Tre reperti archeologici preispanici restituiti al Messico dagli USA

Tra questi, una scultura maschile della cultura Nayarit del Metropolitan Museum of Art

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Tre reperti archeologici preispanici sono stati restituiti al Messico lo scorso 15 luglio, al termine di distinte indagini sulle reti criminali che hanno alimentato il commercio internazionale di antichità provenienti dal Paese. Si tratta di una figura maschile in ceramica riferibile alla cultura Nayarit, di una coppa litica nello stile di Xochipala e di un nucleo in ossidiana azteco destinato alla produzione di microlame. Il primo era conservato nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, mentre gli altri erano emersi durante indagini condotte dall’Antiquities Trafficking Unit della Procura distrettuale di Manhattan. Si tratta della sesta restituzione di beni culturali messicani effettuata dalla Procura di Manhattan. Il numero complessivo dei reperti archeologici riconsegnati al Messico attraverso questi procedimenti sale così a cinquantadue. Le tre opere provengono da indagini differenti, accomunate dalla ricostruzione dei passaggi attraverso gallerie, mercanti, collezioni private e istituzioni museali statunitensi.

Il reperto proveniente dal Metropolitan è una figura maschile in ceramica attribuita alla cultura Nayarit e databile tra il 100 e il 400 d.C. Alta circa 91 centimetri, raffigura un personaggio armato con elmo, corazza e un’arma appoggiata sulla spalla. Il pezzo appartiene alla produzione figurativa delle popolazioni del Messico occidentale e, più precisamente, allo stile di Ixtlán del Río, sviluppatosi nell’ambito della tradizione delle tombe a pozzo.

Figura maschile in ceramica attribuita alla cultura Nayarit (Foto: Metropolitan Museum of Art).

Queste sepolture, diffuse negli attuali Stati di Nayarit, Jalisco e Colima tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C., erano costituite da profonde camere funerarie sotterranee raggiungibili attraverso un pozzo verticale. Al loro interno venivano deposti i defunti insieme a ricchi corredi ceramici comprendenti figure antropomorfe e zoomorfe, modelli di edifici, strumenti musicali e scene di vita quotidiana. Tali produzioni si riconoscono oggi tra le categorie di reperti maggiormente interessate dal traffico illecito internazionale. La scultura era transitata attraverso la Merrin Gallery di New York prima di entrare, nel 2000, nelle collezioni del Metropolitan come dono di Herbert e Florence Irving. Le verifiche avviate dal museo e le informazioni emerse nel corso delle indagini della Procura distrettuale di Manhattan hanno consentito di ricostruire la provenienza illecita del reperto, portando al suo sequestro nei primi mesi del 2026 e alla successiva restituzione al Messico. Il passaggio attraverso gallerie affermate e il successivo ingresso in raccolte museali contribuivano, infatti, a consolidarne la storia collezionistica più recente, senza chiarire le circostanze dello scavo, dell’esportazione e dei primi trasferimenti di proprietà. Proprio la ricostruzione di queste fasi costituisce oggi uno degli aspetti più complessi della ricerca sulla provenienza.

Il secondo reperto è una coppa in pietra realizzata nello stile di Xochipala e databile tra il 1200 e il 900 a.C. Il termine Xochipala identifica una produzione artistica associata all’odierno Stato di Guerrero e riferibile alle prime fasi della storia mesoamericana. La coppa costituisce uno dei primi esempi di lavorazione della pietra destinata alla realizzazione di recipienti. Anche questo oggetto comparve per la prima volta presso la Merrin Gallery di New York. La Procura di Manhattan lo ha sequestrato nel dicembre 2025. La presenza di due dei tre oggetti presso la stessa galleria offre un elemento utile alla ricostruzione dei canali attraverso i quali i reperti messicani raggiungevano il mercato statunitense. La galleria funge da passaggio intermedio tra la precedente circolazione, spesso scarsamente documentata, e l’acquisizione da parte di collezionisti o musei.

Il terzo reperto è un nucleo in ossidiana di epoca azteca, databile tra il 1000 e il 1500 d.C. Dal nucleo venivano ricavate microlame mediante una lavorazione specializzata della pietra vulcanica. L’ossidiana permetteva di ottenere margini estremamente affilati e svolgeva un ruolo rilevante nelle attività quotidiane, artigianali e rituali delle società mesoamericane. Il reperto era comparso nella disponibilità di Eugene Alexander, condannato a Manhattan nel 2025 per reati connessi al traffico di antichità. Il nucleo fu sequestrato nello stesso anno. Il collegamento con Alexander inserisce l’oggetto in una rete commerciale già interessata da procedimenti penali e consente di distinguere questa vicenda dalle altre due, legate alla Merrin Gallery.

Per quanto attiene, in particolare, alla restituzione della figura Nayarit, essa offre un nuovo elemento per valutare le politiche di verifica delle collezioni adottate dal Metropolitan Museum. Il museo attribuisce il risultato alle informazioni emerse dalle indagini giudiziarie e alle proprie ricerche sulla storia del manufatto. Il caso conferma, tuttavia, quanto la revisione delle provenienze dipenda spesso dall’integrazione tra documentazione museale e i dati raccolti dalle autorità investigative. Il Metropolitan Museum conserva oltre un milione e mezzo di opere, ciascuna caratterizzata da una storia proprietaria e collezionistica diversa. La verifica sistematica di una raccolta di tali dimensioni richiede la selezione delle categorie maggiormente esposte ai rischi connessi alle acquisizioni del passato. I reperti archeologici sono ascrivibili a uno degli ambiti più problematici, perché l’assenza di dati sul luogo e sulle circostanze del rinvenimento può coincidere con una provenienza ricostruita a tavolino dopo uno scavo clandestino o un’esportazione illecita.

Il Met dispone oggi di una squadra dedicata alla ricerca sulla provenienza, che opera insieme a curatori, restauratori, scienziati e studiosi esterni. Secondo i dati forniti dal museo, le verifiche condotte negli ultimi anni hanno ampliato o corretto le informazioni relative alla provenienza di quasi 2.500 opere, mentre centinaia di migliaia di schede della collezione risultano consultabili in rete. La pubblicazione delle provenienze permette agli studiosi e alle autorità dei Paesi d’origine di verificare le informazioni disponibili e di segnalare eventuali incongruenze. La quantità dei dati pubblicati rappresenta soltanto uno degli elementi della verifica. La qualità delle informazioni, l’indicazione delle lacune cronologiche e l’identificazione dei mercanti o dei collezionisti coinvolti risultano decisive per comprendere il percorso seguito da ogni reperto. Nel caso della figura Nayarit, le nuove informazioni hanno consentito di superare la provenienza registrata dal museo, che documentava il passaggio attraverso la Merrin Gallery e la successiva donazione. Tale sequenza descriveva gli ultimi trasferimenti dell’opera, senza chiarire la sua storia precedente e le circostanze dell’uscita dal Messico. La distinzione tra una storia collezionistica recente e una provenienza archeologica lecita assume quindi un peso preciso. La presenza di una vendita, di una donazione o di un’acquisizione museale documentata non risolve le lacune relative alla fase iniziale del percorso.

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