Louvre. Cold cases

Reperti archeologici noti e ampiamente documentati, ma con percorsi di provenienza ancora incompleti o irrisolti, riportano l’attenzione sulle zone d’ombra della circolazione delle antichità e sulle responsabilità storiche legate alla formazione delle collezioni museali

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Dopo il rientro in Italia di centinaia di reperti archeologici dal Museo Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (1) e la restituzione di 25 vasi dall’Altes Museum di Berlino (2), si apre un nuovo capitolo nella lunga vicenda dei beni culturali trafugati e illecitamente esposti nei musei europei: un altro “cold case” che attende ancora una conclusione definitiva. Si tratta di materiali archeologici individuati nel corso di anni di indagini condotte a fianco del magistrato Paolo Giorgio Ferri, reperti il cui percorso resta irrisolto nonostante l’emergere di prove documentali sempre più solide (3).

Una parte di questa storia è già emersa in riferimento alla collezione di José Luis Várez Fisa (4), ingegnere e uomo d’affari spagnolo (1928–2014), proprietario di circa 200 reperti archeologici e di una prestigiosa raccolta di dipinti di maestri come Goya e Velázquez. La collezione archeologica fu acquistata dal Museo Archeologico Nazionale di Madrid per circa 12 milioni di dollari, sollevando interrogativi mai del tutto chiariti sulla provenienza dei materiali.

Il catalogo della Collezione Varez Fisa

Ma è soprattutto il Louvre di Parigi a trovarsi oggi al centro dell’attenzione. Il grande museo francese, recentemente finito sulle cronache per un clamoroso furto che ne ha incrinato la reputazione, espone tuttora alcuni reperti archeologici il cui destino resta aperto nei rapporti con lo Stato italiano.

Il primo è un cratere a campana a figure rosse del Pittore di Issione, con la strage dei Proci da parte di Ulisse, databile al 330 a.C. e probabilmente proveniente da Cuma, come indicato dallo stesso sito del Louvre. Il vaso fu acquistato nel 1985, ma senza alcuna indicazione sul precedente proprietario. Il secondo reperto è un raro cratere-psykter attico a figure nere, attribuito alla cerchia del Pittore di Antimenes. La decorazione raffigura Dioniso con Menadi e Satiri e, nella fascia inferiore, la partenza di un guerriero e una danza di komasti. Anche questo vaso fu acquistato dal Louvre nel 1988, senza che ne venisse resa nota la provenienza.

Elementi decisivi emergono invece dalla documentazione sequestrata nel 2001 a Basilea, all’interno dell’archivio del noto trafficante italiano G.B., proprietario dei magazzini perquisiti e indagato dalla Procura di Roma. Tra le carte figurano fotografie e documenti relativi ai due vasi e alla loro vendita al museo parigino. I documenti attestano inoltre il coinvolgimento di un facoltoso collezionista svizzero, G.O., al quale il trafficante inviava report dettagliati sui reperti e sui profitti netti delle operazioni.

Ulteriori riscontri sono emersi da un’attività peritale svolta per il Tribunale di Trapani tra il 2018 e il 2021. In quell’ambito abbiamo riscontrato un’altra vendita al Louvre, conclusa tra il 1981 e il 1982: due figurine in terracotta policroma provenienti da Canosa, raffiguranti Nereidi su ippocampi che trasportano le armi di Achille. Sul sito del museo una delle statuine risulta acquistata nel 1892, dato che sembrerebbe essere frutto di un mero errore, poiché i documenti dell’archivio G.B. attestano l’acquisto nel 1982.

Una lettera del 20 ottobre 1981, indirizzata al Louvre, menziona una visita a Basilea della curatrice del Dipartimento di Antichità greche e romane del museo, finalizzata ad acquisti. Nell’elenco degli oggetti presi in considerazione compaiono proprio le due Nereidi, con un prezzo di 85.000 franchi svizzeri e una dichiarata provenienza da una collezione privata svizzera indicata con le iniziali K.H., riconducibili con ogni probabilità a Karl Haug, noto proprietario fittizio di numerosi reperti trattati dal trafficante italiano.

Ancora più recente è l’identificazione, da parte dell’archeologo Christos Tsirogiannis (5), di un’anfora attica a figure rosse del Pittore di Berlino (inizi V secolo a.C.), oggi al Louvre. Il vaso compare, insieme ad altre anfore di cui ci eravamo a lungo occupati, nell’archivio fotografico sequestrato nel 1995 a G.M. al porto franco di Ginevra: cinque polaroid lo ritraggono dapprima in frammenti e poi ricomposto, ma non ancora restaurato. Le integrazioni successive, oggi invisibili nella vetrina del museo, ne mascherano le lacune originarie.

Le stesse immagini documentano anche altre due anfore, anch’esse lacunose prima del restauro. Una di queste, attribuita sempre al Pittore di Berlino, è stata restituita all’Italia dal Metropolitan Museum of Art di New York nel 2007, in quanto oggetto delle nostre indagini, ed è oggi esposta al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

L’anfora panatenaica a figure rosse del Pittore di Berlino, ora al Louvre, e un’altra anfora panatenaica a figure nere del Pittore di Kleophrades confluirono nella collezione dei fratelli Hunt, pubblicata nel catalogo della mostra Wealth of the Ancient World del 1983 e venduta integralmente all’asta Sotheby’s nel giugno 1990. L’anfora oggi al Louvre riapparve nel 1994 in un’asta Sotheby’s a New York, prima di entrare nelle collezioni del museo francese. L’altra anfora panatenaica, visibile nelle polaroid insieme alle altre due, è riapparsa completamente restaurata nel numero 4 del Cahn’s Quarterly del 2015, pubblicato dalla galleria Cahn, e della quale abbiamo poi perso le tracce.

Le due anfore del Pittore di Berlino, quella oggi al Louvre e l’altra a Villa Giulia, furono inoltre coinvolte in una rete di scambi e donazioni di frammenti. Un frammento dell’anfora oggi al Louvre fu donato al museo da Dietrich F. von Bothmer, storico curatore del MET, autore di saggi sul catalogo Hunt e figura più volte coinvolta in operazioni di mercato opache, nonostante fosse stato insignito della Légion d’honneur francese. Un altro frammento dello stesso vaso è stato individuato presso Robert Guy, collezionista e curatore associato al Princeton University Art Museum, a sua volta coinvolto in diverse indagini della Procura di Roma.

Lo stesso Robert Guy aveva donato due frammenti dell’altra anfora, oggi a Villa Giulia, al Metropolitan Museum; il vaso era stato acquistato nel 1985 dalla Atlantis Antiquities di Robert Hecht, dopo un passaggio per l’asta Sotheby’s di Londra del 13 dicembre 1982, insieme all’anfora del Pittore di Kleophrades della galleria Cahn, lotti numero 220 e 221, tramite un intermediario svizzero legato a G.M.

Le vendite ripetute in asta, i molteplici passaggi in collezioni e gli scambi di frammenti – i famosi “orfanelli” – tra personaggi sempre gli stessi e sempre legati al commercio d’arte restituiscono un’immagine di ciò che è stato, e forse per certi tratti è ancora, il mercato dell’arte. Ed è forse l’unico elemento che oggi questi oggetti possono raccontarci, avendo perso – cancellato per sempre dallo sfregio dello scavo clandestino – gran parte della loro storia.

Resta ora da capire quale sarà il destino di questo complesso di reperti che il Louvre, così come il Museo di Madrid, continuano a esporre nonostante evidenze documentali sempre più consistenti sulla loro provenienza illecita. L’auspicio è che su di essi non cali nuovamente il silenzio e che non riemergano un giorno, narrati con la retorica a cui ci siamo oramai assuefatti (6).  

NOTE

  1. M. Pellegrini, Romanzo Criminale, in Archeo n. 284, 18 gennaio 2015, pp. 70-76.
  2. M. Pellegrini, Ritorno al futuro, su The Journal of Cultural Heritage Crime,   1 febbraio 2023.                                                                                
  3. D. Rizzo M. Pellegrin, The Italian   Archaeological Heritage Abroad Between Agreements. Debates and Indifference, in Stolen Heritage – Multidisciplinary Perspectives on Illicit Trafficking of Cultural Heritage in the EU and the MENA Region, pagg. 51-66.                                                                                                                               
  4. M. Pellegrini, La collezione “Várez Fisa” di Madrid, su The Journal of Cultural Heritage Crime, 9 dicembre 2020.                                           
  5. Tsirogiannis è un noto “art detective” greco di stanza nel Regno Unito che ha lungamente collaborato con il compianto Procuratore Ferri.
  6. S. Epifani, Quei vasi restituiti all’Italia e il ruolo degli archeologi nelle indagini, su The Journal of Cultural Heritage Crime, 9 maggio 2025.

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