Il Grand Tour e lo psicopompo. Un percorso possibile lungo gli itinerari archeologici

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Molto ho veduto, ma ancor più ho riflettuto: il mondo si svela sempre più, e anche quello che sapevo da tempo, soltanto adesso diviene realmente mio. Quale creatura è l’uomo! Impara presto a sapere, ma tardi a mettere in pratica.
(W. Goethe)

Goethe nella campagna romana, 1787, oggi allo  Städelsches Kunstinstitut, Francoforte su Meno (Germania).

Lazio, Tuscia, Valle dell’Aniene. Una geografia che rimanda immediatamente all’antichità per una sorta di assonanza, anche per chi non è aduso alle etimologie, men che meno alle trappole semantiche: di largo, di etrusco e di re Anio sarà rimasto pur qualcosa? Questa ampia zona, in effetti, è caratterizzata da diversi parchi e siti archeologici, con alcuni tratti in comune, soprattutto dal punto di vista naturalistico tipico di una vegetazione arcaica, ma con differenze basate sull’ordine cronologico, in relazione alle civiltà stanziatevi nel corso dei secoli, a partire dal IX secolo a.C.

Cerveteri, Tarquinia e Villa Adriana, 130 km circa di percorso stradale, da nord a sud, da ovest a est. Tyrsenoi e poi i romani: dai tre re di origine etrusca, che hanno governato Roma, fino agli imperatori. I collegamenti ci sono, eccome, ce lo ricordano perfino le filastrocche delle scuole elementari, ma anche le raffinate suggestioni di Marguerite Yourcenar, che vanno ben oltre la rigida storiografia, ma anzi la fanno apprezzare sotto una nuova luce, distante dalla pedanteria nozionistica. Dopo aver letto “Memorie di Adriano” ogni altro aspetto riguardante la civiltà romana assume una significanza diversa, quasi affettiva. Ci sentiamo un po’ tutti Adriano, che nel romanzo mostra tutte le sfaccettature della dimensione umana, attraverso un percorso introspettivo che si pone in maniera critica e inedita rispetto a se stesso, al suo ruolo di imperatore, di divinità. Questa pratica, esaltata dall’autrice nella narrazione, si riverbera su tutto ciò che lo circonda, in particolare l’architettura e i monumenti: la potenza dell’archè platonica pervade l’imperatore, più propriamente l’uomo al centro dell’universo per le sue idee e la connessa visione del mondo.

È ancora percepibile questa aulica tensione? Probabilmente no, e non perché sia un sofismo aristocratico ad appannaggio di snob 2.0. Sono mutate le sensibilità, la società, viviamo ormai in un’epoca che sembra rifuggire da qualsiasi forma di riflessione interiore, intellettuale, men che meno profonda. È l’epoca in cui il disimpegno e la fuga dalle responsabilità sono i tratti comuni di una società distratta, colpevole, per dirla come Hannah Arendt. Questa superficialità, purtoppo, si manifesta, in maniera palmare, anche attraverso le modalità con cui ci prendiamo cura del patrimonio culturale. Tutto sembra ormai volgere all’insegna del criterio quantitativo: i numeri che declinano le presenze, i visitatori, gli incassi, l’indotto ovvero tutto ciò che attiene alla dimensione economico-finanziaria, in aggiunta a un correlato consenso ricercato fatto di sterili e vuoti “mi piace”, provenienti da consumatori tout-court. Il resto conta poco, nulla, dimensione culturale compresa.

Passeggiando per questi luoghi si ha la sensazione dell’abbandono e, al contempo, da un lato una sorta di smarrimento di fronte a un’incontenibile natura, che avanza con una vegetazione invasiva, selvaggia, indice anche di una manutenzione non proprio attenta delle aree destinate al pubblico. Questa percezione è significativa a Cerveteri dove, anche per questi motivi, alcuni tumuli sono di fatto inaccessibili.
D’altro canto l’area archeologica di Tarquinia si presenta curata all’esterno, con uno spazio circostante ben tenuto anche nei vialetti che conducono alle tombe, i cui vetri però, rivolti alle camere tombali, spesso sono sporchi, umidi e quindi non funzionali a favorire la migliore fruizione ma anche una più banale visibilità degli affreschi dipinti sulle pareti.

Sorprende che siti di tale portata, inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, non dispongano di una guida dedicata, sostituita invece da una rivista di settore. Bookshop e altri servizi non pervenuti.
Villa Adriana appare meglio organizzata, al netto della difficoltà di reperire un semplice punto di ristoro nelle vicinanze, caratteristica che la accomuna ai siti di cui sopra. Il bookshop, o meglio la libreria (sic!), c’è, ben fornito di gadgets e pubblicazioni: tra queste anche “Memorie di Adriano”, in diverse versioni, compresa una che associa i brani più noti ai luoghi della villa, una sorta di guida letteraria improntata sulla dimensione naturale del sito. Siamo alla “corrispondenza di amorosi sensi”? Incombe la suggestione della componente spirituale? Forse, più semplicemente, certe cose fanno piacere e danno un po’ di fiducia. A volte basta poco, del resto la cultura passa anche da queste semplici forme umanizzate, azioni sociali all’insegna di un’auspicabile condivisione prospettica comprendente.

Il santuario di Ercole, inserito come la Villa nel sistema di gestione VILLAE, meriterebbe una lunga pagina a sé, ma saremo sintetici anche in senso hegeliano. Assai discutibile la restituzione dell’impatto del fronte del tempio in rapporto al luogo che, forse, contempera quanto gli è stato costruito intorno (una fabbrica di carta, sic!) ritenendola una struttura di archeologia industriale. Vi sono lavori in corso, di restauro, per restituire ai visitatori la possibilità di apprezzare dimensione e volumetrie: il luogo è maestoso in ogni caso. Tutto ciò che lo circonda, paese e accoglienza, sono desolanti. Nei pressi della Cattedrale, la mensa ponderaria, è chiusa e ricettacolo di immondizia nei suoi spazi di accesso.
Non si vorrebbe scatenare polemiche, bensì riflessioni costruttive. In definitiva i contesti considerati, per ragioni diverse, sono di un’importanza davvero notevole. Forse ci dovremmo domandare invece perché non riscuotono lo stesso successo di altre mete, aventi le stesse problematiche evidenziate, perfino amplificate, dal fenomeno dell’overtourism.

Il tema è d’attualità: Pompei ha beneficiato di un finanziamento complessivo di 105 milioni di euro, eppure a dispetto della notorietà, delle roboanti scoperte e connesse strategie di marketing, non sembra aver superato del tutto certe criticità, soprattutto in termini di fruizione e gestione del flusso turistico.
Forse è giunto il momento di affrontare la questione con più attenzione, senza prescindere da un aspetto fondamentale che è connaturato con la storia di cui è intrisa la nostra penisola. È necessario perciò coniugare le istanze culturali in previsione di possibili impatti negativi, prevenendo con misure concrete, beneficiando di finanziamenti pubblici oculati.

Un’altra considerazione attiene alla sicurezza, meglio dire la presenza di personale di vigilanza e/o di sistemi tecnologici di sorveglianza. I contesti considerati, tranne Pompei, pare non siano dotati di questi presidi fondamentali, nonostante siano stati in passato meta prediletta dei tombaroli.
Vale dunque l’alto mandato di salvaguardare un patrimonio che deve sopravviverci? Le testimonianze del passato, remoto e recente, costituiscono pagine di quella Storia universale, radice comune dell’Umanità. È giusto conoscerle e nutrirsene, ma senza che ciò le consumi rischiando di farne perdere frammenti con il trascorrere del tempo. Gli Etruschi prima e i Romani poi hanno scavato nelle rocche del centro Italia, alla ricerca di materiale per costruire, tufo e pozzolana, creando cavità profonde ma lasciando sempre risparmi funzionali alla tenuta di una stratificazione che oggi sappiamo risalire a un tempo in cui quelle zone erano occupate dal mare. Dal passato si può e si deve imparare, anche a rintracciare strategie che ne consentano una fruizione più consapevole e attenta, che benefici di strategie finalizzate ad assimilarne la bellezza senza che questa sia valutata solo come un oggetto destinato al mero consumo.

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