di Maurizio Pellegrini


È notizia recente che lo Speed Art Museum di Louisville, città statunitense al confine tra il Kentucky e l’Indiana, ha deciso di restituire all’Italia un vaso di terracotta del IV secolo a.C. proveniente da scavi clandestini effettuati sul suolo italiano. Il ritorno di questo cratere a calice a figure rosse, raffigurante Dioniso su triclinio mentre gioca al cottabo, farà parte di un accordo pluriennale che il Ministero dei beni culturali ha avviato con il museo americano nell’ambito di una fruttuosa collaborazione.

Dal sito del Ministero apprendiamo che:

≪[…] la restituzione da parte dello Speed Art Museum del cratere proveniente da Paestum – ha dichiarato il Ministro Franceschini – permette il ritorno in Italia di un reperto che è parte del patrimonio nazionale. Il prezioso calice, come sempre avvenuto in questi casi, verrà destinato alla comunità da cui è stato sottratto≫.

Sappiamo anche che il museo ha proposto volontariamente il ritorno del reperto dopo aver ricevuto le prove, che ne suggeriscono lo scavo illecito e l’esportazione clandestina, direttamente dal greco Christos Tsirogiannis. Infatti l’allora assistente ricercatore dell’Università di Glasgow ha individuato le immagini del vaso provenienti dall’archivio di un magazzino presso il Porto Franco di Ginevra, sottoposto a sequestro nel 1995 dalla Procura di Roma, appartenente ad un mercante italiano, condannato nel 2005 in merito alla ricettazione e l’esportazione clandestina di beni archeologici. La provenienza della fotografia e le condizioni del cratere, ricoperto da abbondanti concrezioni terrose, hanno dato prova allo staff del museo americano della possibilità che il cratere sia stato frutto di uno scavo illegale.

Il cratere a calice risalente al IV secolo a.C da Paestum, antica colonia greca nell’Italia meridionale, nel 1990 era stato acquistato da Robin Symes, un commerciante d’arte specializzato in antichità con sede a Londra, il quale specificava di averlo acquistato da un collezionista privato di Parigi.

Il commerciante inglese è stato a più riprese coinvolto nelle nostre indagini e segnalato nel processo contro Marion True del Getty Museum e Robert Hecht, il trafficante internazionale che ha venduto il famoso Cratere di Euphronios al Metropolitan Museum. Il Symes è risultato fornitore a moltissimi musei di materiali archeologici, ha contribuito alla formazione di “note” collezioni archeologiche confluite in seguito nei musei americani, è tutt’ora indagato, nel Regno Unito, ed è stato oggetto di un mega sequestro di decine di magazzini di sua proprietà.
Purtroppo non solo i musei americani hanno acquistato con disinvoltura opere con provenienze alquanto discutibili ma, soprattutto, oggetti con una storia che non andava oltre gli anni ’70.

Nel corso del nostro lavoro di “indagine”, effettuato insieme a Daniela Rizzo in qualità di consulenti della Procura di Roma, abbiamo rintracciato importanti reperti archeologici in tutto il mondo e scoperto che a questo comportamento transnazionale hanno partecipato anche importanti musei europei, acquisendo antichità con la stessa disinvoltura.

Durante i lavori di consulenza ci siamo imbattuti quasi per caso, visitando da semplici turisti il Museo Archeologico Nazionale di Madrid, nel catalogo della mostra di una collezione privata di recente acquisizione. Il noto museo spagnolo l’aveva acquistata, forse anche in buona fede, dal noto collezionista e mecenate José Luis Várez Fisa – ingegnere e uomo di affari nato a Barcellona, classe 1928 e scomparso anni fa – che, oltre alla collezione di poco meno di 200 reperti di natura archeologica, iniziata negli anni ’70 e acquisita nel 1999 dal Museo di Madrid per 12 milioni di euro, possedeva anche numerosi dipinti di enorme rilievo tra i quali Goya e Velázquez.

Catalogo della mostra

Già da una prima analisi abbiamo individuato alcuni oggetti che ricordavano decisamente reperti raffigurati nelle foto sequestrate in Svizzera a due mercanti italiani, le cui copie digitali erano in nostro possesso per i lavori di indagine propedeutici al processo contro Marion True e Robert Hecht, appena iniziato, e per il quale eravamo testi e consulenti della Procura di Roma.

Tornati a Roma, mentre preparavamo la nostra esposizione per la seconda udienza del processo, abbiamo iniziato a guardare con più attenzione il catalogo e le nostre prime impressioni sono risultate esatte. Un’anfora a figure nere con partenza di guerriero (n° inv. 1999/99/51), nella quale la presenza di un cane ai piedi del guerriero ci aveva aiutato a memorizzare la scena, appariva in molte polaroid e foto del sequestro a Ginevra con evidenti ed abbondanti tracce di concrezioni e durante tentativi di restauro. Abbiamo poi scoperto che la stessa anfora era stata proposta in vendita all’asta Sotheby’s di Londra del 14 dicembre 1995 con il lotto n° 143, e, soprattutto, che non era mai stata pubblicata prima di allora. Poteva essere una coincidenza e, del resto, l’anfora, che era stata messa in vendita alla Sotheby’s, il collezionista avrebbe potuto averla acquistata direttamente; però sapevamo anche che, dai risultati dei nostri lavori di consulenti, era consuetudine vendere i reperti archeologici tramite aste pubbliche e riacquistarli mediante società di comodo appositamente create.

Poi, un’altra anfora a figure nere con Ercole che lotta contro Tifone (n°inv.1999/99/59) aveva avuto lo stesso percorso; anche per quest’oggetto l’iconografia è stata fondamentale e, tra le migliaia di immagini che abbiamo dovuto controllare, il semplice dettaglio di Tifone ci ha consentito di fissarlo nella nostra memoria. L’anfora era riprodotta in uno dei negativi fotografici trovati nel magazzino del Porto Franco di Ginevra e datato 14 novembre 1988, con intestazione “Framm.Ogg.Coll.+Ogg.Soth.Gen.” dal significato forse “Frammenti oggetti collezione e oggetti Sotheby’s gennaio o Genève”. Il fatto che l’anfora fosse passata per l’asta Sotheby’s del 22 maggio 1989 lotto 328 non ci poteva aiutare molto visto che José Luis Várez Fisa l’avrebbe sempre potuta acquistare direttamente all’asta.

Cratere n° inv. 1999/99/138.

La prova definitiva che la collezione Várez Fisa fosse stata costituita o, forse, solo foraggiata con materiale archeologico da scavo illecito ed esportazione clandestina dall’Italia, ce l’ha fornita la presenza del cratere a campana di Gnathia con Athena (n° inv. 1999/99/138). Anche il cratere risulta raffigurato su negativi nel sequestro del Porto Franco ma questo dimostra soltanto che fosse stato in possesso del mercante italiano, il quale, in fin dei conti, si è sempre dichiarato come un antiquario che acquistava e rivendeva gli oggetti; anch’esso era passato per l’asta della Sotheby’s di Londra del 14 dicembre 1990 con il lotto 296, risultato invenduto, ed è stato riproposto e venduto per 8000 Sterline nell’asta del 8 dicembre 1994, con il lotto 154, dalla società Edition Service.

Come emerso dal nostro lavoro di periti, parecchi reperti sono risultati oggetto di riciclaggio e ripulitura attraverso la casa d’asta di Londra, tanto che nel 1997 è stata obbligata a chiudere le vendite di materiali archeologici, lasciandosi però la possibilità di farlo ancora a New York.
L’asta dell’8 dicembre 1994 è quella che, ultima in ordine di tempo prima del sequestro avvenuto nel settembre 1995, ci ha permesso di individuare il maggior numero di prove di riciclaggio.

Ma c’è di più. Il cratere è addirittura ripreso in fase di restauro, insieme ad altri reperti coevi e di probabile stessa provenienza, sopra alcuni giornali in lingua tedesca su uno sfondo di piccole mattonelle. Per gli intrecci che erano affiorati nel corso di indagine, avevamo ipotizzato che l’ambiente in cui era stato fotografato appartenesse a Fritz Bürki, restauratore di fiducia di Robert Hecht, colui che ha restaurato il famoso Cratere di Euphronios e che, in più occasioni, era indicato nei vari documenti in sequestro. La conferma l’abbiamo ottenuta solo nel corso di un sopralluogo, accompagnando come esperti il Pubblico Ministero Paolo Ferri, recentemente scomparso, e i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, presso l’abitazione laboratorio del Bürki a Zurigo. Inoltre il retro dello stesso cratere risulta raffigurato anche tra le foto sequestrate nel 2000 a Parigi allo stesso Hecth. Non erano più semplici coincidenze; l’intreccio era dunque confermato e la collezione appariva decisamente costituita in buona parte da materiali provenienti da noti trafficanti di opere d’arte attivi in Italia ma con agganci in tutto il mondo.

Gli altri reperti vennero fuori a cascata. Un’oinochoe etrusco-corinzia (n° inv. 1999/99/36), proveniente sicuramente da Cerveteri, era anch’essa immortalata nei negativi in sequestro con l’intestazione  “Soth. Maggio Port.Franc 5/2/90” e pubblicata su bollettino Münzen und Medaillen 70, Basilea 1986, n° 191 di una casa d’aste con sede a Weil am Rhein in Germania e specializzata in monete. Un’anfora a figure nere con partenza in quadriga (n° inv. 1999/99/61) era raffigurata in parecchie polaroid sequestrate insieme ad appunti di vendita a un’asta, probabilmente da Sotheby’s, e mai pubblicata. E ancora una grande anfora a figure nere, con Ercole che lotta contro le Amazzoni (n° inv. 1999/99/60), appare in frammenti in alcune polaroid del sequestro di Ginevra e anch’essa non è mai stata pubblicata. Una lekythos a figure rosse con Nike in volo e un cratere a colonnette a figure rosse con scena di simposio (nn°  inv. 1999/99/109 e 96), erano ambedue presenti tra le foto sequestrate; la lekythos è passata per le aste Sotheby’s del 1988 e Christie’s del 1998, mentre il cratere è ritratto nei negativi denominati: “Soth. + 3 Pezzi Belli Annibale Port.Franc 18/1/90” e infatti l’oggetto è stato posto in vendita alla Sotheby’s di Londra all’asta del 22 maggio 1989 lotto 348; il reperto è apparso anche nei cataloghi della Royal Athena Gallery di Eisemberg, ancora un commerciante più volte apparso nel traffico di materiale archeologico, su Art of the Ancient World 71 (1995), e passato per l’asta Christie’s Antiquities di Londra del 10/7/92. Un cratere a colonnette a figure rosse, poi, con Dioniso e satiri (n° inv. 1999/99/97) compare nelle polaroid in sequestro con evidenti ed abbondanti tracce di concrezioni, dopo il restauro, con appunti di vendita probabilmente ad un’asta della Sotheby’s e mai pubblicato. Un cratere a campana a figure rosse con Dioniso, menadi e satiri (n° inv. 1999/99/100), è riprodotto nelle fotocolor e tra i negativi del sequestro del 1995 e pubblicato nel catalogo Sotheby’s di New York, vendita Parket-Barnet del 13/6/99.

 

Un cratere a calice a figure rosse con raffigurato Dioniso (n° inv. 1999/99/147) e un cratere a campana a figure rosse con Ercole e centauro (n° inv. 1999/99/124), appaiono sempre tra le foto del sequestro di Ginevra, quest’ultimo con appunti di vendita in dollari e passato per la Sotheby’s del 10-11/12/84 n° 364 e del 10/12/96 n° 187.

L’anfora italica orientalizzante (n° inv. 1999/99/159) ci fornisce un altro importante tassello nel corollario del traffico internazionale di opere d’arte. Questo reperto è presente tra le foto di un altro importante sequestro con appunto manoscritto recante le dimensioni del vaso e le scritte  P.A.K. (Palladion Antike Kunz). Nel 2001, in seguito a rogatoria internazionale della Procura di Roma, i Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Culturale hanno effettuato una perquisizione a Basilea e messo sotto sequestro importanti documenti e foto, insieme a circa 5000 reperti, ad un siciliano qui residente; restituiti all’Italia più di dieci anni fa e sui quali abbiamo lavorato per trovare centinaia di prove ed incastri, sono passati definitivamente nella disponibilità dello Stato e sono stati presentati finalmente al pubblico nel gennaio 2015.

Il faccendiere di Castelvetrano – sedicente imprenditore e mercante d’arte, emigrato in Svizzera – ha fornito reperti archeologici a tutto il mondo e recentemente, tornato in Sicilia, produce olio che, a suo dire, allieta persino la tavola della Casa Bianca.

Infine un’anfora a figure nere con preparazione per la partenza con quadriga (n° inv. 1999/99/53), ritratta in molte polaroid del sequestro di Ginevra con evidenti ed abbondanti tracce di concrezioni, ci fornisce un’ulteriore tessera che si incastra nel complicato mondo del traffico illecito di beni culturali. Pubblicata nel Minerva International Revue of Art & Archaeology del 1998 e nel catalogo Sotheby’s New York del 17/12/97, risulta raffigurata anche tra le foto sequestrate in Grecia a Robin Symes, insieme ad una coppa laconica con danza dei comasti (n° inv. 1999/99/45).

Symes è lo stesso personaggio che abbiamo citato e che ha venduto il cratere a calice a figure rosse, raffigurante Dioniso su un triclinio mentre gioca una partita a cottabo, che lo Speed Art Museum di Louisville ha deciso di restituire. Dulcis in fundo una kylix con giovane che si immerge nel vino (n° inv. 1999/99/84), proposta alla Sotheby’s di Londra nel luglio 1996, a maggio 1997 alla Christie’s di New York ma apparsa una prima volta nel 1992 nel catalogo Galleria Nefer di Frieda Chacos, colei che ha venduto al Paul Getty Museum i primi frammenti della kylix di Euphronios, decorata dal suo allievo Onesimos, restituita dal museo nel 1999 poiché risultata proveniente da scavo clandestino effettuato a Cerveteri.

Con questo il cerchio sarebbe ultimato se non vogliamo prendere in considerazione un’altra decina di oggetti archeologici che non sono stati trovati, fino ad ora, tra le foto e i documenti dei sequestri operati ma la cui provenienza suscita più di un dubbio.

Un’anfora a figure nere con raffigurazione di Hermes (n° inv. 1999/99/54), un’anfora a figure nere con Ercole che lotta con il leone (n° inv. 1999/99/55), una hydria a figure nere con corteo nuziale (n° inv. 1999/99/68), indicata, però, proveniente da scavi Montanari del 1833, una hydria a figure nere con Dioniso (n° inv. 1999/99/66), una lekythos a fondo bianco con raffigurato Apollo (n° inv. 1999/99/78), apparsa sul mercato nel 1993 da Christie’s, un’oinochoe a figure nere (n° inv. 1999/99/153), un’anfora a figure rosse con anse a torchon (n° inv. 1999/99/88), una kalpis a figure rosse col rapimento di Tetide (n° inv. 1999/99/105) e, infine, una coppa con pittura imitante il motivo di un cesto (n° inv. 1999/99/83), sono tutti reperti pubblicati negli anni nel catalogo Art of the Ancient World della casa d’asta Royal-Athena Galleries di Jerome M. Eisemberg, con sedi a New York e Londra, più volte incrociata nelle nostre indagini.

Tutti questi elementi contribuiscono seriamente a mettere in discussione la collezione Várez Fisa, acquistata nel 1999 dal Museo Archeologico Nazionale di Madrid.

Nel 2006, in qualità di consulenti tecnici del Comitato per le problematiche afferenti l’esercizio dell’azione di restituzione di beni culturali, abbiamo informato la Direzione Generale del Ministero proponendo di partecipare ad una missione informale a Madrid, con l’intento di consultare la documentazione sottoposta al museo a garanzia dell’acquisto, per proseguire la nostra ricerca. In un primo momento il Ministero sembrava interessato alla nostra proposta ma poi, per un’interruzione determinata dall’impegno nel processo contro Marion True e Robert Hecht o forse decisa da mutamenti nella Direzione Generale del Ministero, tutto si è fermato.

Tre anni dopo, nel 2010, continuando la nostra collaborazione con l’allora ancora redattore del Messaggero Fabio Isman, contribuendo con i nostri racconti alla redazione del suo libro I Predatori dell’Arte Perduta (Skira 2009), gli abbiamo confidato le nostre ultime ricerche. Fabio Isman subito ne dà notizia su Il Giornale dell’Arte (luglio 2010), che viene tradotto anche in spagnolo, e contatta José María Luzón Nogué, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Spagna nel periodo precedente l’acquisizione, che si trincera dietro un comodo ≪non abbiamo avuto alcun contatto da parte del Ministero per i Beni Culturali italiano≫. Invece Andrés Carretero Pérez, direttore responsabile della nuova esposizione del 2014, contattato da una ricercatrice dell’Archaeological Institute of America, ha affermato che il caso era ancora in fase di studio da parte dei servizi legali del Ministerio de Educación, Cultura y Deporte spagnolo.

Ora ci chiediamo qual sia la differenza tra il comportamento dello Speed Art Museum di Louisville, che informato da uno studioso greco, al momento residente ed operante nel Regno Unito e con il quale abbiamo uno stretto rapporto di collaborazione, si è subito offerto di restituire un reperto archeologico in odore di scavo clandestino e esportazione illecita, e quello del Museo Archeologico Nazionale di Madrid che, sommerso da rilevanti prove su di una quindicina di reperti della sua collezione Várez Fisa e alcuni interrogativi su una decina di altri, non ha avuto la stessa condotta.


Bibliografia

P.Watson-C.Todeschini,  The Medici Conspirancy, New York 2006.
J.Felch-R.Frammolino, Chasing Aphrotide, Boston-New York 2011.
F.Isman, I predatori dell’arte perduta, Milano 2009.  
Archeo. Attualità del Passato n. 375 (Maggio 2016) e n. 384 (Febbraio 2017).

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