Da Vondelkerk a Crans-Montana: la distruzione del patrimonio culturale e le future generazioni
L’episodio recente ad Amsterdam riporta al centro dell’attenzione il tema della vulnerabilità del patrimonio culturale di fronte a incendi e danneggiamenti, e delle conseguenze a lungo termine che la perdita di beni storici e identitari produce sulla memoria collettiva e sulle generazioni future
…E là in alto e davanti alla gente
Lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco…
(F. De André, “Giovanna d’Arco”, 1974)
La notte di Capodanno 2026 un incendio ha gravemente danneggiato la Vondelkerk di Amsterdam, già chiesa dedicata al culto cattolico, risalente al XIX secolo. Fu progettata dall’architetto Pierre Cuypers (1827–1921), noto per aver concepito anche la nuova sede del Rijksmuseum (1876), una struttura museale di fama internazionale.
Tornando all’oggi, dopo varie vicende, interventi e ristrutturazioni seguite alla sconsacrazione del 1977, la Vondelkerk è stata adibita a centro polifunzionale, dove si svolgono attività ed eventi. Le fiamme, probabilmente generate dall’uso improprio di un artificio pirotecnico in occasione dei festeggiamenti di fine anno, hanno causato il crollo della torre campanaria e di parte della navata centrale. L’emergenza ha comportato evacuazioni, la sospensione dell’elettricità e l’adozione di misure di sicurezza straordinarie; fortunatamente non si sono registrate vittime. Femke Halsema, burgemeester di Amsterdam (sindaca dal 2018), ha ribadito la priorità di tutelare anzitutto i residenti, mentre la comunità ha espresso disappunto per la perdita di un edificio storico. Le cause dell’incendio sono al vaglio delle autorità di polizia e restano al centro del dibattito sull’uso indiscriminato dei fuochi d’artificio nei Paesi Bassi.
Di cultura e prevenzione, nello specifico, abbiamo trattato diffusamente su queste pagine, da ultimo in questo articolo, con particolare riferimento alla normativa nazionale. I recenti fatti di cronaca, non solo interna, riportano tuttavia alla ribalta il tema, soprattutto quando i danni del fuoco non riguardano soltanto beni immobili e mobili, ma anche le persone.

Nelle stesse ore in cui la cattedrale gotica bruciava, un altro grave incendio colpiva un immobile di Crans-Montana, noto centro sciistico delle Alpi svizzere: una inquietante sincronicità. La matrice a monte sembra caratterizzata in modo analogo: uso improprio di artifici pirotecnici, mancata percezione del pericolo, carenza di presidi antincendio. La differenza tra i due eventi risiede negli esiti. Quanto accaduto nel locale aperto al pubblico della cittadina elvetica è stato tragico: un evento in cui giovani vite sono state spezzate, insieme alle loro aspirazioni e speranze allo stato nascente.
Siamo in grado di ripartire da qui, dalle ceneri, per consegnare qualcosa di significativo alle future generazioni? Forse dovremmo scolpire tutto ciò ad aeternam memoriam, fissandolo anzitutto nei cuori e nelle menti. Occorre superare la dimensione della casualità per affrontare seriamente il tema della prevenzione o, più propriamente, della cultura della prevenzione, intesa come prendersi cura di ciò che amiamo. Non possiamo ignorare i valori etici e le regole di portata universale che ci siamo dati. In questo senso, rileva il contenuto della Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future (Conferenza Generale dell’UNESCO, 1997) e, ancor prima, quello della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), in particolare l’articolo 3, secondo cui ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona. Si tratta di pilastri democratici fondamentali, ai quali si è pervenuti dopo lunghi e dolorosi percorsi storici.
Possiamo parlare davvero di tutela del patrimonio culturale se non ci prendiamo cura dei giovani, della loro incolumità, della loro educazione? Rischiamo di consegnare ai posteri territori segnati da guerre e calamità naturali, talvolta aggravate dall’incuria e dall’ignoranza. Quale futuro resta, allora, alle persone stesse? Questi fatti vanno colti come un segnale forte, un allarme capace di richiamare alla responsabilità collettiva, rifuggendo sensazionalismi, retorica e sterili tecnicismi. Non ci si può limitare, secondo una visione antica ma ancora attuale, a individuare esclusivamente responsabilità giudiziarie in capo a pochi, nel tentativo di assolvere tutti gli altri. Come si colloca tutto ciò nella contemporaneità? È davvero utile inseguire a ogni costo prospettive dichiarate innovative, rifacendosi in modo acritico al cosiddetto “umanesimo digitale”?
Vi sono almeno due aspetti da considerare: l’etica della responsabilità in chiave educativa e la dimensione culturale legata ai valori condivisi. In questo senso, non è superfluo ribadire il ruolo delle figure educative e, più in generale, delle istituzioni preposte alla funzione pedagogica, che dovrebbe fondarsi sull’esempio e su una misurata capacità di giudizio.
Resta, infine, una “zattera della speranza”, per approdare a un’humanitas non mediata o corrotta da barriere e illusioni, capace di riconoscere anche il valore del silenzio di fronte al dolore e il significato profondo del gesto dell’abbraccio.

Columnist – Cultural Heritage Expert

