“Archeologia salvata” al Museo Archeologico del Chianti
Nel convegno di Massa Marittima (Grosseto), il 27 e il 28 ottobre, verrà illustrata la recente scoperta di Fonterutoli, con materiali etruschi sottratti allo scavo clandestino e ora valorizzati nella mostra in corso a Castellina in Chianti (Siena).

Dal 27 giugno 2025 al 6 gennaio 2026 il Museo Archeologico del Chianti a Castellina in Chianti accoglie la mostra Archeologia salvata: i primi Etruschi a Fonterutoli, che inaugura le celebrazioni per i quarant’anni del Progetto Etruschi, avviato nel 1985 come modello di collaborazione tra istituzioni, enti locali e musei per riportare l’archeologia al centro delle comunità toscane. Il programma, rilanciato quest’anno con la sigla “Etruschi 85/25”, coinvolge la Regione Toscana, la Fondazione Musei Senesi, AMAT, la Provincia di Siena e il Ministero della Cultura, con l’obiettivo di coniugare ricerca, valorizzazione e divulgazione in una prospettiva partecipata.
La mostra ha origine da una vicenda che intreccia scoperta e tutela. Alla fine del 2024, nella zona di Fonterutoli, il Gruppo Archeologico Salingolpe ha segnalato movimenti sospetti che si sono rivelati legati a uno scavo clandestino. L’intervento coordinato dei Carabinieri TPC e della Soprintendenza ha permesso di recuperare oltre 130 reperti in bronzo, impedendo che finissero dispersi sul mercato illecito. Contestualmente è stata individuata una necropoli di grande interesse, con due tombe intatte – una maschile e una femminile – corredate da fibule, ornamenti e oggetti di uso quotidiano, databili tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C. È un caso in cui la prontezza delle segnalazioni, la vigilanza del territorio e l’efficacia delle istituzioni hanno fatto sì che frammenti di memoria collettiva potessero essere restituiti a una comunità.
Il percorso espositivo non si limita a presentare manufatti archeologici, ma racconta un processo: dallo scavo illegale al recupero, dal restauro alla restituzione. Ogni oggetto, dalle fibule agli utensili, viene presentato come testimonianza di un mondo che affiora dal sottosuolo e insieme come simbolo della fragilità del patrimonio e della necessità di difenderlo. In questo senso il titolo “Archeologia salvata” rimanda non solo alla protezione materiale dei reperti, ma anche al riscatto culturale di un territorio che rivendica il diritto alla propria storia.
L’evento è arricchito da momenti di approfondimento, come la conferenza inaugurale di Fabio Isman, voce autorevole sui temi dei traffici illeciti e del degrado del patrimonio, che offre una cornice critica per comprendere come dietro a ogni recupero ci siano dinamiche globali di mercato nero e responsabilità locali di vigilanza. Castellina in Chianti diventa così teatro non solo di una mostra, ma di un esperimento di cittadinanza attiva, dove la ricerca scientifica dialoga con la tutela, e la comunità si riconosce custode di un’eredità che appartiene a tutti.
In questa prospettiva, l’iniziativa si inserisce in una più ampia strategia regionale che guarda ai musei non come depositi statici, ma come luoghi di racconto e di connessione con il territorio. L’archeologia non resta confinata in vetrina: attraverso progetti digitali, visite virtuali e attività divulgative, i reperti di Fonterutoli diventano il punto di partenza per una riflessione sul valore della memoria storica e sulla necessità di difenderla contro ogni forma di dispersione.
Questa vicenda e i primi risultati del lavoro di ricerca trovano spazio anche nel convegno “Oltre la città. Il popolamento dell’agro in Etruria settentrionale nel I millennio a.C.”, che si tiene a Massa Marittima sabato 27 e domenica 28 settembre 2025 in onore di Giovannangelo Camporeale. Tra le comunicazioni in programma vi è infatti quella dedicata alla scoperta della necropoli di Fonterutoli, con la presentazione dei materiali già sottoposti a restauro e ora esposti nella mostra di Castellina. Il collegamento tra il cantiere di scavo e l’evento scientifico rafforza l’idea che la tutela non si esaurisca nella salvaguardia dei reperti, ma debba tradursi in restituzione pubblica, ricerca condivisa e confronto multidisciplinare, così che ogni rinvenimento possa arricchire la conoscenza complessiva del popolamento etrusco nell’Italia centrale.


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