Una ferita al cuore della Sicilia: il saccheggio di Morgantina
Mezzo secolo di scavi clandestini, traffici e restituzioni ad Aidone

Nel cuore della Sicilia, a pochi chilometri da Enna, su un pianoro in località Serra Orlando si ergono le vestigia dell’antica città di Morgantina, balzata spesso agli onori della cronaca negli ultimi anni, per alcuni importanti casi di restituzioni di opere trafugate. Secondo le fonti letterarie, confermate dai dati archeologici, il sito sarebbe stato già abitato in età protostorica, nel X secolo a.C.: l’origine del nome viene fatta risalire all’antica popolazione italica dei Morgeti e al suo re eponimo Morgeto. Il periodo di maggior fioritura è attestato però nella fase della colonizzazione greca, con grandi lavori edilizi fatti soprattutto fra il IV e il III a.C. quando la polis era sotto il controllo di Siracusa. Nel III secolo a.C. Morgantina prosegue la sua vita entrando nell’orbita romana, ma lo storico Strabone ci dice che ai suoi tempi (I secolo d.C.) il sito era già in abbandono.
Se ne cominciano a ritrovare le tracce già in epoca rinascimentale, ma è soltanto a partire dagli anni ’50 del Novecento che le antiche rovine messe in luce a Serra Orlando vengono associate al nome di Morgantina: è proprio in quest’epoca che iniziano le vere esplorazioni scientifiche ad opera di alcune missioni americane. Dagli anni ’80 è stato soprattutto il professor Malcolm Bell dell’Università della Virginia – scomparso a gennaio 2024, all’età di 82 anni – a dirigere per lungo tempo gli scavi.
Le indagini archeologiche hanno permesso di portare alla luce parte del sito, compresi l’agorà, il teatro e un settore con funzione abitativa; proprio grazie ai numerosi materiali rinvenuti, negli anni ’80 è stato allestito il Museo Archeologico di Aidone, nel seicentesco Convento dei Cappuccini. Si sa però, che dove c’è odore di antico, ci sono anche i tombaroli: il sito archeologico, infatti, è stato oggetto di numerosi scavi clandestini, soprattutto tra gli anni ’70 e ’80 e numerosi sono i reperti archeologici trafugati e portati fuori dall’Italia.
Una notte d’estate del 1979 i tombaroli sono in azione in contrada San Francesco Biscari, in quella che era la chora (territorio) di Morgantina: dalla terra, probabilmente di fronte agli occhi sbalorditi degli scavatori clandestini, emergono due volti, tre mani e tre piedi in marmo. Si tratta dei resti di due acroliti, ovvero antiche sculture realizzate con le estremità in terracotta, in marmo o in avorio e un’intelaiatura legno, rivestita poi di stoffa. Con molta rapidità i frammenti rinvenuti in marmo pario (dal nome dell’isola greca in cui si trovano le cave) vengono venduti al collezionista Maurice Tempelsman – l’ultimo compagno di Jacqueline Kennedy Onassis – con l’intermediazione di un antiquario londinese. Durante una loro esposizione in una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles uno degli archeologi della missione americana li vede e ne ipotizza la provenienza dal sito siciliano: è proprio lui a inviare delle foto a Malcolm Bell, che si rivolge immediatamente alla Soprintendenza locale. Grazie alle indagini del procuratore di Enna Silvio Raffiotta si riesce a ricostruire tutta la storia e a dimostrare la provenienza illecita degli acroliti, che nel frattempo Tempelsman aveva donato all’Università della Virginia, nella quale Bell era docente. Nel 2008 l’Università stessa ha provveduto a restituire all’Italia le sculture, databili intorno al 530 a.C. e identificate come Demetra e Kore. Questi acroliti costituiscono un tassello molto importante nella storia del sito archeologico di San Francesco Bisconti, che grazie a successive campagne di scavo è stato identificato come un santuario dedicato alle due divinità: il loro culto era considerato ctonio, cioè sotterraneo e infero per quanto riguarda la storia di Kore, rapita dal dio Ade secondo la tradizione proprio nel territorio di Enna e diventata regina degli Inferi. La dea Demetra, invece, protettrice dei raccolti, era associata con il ciclo di morte e rinascita. I loro santuari erano molto diffusi in Magna Grecia e soprattutto in Sicilia, dove avveniva la maggior produzione di grano. Nel solo territorio di Morgantina sono stati individuati ben tre luoghi di culto dedicati alle dee.
Il nome del procuratore Silvio Raffiotta è altresì legato a un’altra importante restituzione, quella della cosiddetta “Dea di Morgantina”. Stesso sito, stessa scena: agli inizi degli anni ’80, da scavi clandestini in contrada San Francesco Bisconti, venne recuperata una statua in calcare, venduta nel 1986 al Paul Getty Museum come “Afrodite”. Il museo aveva effettuato l’acquisto a seguito di una breve ricerca sulla sua provenienza, che non risultava essere illegale, dato che nessuna statua di Afrodite sembrava essere stata rubata da Morgantina. Ancora una volta sono state le indagini del procuratore a gettare luce sui fatti: grazie alle analisi effettuate dall’équipe del professor Rosario Alaimo dell’Università di Palermo, si è potuto infatti dimostrare che il calcare di cui era fatta la statua proveniva dalla Sicilia e più propriamente dall’area Iblea. Grazie a un accordo firmato nel 2007 tra il Ministero della Cultura italiano (allora MIBAC) e quattro istituzioni museali americane, la scultura è potuta ritornare in Italia ed essere trasferita al Museo di Aidone. Studi approfonditi hanno riconosciuto che quest’opera, capolavoro del V secolo a.C. realizzato in calcare e marmo pario, rappresentava molto probabilmente, ancora una volta, la dea Demetra o la figlia Kore/Persefone.
Ma questi non sono gli unici pezzi di pregio e grande valore storico e archeologico che sono stati trafugati da Morgantina: una delle restituzioni più eclatanti degli ultimi anni, infatti, ha riguardato il cosiddetto “Tesoro di Eupòlemo”, la cui storia è stata raccontata in queste pagine.

Si tratta di un “servizio” in argento, composto da 15 pezzi di straordinaria fattura, tra cui spiccano coppe per bere il vino, brocche, ma soprattutto il fondo di una coppa con la rappresentazione di Scilla, il mostro marino della mitologia greca. Questi pezzi, databili al III secolo a.C. e riportati alla luce in seguito a uno scavo non autorizzato, erano stati venduti al Metropolitan Museum di New York. Grazie alle dichiarazioni di un tombarolo che li aveva visti al momento del ritrovamento, è stato possibile dimostrarne la provenienza illecita. Nel 2006, a conclusione delle indagini, è stato siglato un accordo con il MET, che prevedeva il ritorno degli argenti in Italia ogni 4 anni. Nel 2022 il direttore del MET Max Hollein ha dichiarato l’accordo obsoleto e ne ha siglato uno nuovo con il nostro Ministero, lasciando questi finissimi e fragilissimi argenti nella loro attuale collocazione ad Aidone.
Un piccolo frammento di ricciolo blu è quello che invece ha consentito il ritorno di un altro dei più importanti capolavori di Morgantina: la testa in terracotta policroma di Ade. Trafugata dalla Sicilia negli anni ’70, fu acquistata anch’essa dal magnate di origine belga Maurice Tempelsman. La tenacia delle archeologhe Lucia Ferruzza e Serena Raffiotta ha permesso, tramite un frammento della barba colorata lasciato sullo scavo dai tombaroli, di provarne la provenienza illecita e di consentirne il rientro nel 2016. L’importanza di questo reperto archeologico è dovuta anche alla sua unicità nell’uso dei colori: rosso per i capelli e blu per la barba, che è valso ad Ade il nome di “Barbablù”.
Le attività illecite purtroppo non si fermano mai, ma per fortuna neanche le indagini del TPC: a novembre del 2024, infatti, a un cittadino di Aidone sono stati sequestrati cinque pezzi in argento che, dalle analisi stilistiche, risultano appartenere al “tesoro di Eupolemo“. Il procedimento è ancora in corso, ma nel frattempo il Giudice ha confermato la confisca e gli argenti sono stati portati all’Istituto Centrale per il Restauro, dove è in corso un importante intervento di pulitura, restauro e ricomposizione dei reperti, poiché alcuni di essi sono stati ritrovati in frammenti.
Questi sono solo alcuni dei lacerti di storia di Morgantina, trafugati e riportati in Italia. Ma quanti ce ne sono ancora da ritrovare? Il loro ritorno e l’esposizione nel museo di Aidone segnano un lieto fine soltanto a metà: quando viene effettuato uno scavo clandestino, non si tiene conto del vero significato dei reperti archeologici al di là del loro valore economico o artistico: il contesto. Più di ogni altra cosa è quest’ultimo che permette agli studiosi di ricostruire la storia del sito e dei pezzi stessi, e che va preservato a ogni costo attraverso lo scavo e la documentazione. Questo è quello che viene rubato a Morgantina, ogni volta che un pezzo viene portato via e soprattutto esportato fuori dal territorio italiano, cui legalmente appartiene. Ed è anche ciò per cui gli archeologi, i funzionari delle Soprintendenze e i Carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale lottano quotidianamente.

Mi sono laureata a Roma in archeologia e storia dell’arte greca e romana e ho conseguito la specializzazione nello stesso ambito a Lecce. Dopo diversi anni di esperienza sui cantieri urbani ho frequentato un master incentrato sui temi della tutela e dei reati contro il patrimonio culturale, discutendo una tesi sulla ricerca della provenienza e la restituzione dei beni trafugati durante la Seconda Guerra Mondiale. Dal 2015 sono guida turistica autorizzata di Roma: tra le visite che propongo più spesso, oltre la Roma antica, ci sono quelle su Occupazione tedesca e Resistenza, e sulla Street Art. Oggi divido la mia vita tra i tour con i turisti, lo studio e la ricerca.
