Hecht compare ancora nei documenti relativi alle restituzioni del Metropolitan, questa volta accanto a Jonathan Rosen e Fritz Bürki. Sono nomi legati ad acquisizioni compiute soprattutto negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, sulle quali continuano ad affiorare elementi capaci di aggiungere nuovi passaggi alle provenienze registrate dal museo. Per alcune di quelle opere, dunque, una storia collezionistica considerata per decenni acquisita resta ancora da scrivere.

Ultimi articoli publicati

errore: Copiare è un reato!