Quando gli oggetti tornano a casa. Nuove restituzioni dagli USA

Scudi cerimoniali, coppe rituali, antiche figure scolpite. Tra Indonesia e Turchia tornano reperti trafugati per decenni, al termine di un lungo lavoro investigativo e diplomatico

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Ci sono oggetti che non parlano più. Non perché siano muti, ma perché il luogo in cui sono finiti li ha zittiti. Un museo occidentale, magari. Una teca ben illuminata, un numero d’inventario, una provenienza scritta in piccolo o ignorata del tutto. In questi giorni, trentuno antichità stanno tornando nei luoghi dai quali erano state portate via. Tre in Indonesia, ventotto in Turchia. Sono oggetti antichi, certo, ma anche recentissimi nella loro traiettoria. E quella traiettoria dice molto più di quanto non sembri. Due di loro erano rimasti al Metropolitan di New York per più di quarant’anni. Una phiale e un’oinochoe, entrambe in argento, datate al VI secolo a.C. Fanno parte del cosiddetto Tesoro Lidio, sottratto alla Turchia occidentale negli anni Sessanta. Venduti al museo nel 1980, con l’intermediazione di galleristi che non facevano troppe domande. Ci sono rimasti fino al 2025, quando qualcuno ha deciso che no, non bastava la bellezza per legittimarne la presenza.

Dall’altra parte del mondo, intanto, c’è uno scudo che rientra in Indonesia. Viene dalla Papua Meridionale, dalla zona degli Asmat. È scolpito da una tavola unica di mangrovia, a forma di volpe volante. Non è decorativo. Non è mai stato pensato per essere ammirato da sconosciuti. Era un oggetto legato al nome di un antenato, un frammento di continuità in un sistema di credenze che non ha nulla di esotico per chi lo vive. Anche lui, finito altrove. Anche lui, adesso, torna. Con lui rientra un altro scudo, il Klebit Bok, legato ai Kayan Dayak del Borneo. Rosso e nero, motivi elaborati, simboli di protezione e identità. Due scudi, due storie diverse, stesso destino. Venduti, esportati, silenziati.

In Anatolia, intanto, attendono il ritorno di una cintura di bronzo. Risale a tremila anni fa, viene dall’area del lago di Van. La cultura urartea. Oggetti simili si trovano nei contesti tombali. Questo era finito in mano a Robin Symes, antiquario londinese, nome noto a chi si occupa di traffico di antichità. Poi prestato da un collezionista privato a un museo. Il solito percorso. Fino al sequestro, quest’anno. Tornano anche tre idoli in pietra, tra cui uno del tipo Kilia. Le chiamano stargazers, per quella testa rivolta verso l’alto. Figure piccole, essenziali, vecchie di seimila anni. Oggetti che hanno affascinato il mercato, proprio per la loro forma. Ma anche quelli raccontano un’assenza, una lunga rimozione.

Il lavoro che ha reso possibile questi ritorni non si fa da un giorno all’altro. A New York c’è un’unità dedicata proprio a questo. Analizzano vecchie foto, confrontano archivi, ricostruiscono passaggi che nessuno voleva più ricordare. Alcune indagini durano anni. Altre non si chiudono mai del tutto. Uno dei nomi che ricorrono più spesso è Subhash Kapoor. Un mercante con base negli Stati Uniti, da tempo accusato di aver organizzato esportazioni illecite dall’Asia. Arrestato nel 2011. L’estradizione è ancora in corso. Cinque condanne già ottenute, molti oggetti ancora da localizzare. I numeri? Oltre seimila reperti recuperati in poco più di dieci anni. Cinquemilaseicento già restituiti. Quarantatré Paesi coinvolti. Ma ogni oggetto ha una sua storia. E ogni ritorno ha richiesto più di quanto si immagini. Inchieste, lettere, collaborazione diplomatica. A volte basta un dettaglio. Una fotografia mal ritagliata, un’etichetta, una testimonianza conservata per caso.

«Proteggere il patrimonio culturale è una responsabilità condivisa» ha detto il console della Turchia. Una frase semplice, ma che qui suona diversa. Perché dietro ogni gesto, ogni imballaggio, ogni atto notarile c’è un passato che si riapre. Anche il rappresentante indonesiano ha parlato di giustizia, ringraziando chi ha reso possibile il rientro. Nessuna enfasi. Solo la consapevolezza che questi oggetti, per chi li riconosce, non sono mai stati solo oggetti. Restituirli non cambia tutto. Ma cambia qualcosa. Rimette in circolo una domanda, e forse anche una forma di rispetto.

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