Zancle et orbi! Riflessioni – in libertà – sul furto delle opere di Antonello da Messina

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Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce
(Tucidide)

Il fatto vero, la dimensione sociologica da indagare nel profondo, sta nel motivo per cui in tanti, troppi, sembrano stupirsi, ancora, di fronte a certi accadimenti: ciò mi sorprende davvero. Mi si passi il bisticcio di parole, la ridondanza: sarà per il timore parossistico dell’horror vacui? I reliquati del caldo torrido?

I vuoti della comunicazione sono riempiti, talvolta, da orrori ulteriori per certi versi peggiori del fatto a cui ineriscono. Tuttavia, vi sono vuoti incolmabili, non certo sanabili da somme banalità propinate dagli stessi “midia”. Tra questi primeggiano le aggressioni cagionate al nostro patrimonio culturale, che permane una risorsa fondamentale per la nazione, da proteggere in ogni circostanza. Pertanto, apprendere che opere di inestimabile valore, vieppiù custodite in un museo pubblico, spariscano a Ferragosto, è un qualcosa connotato da tratti quasi grotteschi, che però rischia di trasformarsi in una profonda e irrimediabile indignazione, in una ferita incurabile: non è, ahinoi, la trama di un filmetto disimpegnato sulle vacanze, ma una triste realtà.

Il tutto diventa enorme, assume una dimensione emergenziale, come ogni altro caso, più o meno grave, che ormai si manifesta, ripetendosi, nel nostro paese: pare essersi perduta la memoria, su vari piani, tanto che perfino la decantata IA non è in grado di sorreggere certi percorsi sinaptici. Si alimentano così il caos generalizzato, la sterile polemica e la becera propaganda di partito.

Chi è Antonello da Messina? Quello del furto: i più, adesso, rispondono così, magari avendo sbirciato prima la dashboard delle news sullo smartphone. E poi, vale un sacco di soldi, e via discorrendo. Altri, che nel frattempo si sono “meglio documentati”, ritenendosi esperti navigati, autoinvestitisi in una sorta di cerimonia che ha un fondamento quasi sacrale, essendo legittimata dalla dimensione virtuale, danno responsi più articolati, quasi oracolari. Si lanciano in analisi criminologiche, in expertise storico-artistiche, prefigurando il destino delle malcapitate opere, propinando scenari degni di una sceneggiatura di un recital di infimo ordine. Intanto, il livello del fumo si innalza, assurgendo a cortina impenetrabile, intorno a una vicenda davvero spiacevole.

Cosa dire oltre? Non si vorrebbero aggiungere ulteriori banalità. Tuttavia, è doveroso porsi delle domande e fermarsi un attimo per formulare alcune riflessioni in merito a un fenomeno, quello dei furti d’arte, che si è evoluto, come ogni altro, nel corso del tempo. La prima questione è di ordine pratico e la suggerisce la cara nonna, attraverso saggi proverbi: l’occasione fa l’uomo ladro.
Ed è proprio così. Chiunque intenda compiere un’azione del genere, tranne rarissimi casi, cerca di perseguire la via più facile per raggiungere un determinato obiettivo. L’affaire messinese non sembra, al momento, discostarsi da questo antico assioma: probabilmente vi sono state carenze nel sistema di sicurezza.

Ecco! C’era l’allarme, c’erano le telecamere, c’era la vigilanza interna/esterna: il leitmotiv dell’autoassoluzione dalle responsabilità, puntando il dito, sorprendentemente, sulla tecnologia rivelatasi inefficiente, come se si gestisse in forma autonoma: sì, va be’!

Si riaffaccia ancora la nonna, questa volta con la storiella dei buoi scappati e del cancello chiuso tardivamente. In effetti, come è spesso accaduto in circostanze analoghe, l’allarme non è collegato, le telecamere non funzionano, la vigilanza è esigua e non ha modo di intervenire. Vogliamo quindi “consolarci” con le disgrazie altrui? Se è accaduto al Louvre, figurati qui: tra le mirabolanti osservazioni anche questa, molto diffusa sui social. Una pessima affermazione, che ci deve interrogare su come sia percepito, in questa società che si proclama globalizzata, il destino di quello che di fatto è un bene comune, di tutti, essendo esposto in un contesto che lo dovrebbe custodire e valorizzare a favore del mondo, anzi consegnarlo, in condizioni migliori, alle future generazioni. ICOM e UNESCO docent.

Il fattore umano permane fondamentale e non può essere disgiunto dalla componente formativa alla luce della fidelizzazione del personale preposto ai vari incarichi museali. Si tratta di precetti che, coniugati alle procedure tecniche, sono alla base delle norme che ogni organizzazione dovrebbe implementare per ridurre il rischio di un evento avverso. In una parola: prevenzione. È evidente che il verificarsi di certi fatti dimostra che qualcosa non ha funzionato, anzitutto nella sfera preventiva. Forse, però, non conviene parlarne, almeno questa è la percezione, privilegiando l’argomento vertente sul destino dei beni sottratti: si aprono altri scenari insondabili, su cui magari predisporre dei format televisivi dedicati, quelli dove spesso si urla, ma si fa audience, fatturato.

Si discetta perciò di raffinati ladri, di epigoni contemporanei di Arsenio Lupin (dove sono i gentiluomini, lo vado dicendo da tempo, sic!), di criminalità organizzata, vieppiù di mafia di “cosa nostra” (sono ancora tanti quelli convinti sia ancora un fenomeno geograficamente circoscritto, al più o connesso a passate emigrazioni e immigrazioni di ritorno), di furti su commissione (torna in mente la Spectre di James Bond), e poi la Natività di Caravaggio (che c’entra sempre, come i Templari, parafrasando Umberto Eco) e, last but not least: il traffico di beni culturali è l’economia illegale più consistente dopo il traffico di droga, di armi e di esseri umani. Quest’ultima affermazione, essendo infondata, non merita replica, bensì un invito a dimostrarlo con fonti attendibili e carte alla mano. Che dice a proposito di tutto ciò la compianta nonna? Stiamo coi piedi per terra!

In pratica non resta che confidare nel buon esito delle indagini, negli sbirri veri, quelli che di solito non parlano e non compaiono alla ribalta, ma operano nel silenzio e “vanno a caccia”, finché sarà loro consentito, con due obiettivi precisi: individuare i responsabili dei reati per assicurarli alle patrie galere e recuperare la refurtiva.A volte ci riescono, come per i beni trafugati e restituiti, dopo un’indagine di poco più di tre mesi, alla Fondazione Magnani Rocca. Non è stato affatto scontato colpire i ladri che, da quanto appreso, stavano predisponendo il trasferimento dei dipinti sottratti verso una destinazione estera non meglio indicata, ma sono stati provvidenzialmente fermati dai carabinieri.

Sto cercando, a questo punto, di interpellare di nuovo la nonna: che dobbiamo fare allora?

La nonna non risponde, non ci sente la vecchina, tentiamo con una seduta spiritica? Forse, invece, non siamo più in grado di ascoltare, anzitutto noi stessi. Teniamo davvero al nostro patrimonio culturale? Cosa facciamo, ai vari livelli, per tutelarlo?

Questi sono gli interrogativi cruciali a cui va data una risposta concreta, a partire dalla politica, ma anche da parte di tutti noi. Non consentiamo che, oltre le testimonianze tangibili della più sapiente creazione umana, ci vengano sottratte anche l’anima e l’intelligenza.

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