Il paradosso delle restituzioni
Opere ricomposte dagli studiosi, frammentate dalle proprietà: il caso del cratere del Pittore di Berlino e di altri reperti archeologici
di Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini
«Portate una spada», disse il re Salomone di fronte a due donne che sostenevano, entrambe, di essere madri di un neonato, «tagliatelo in due parti e affidatele a ciascuna di loro».
Ma alla supplica di una delle due affinché lasciasse il bimbo all’altra, re Salomone sentenziò:
«Lei è la madre, datele suo figlio».

Il fatto, descritto nella Bibbia ed esattamente nel Libro dei Re, racconta di due donne che abitavano nella stessa casa, tutte e due neo-mamme; alla morte di uno dei neonati, la mamma lo sostituì con quello vivo dell’altra donna, mentre questa dormiva. La vera mamma, pur di salvarlo supplicò il re al quale si erano rivolte di affidare il bimbo all’altra donna. La saggezza di Salomone, definita proverbiale, ci pone di fronte ad un grande quesito trasferibile ai giorni d’oggi.
In articoli recenti abbiamo annunciato il ritorno di decine di reperti archeologici illecitamente scavati e trafugati in Italia, esportati illecitamente da trafficanti italiani e stranieri e giunti, tramite acquisti improbabili e la formazione di finte collezioni, nei musei di tutto il mondo. Abbiamo esultato al ritorno di più di cinquecento reperti restituiti dalla Ny Carlsberg Glyptotek (n° 384 di Archeo) tra i quali numerosi frammenti di antefisse con Menade e Sileno che finalmente si sono ricongiunte con quella proveniente dalla collezione Tempelsman, già da tempo restituita dal J. Paul Getty Museum. Decine di casi di “antichità divise” sono venuti alla luce nel corso delle nostre indagini, iniziate nel lontano 1995 dopo il famoso sequestro eseguito presso il Porto Franco di Ginevra dalle forze di polizia elvetica unitamente ai carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Artistico e proseguite fino al processo nei confronti del trafficante americano Robert Emanuel Hecht e della curatrice della sezione antichità classiche del Getty Marion True. Un esempio eclatante è costituito da un vero capolavoro della ceramografia attica, oggi diviso tra due continenti, una parte presso il J. Paul Getty Museum e l’altra restituita all’Italia dal museo stesso a seguito dell’accordo siglato con il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali; si tratta di uno straordinario cratere a calice attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Berlino, purtroppo molto frammentario, che nella sua decorazione racconta uno degli episodi tratti dalla guerra di Troia, la bellissima scena di Aiace che trasporta il corpo di Achille sotto lo sguardo vigile di Athena, mentre soldati greci tengono sotto controllo i troiani.


| Cratere del Pittore di Berlino, frammento nelle polaroid del sequestro di Ginevra. | Il Cratere del Pittore di Berlino da una pubblicazione del J. Paul Getty Museum |


| Cratere del Pittore di Berlino, frammento nelle polaroid del sequestro di Ginevra | Cratere del Pittore di Berlino da una pubblicazione del J. Paul Getty Museum |
I primi frammenti del cratere acquisiti dal J. Paul Getty Museum furono pubblicati da Martin Robertson nel 1983 (Greek Vases in the Paul Getty Museum 1), ma solo nel 2000 il vaso viene pubblicato nella sua interezza da Mary Moore (Greek Vases in the J. Paul Getty Museum 6) che nelle note elenca tutti i numeri di inventario dei diversi lotti di frammenti che compongono il vaso, acquistati dal museo americano nel corso di 13 anni, dal 1977 al 1990, ogni volta in lotti di frammenti più o meno numerosi secondo l’ormai nota prassi degli acquisti frazionati.
Parte delle acquisizioni venivano pubblicate in uno specifico bollettino che ogni anno, a partire dal 1984, il J. Paul Getty Museum inseriva nella rivista J. Paul Getty Museum Journal per ottemperare all’obbligo di dimostrare come fossero stati spesi gli ingenti fondi messi a disposizione dalla Fondazione per gli acquisti di opere d’arte. La prima notizia dell’esistenza in museo di frammenti pertinenti al cratere del Pittore di Berlino si ha nel 1985 (J.P.G M. Journal 13) appunto nella sezione “acquisizioni” dell’anno precedente, e si possono verificare così i primi acquisti di lotti di frammenti che, anno dopo anno, vanno ad aggiungersi ai precedenti: 10 frammenti nel 1977, 42 frammenti nel 1982 e un frammento nel 1984, ai quali si aggiungono, sempre nel 1984, altri 8 frammenti dei quali, questa volta, viene data la provenienza, Dietrich von Bothmer, lo storico curatore della sezione Antichità greche e romane del Metropolitan Museum of Art di New York, esperto in ceramica figurata greca e responsabile, insieme all’allora direttore Thomas Hoving, dell’acquisto del famosissimo cratere di Euphronios. Le acquisizioni proseguono con un frammento nel 1987, 7 frammenti nel 1988 e 15 frammenti nel 1990, tutte discretamente mascherate con una generica indicazione di provenienza da “European art market” oppure “London art market” o ancora “anonymous donation”. Un totale di 84 frammenti acquisiti dal Getty Museum nel corso di 14 anni.
Tralasciando le ovvie perplessità sulle modalità di acquisizione frazionata dei materiali, metodo già più volte messo in atto da molti musei americani, va sottolineato che nel post-scriptum in calce all’articolo di Robertson del 1983 si fa riferimento a ulteriori frammenti del cratere giunti al museo dopo la presentazione del suo manoscritto alla stampa, fatto confermato anche dalla Moore nel suo articolo, dove tra l’altro l’autrice specifica che nel tempo intercorso tra lo studio dei primi frammenti del cratere da parte del Robertson e lo studio da lei stessa intrapreso sul cratere del Pittore di Berlino “ancora molti altri frammenti sono arrivati in museo, l’ultimo gruppo nel 1990”. La Moore, a corredo del suo articolo, fornisce un accurato disegno della scena raffigurata sul vaso e proprio questo disegno ha consentito di rintracciare un cospicuo gruppo di frammenti pertinenti al cratere nell’archivio fotografico sequestrato a Ginevra, testimonianza questa della provenienza illecita dell’intero complesso dei frammenti acquisiti dal museo americano.
Dopo la Rogatoria Internazionale inviata dal sostituto Procuratore del Tribunale di Roma Paolo Giorgio Ferri all’Autorità Giudiziaria americana, fondata tra l’altro proprio sui dati che avevamo scoperto analizzando foto, documenti e pubblicazioni, il J. Getty Museum fu costretto a inviare a Roma tutta la documentazione relativa al cratere. Da quei documenti si sono potute verificare le acquisizioni dei diversi lotti di frammenti, decisamente diverse rispetto a quelle solo in parte riportate negli annuali Bollettini ufficiali delle acquisizioni.
Si scopre così che i primi due lotti di frammenti sono donazioni da parte di personaggi molto spesso ricorrenti negli archivi del museo; che il Getty Museum acquista un frammento del cratere da Freda Tchakos, titolare della galleria Nefer di Zurigo, che ha venduto al Paul Getty Museum i primi frammenti della Kylix di Euphronios e di Onesimos, restituita dal museo nel 1999 poiché proveniente da uno scavo clandestino effettuato a Cerveteri; che Robin Symes, altro noto trafficante inglese, strettamente legato ad Hecht, a Medici e a Becchina, indagato più volte dal Tribunale di Roma per traffico illecito internazionale, nel 1988 e nel 1990 dona al museo americano altri 22 frammenti del cratere e, infine, nel 1989 “presta” al museo 16 frammenti per un eventuale futuro acquisto: infatti il numero d’inventario che viene dato a questi ultimi frammenti è preceduto dalla lettera L, che sintetizza “loan” cioè prestito. Si arriva così a un totale di 100 frammenti pertinenti allo stesso vaso che, formalmente, sono arrivati al museo americano attraverso venditori diversi, che vivono e operano in differenti parti del mondo.
La realtà è però diversa e a svelarla è stato lo studio di tutta la documentazione relativa al cratere del Pittore di Berlino: ben 35 frammenti del cratere provenivano in realtà da Giacomo Medici, come dimostrano le fotografie conservate nel suo archivio, nella piena consapevolezza dei più alti vertici del Getty Museum che con lui ebbero un fitto scambio di lettere, dal tono spesso amichevole.
Stessa sorte è probabilmente toccata a una bellissima e rara phiale mesonfalica (vaso rituale per libagioni) attica a figure rosse del pittore Douris e del ceramista Smikros, come si legge nelle iscrizioni rispettivamente dipinte all’interno e all’esterno del vaso. Opera di grande rilievo purtroppo molto lacunosa, la phiale è decorata nella parte interna con tre diverse e elaborate scene figurate che mostrano divinità sedute, una scena di combattimento e figure correnti; più complessa è invece la ricostruzione della decorazione della parte esterna, probabilmente distinta in due diverse scene che, proprio a causa della lacunosità, non possono essere lette compiutamente. Certa è invece la provenienza della phiale dall’Etruria per la presenza, nella parte esterna, di un graffito in caratteri etruschi interpretato come dedica dell’oggetto prima della deposizione nel suo originario contesto.

La phiale attica fu pubblicata per la prima volta sempre da Martin Robertson (Greek Vases in the Getty Museum Volume 5 1991) che brevemente accenna ai gruppi di frammenti della phiale acquisiti dal museo americano in diversi anni, ancora con una generica indicazione di provenienza dall’ “European art market”: la prima acquisizione di 9 frammenti avviene nel 1981, ma se ne ha notizia solo 5 anni dopo (J.Paul Getty Journal 14, 1986) quando viene segnalata l’acquisizione, nel corso dell’anno precedente, di due gruppi di frammenti, in tutto 12, che vanno ad unirsi a un primo gruppo di 9 frammenti. Nel 1989, sempre nella medesima rivista, viene data la notizia dell’acquisizione, avvenuta l’anno precedente sempre attraverso l’European art market”, di un ulteriore frammento della phiale che si congiunge con i frammenti precedenti. Infine nel 1990, grazie ad una donazione anonima, viene acquisito un nuovo frammento.
La phiale è stata quindi pubblicata solo nel 1991, a 10 anni dalla prima acquisizione di frammenti, ma solo qualche anno dopo viene interamente studiata e nuovamente pubblicata da Diana Buitron-Oliver (Douris, A Master-Painter of Athenian Red-Figure Vases, Mainz, 1995) che peraltro parla di un’ultima acquisizione di altri 3 frammenti, questa volta senza alcuna indicazione di provenienza. Nel post-scriptum in calce all’articolo di Robertson del 1991, viene descritto come “un nuovo frammento della phiale apparso sul mercato” e acquisito dal museo attraverso una “donazione anonima”. Il frammento descritto in calce all’articolo appare già nelle fotografie ricostruttive dell’intero gruppo di frammenti in possesso del J. Paul Getty Museum e proprio quella fotografia ha consentito di rintracciare l’immagine del frammento nell’archivio fotografico di Giacomo Medici sequestrato a Ginevra, testimonianza della provenienza illecita dell’intero complesso dei frammenti acquisiti dal museo americano.
Ancora una volta, dunque, un capolavoro della ceramografia greca, che certamente faceva parte di un prestigioso corredo funerario etrusco, viene acquistato dal Getty Museum in frammenti, e nel corso di più anni, attraverso il mercato internazionale. Come è avvenuto per il cratere del Pittore di Berlino, la documentazione relativa all’acquisizione della phiale, giunta in Italia a seguito della Rogatoria internazionale, ha consentito di dare nomi e volti alla “misteriosa” provenienza fornita dal museo americano con la laconica quanto inutile indicazione “European art market”. Si scopre così che il primo lotto di ben 25 frammenti (81.AE.213) furono donati al museo nel 1981 da Werner Nussberger, il marito di Freda Tchakos, titolare della Galleria d’arte Nefer di Zurigo e più volte indagata dalla procura di Roma. Il secondo lotto composto da 2 frammenti arriva al museo nel 1982 da Fritz Bürki & Sohn ma non vi è traccia di tali frammenti nei bollettini ufficiali. Va ricordato che Fritz Bürki è il noto fido collaboratore di Robert Emanuel Hecht che ha restaurato il famosissimo cratere di Euphronios e ha più volte venduto oggetti e frammenti al Getty Museum a suo nome o per conto di altri.
Altri 13 frammenti sono stati acquistati nel 1985 e nel 1988 dalla Galerie Nefer di Freda Tchakos, da rilevare che nel Bollettino delle acquisizioni l’ultimo frammento della phiale appare tra un gruppo di 68 frammenti di vasi diversi e di differenti artisti. Il frammento che nel Bollettino delle acquisizioni del museo del 1990 veniva definito “donazione anonima” è invece un dono di Robin Symes, altro noto trafficante inglese e strettamente legato ad Hecht, che dichiara di averlo acquistato in Svizzera nel 1988. In realtà quest’ultimo frammento proviene da Medici ed è stato rintracciato nell’archivio sequestrato a Ginevra. Infine, nel 1996 il museo acquista da Brian Aitken della galleria Acanthus 11 frammenti appartenenti a vasi diversi già in possesso del Getty e due di questi frammenti appartengono alla phiale di Douris. Ma la documentazione esaminata fornisce ancora un dato importante: nel 1992 arrivarono al museo “in prestito” altri 2 frammenti della phiale (L92.AE.88.2-3) ed è ipotizzabile che a prestarli al museo americano sia stato sempre Robin Symes, secondo una pratica spesso attuata nel tempo dal venditore londinese per invogliare il museo ad un successivo acquisto.
Ciò che salta agli occhi in tutto questo susseguirsi di acquisti è che i responsabili delle diverse acquisizioni compiute negli anni, Jiri Frel, Arthur Houghton e Marion True, pur appartenendo a tre generazioni di curatori, si sono tramandati il “modus operandi” dell’acquisizione frazionata dei materiali e la continuità nei contatti con i soliti noti personaggi del mercato internazionale, attuando sempre i medesimi artifizi documentali e contabili, soprattutto a fronte di frammenti di altissimo valore scientifico ed economico, dei quali conoscevano, anche per il solo profilo logico, l’illecita provenienza.
Ma ancor più sconcertante è la decisione del Getty Museum, peraltro accolta dall’Italia, di restituire solo una parte dei frammenti dello straordinario cratere del Pittore di Berlino, precisamente quelli di cui il museo stesso era proprietario, trattenendo invece i frammenti che erano stati lasciati al museo americano “in prestito” da personaggi il cui anonimato è stato poi inevitabilmente svelato. Stessa triste sorte che si presume sia accaduta anche per i frammenti in “prestito” per la phiale di Douris.
Oggi questi capolavori restano sorprendentemente smembrati tra due continenti e nella contesa della proprietà degli oggetti nessuno ha cercato di far prevalere la logica scientifica che vorrebbe vedere le due opere conservate in un museo, italiano o americano non ha importanza, dove potrebbero continuare a raccontare di sé, anche nella loro parziale interezza, senza essere ulteriormente umiliati.
E che dire dei frammenti mancanti, mai pubblicati e probabilmente ancora nelle mani dei trafficanti che non hanno fatto in tempo a piazzarli? Non sarebbe stato il caso di pensare a un’azione comune tra Italia e Stati Uniti per arrivare a ottenere le parti mancanti, considerando che i nomi dei trafficanti internazionali, dei collezionisti e dei venditori sono ormai ben noti a tutti?
Ma non dobbiamo andare troppo lontano per assistere a ulteriori tristi spartizioni di reperti, perché ciò accade anche in Italia seppure con modi e finalità assai diverse da quelle che abbiamo visto fino ad ora.
Nel sequestro presso il deposito al Porto Franco di Ginevra è stato ritrovato un servizio completo di 20 piatti attici a figure rosse, tutti decorati da uno stesso artista e databili tra il 490-480 a.C.
Oggi 5 di questi sono esposti al Museo di Villa Giulia, dove erano originariamente tutti destinati, altri 5 piatti sono esposti nella mostra “I predatori dell’arte e il patrimonio ritrovato: le storie del recupero”, oggi divenuta permanente presso Case Grifoni di Cerveteri di proprietà del Comune. Gli altri 10 piatti del servizio sono ora in deposito o nella necropoli di Cerveteri o in un magazzino di Tarquinia, in attesa di una diversa e ancora vaga destinazione.
Un servizio di 20 piatti attici, un “unicum” la cui eccezionalità scaturisce proprio dal loro “insieme” che neppure il mercante aveva reputato opportuno dividere, originariamente destinato ad essere esposto nel prestigioso Museo di Villa Giulia, oggi è diviso fra tre diverse Istituzioni (Villa Giulia, Soprintendenza e Polo Museale del Lazio) create dalla “riforma Franceschini”.
Quindi ora dovremo di nuovo affidarci alla proverbiale saggezza di un novello re Salomone per risolvere questo grande quesito trasferito ai giorni d’oggi.

Reporter fotografo negli anni ’70/’80. Già Funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso varie Soprintendenze Archeologiche e Musei, e Direttore archeologo presso la Soprintendenza dell’Etruria Meridionale e nel Museo Etrusco di Villa Giulia. Ha ideato e organizzato progetti didattici, prodotto video e opere multimediali. Ha tenuto corsi di archeologia forense, tecniche di documentazione audiovisiva e comunicazione archeologica. Consulente della Procura della Repubblica di Roma per indagini volte al contrasto del traffico illecito e al recupero del materiale esportato illecitamente. Ha fatto parte del Comitato per il Recupero delle Opere d’Arte all’Estero, partecipando alle trattative con i musei americani.


