A cosa serve la storia dell’arte? Qual è il compito dello storico dell’arte? Perché si conservano i manufatti e le opere? Che cosa muove le comunità e i popoli quando preservano o distruggono i simboli e le testimonianze ricevuti dal passato? Luca Nannipieri, nel suo ultimo volume edito da Skira, prova a rispondere a questi quesiti, riflettendo sulla responsabilità sociale dello storico e del critico d’arte e mettendo a confronto il proprio pensiero non solo con i fondatori della disciplina, ma anche con i direttori storici di alcuni dei più autorevoli musei italiani ed europei e con personaggi che hanno trovato un posto nella storia per i capolavori che hanno salvato dalle distruzioni e dalle guerre.

Quello che si pubblica oggi è un estratto dal capitolo “Lotta al crimine” in cui l’autore affronta uno dei più complessi fenomeni della storia, i falsi d’arte. Non sempre ciò che viene definito falso è automaticamente oggetto di dolo o imbroglio ma anzi, per secoli, l’opera d’arte è stata un prototipo ed in quanto tale soggetta a riproduzione. Non solo gli atelier ma gli stessi autori immettevano sul mercato repliche e copie, spesso eseguite a più mani, per appagare la richiesta di committenti perfettamente consapevoli della non originalità di quelle opere. Si otteneva così anche un soddisfacimento a livello divulgativo e didattico.

Col tempo però la linea di demarcazione tra copia, imitazione e falso (nel senso negativo del termine) si è fatta sempre più stretta, in maniera proporzionale all’aumentare del valore dei pezzi autentici. Nelle zone d’ombra della storia dell’arte, vulnerabili e sguarnite per motivi storici, documentari o filologici, hanno trovato posto abili ed agguerriti “specialisti” in grado di realizzare, avendone ora gli strumenti per farlo, e piazzare falsi di assoluto pregio dal punto di vista formale, della fattura e della capacità imitativa a scopo lucrativo. Ed è in questi spazi che, secondo Nannipieri, uno storico dell’arte deve posizionarsi per dar conto della complessità del rapporto ambivalente tra originalità e imitazione nella storia dell’arte.

La visione è chiara, dunque: allo storico dell’arte va attribuito un ruolo attivo, di forte coinvolgimento sociale e di responsabilità verso la comunità; “…il compito del critico e storico dell’arte…è vedere e incentivare necessità di memoria, di studio, di conservazione, di condivisione, di desiderio, di denuncia, di lotta, che altri non vedono”.


“Lotta al crimine”

Il problema del falso, se esteso a tutti i suoi significati e varianti, ovvero alla questione delle copie, duplicazioni, alterazioni, opere spurie, apocrife, facsimili, doppi imperfetti, doppi a scopi didattici, falsi diplomatici, oggetti equivalenti, manufatti degli allievi firmati dal maestro come suoi personali, “alla maniera di”, “studio di”, “scuola di”, “nel gusto di”, emulazioni, imitazioni, citazioni, plagi, è pressoché presente in tutte le epoche storiche.

Finché la questione dei falsi si riduce, come spesso viene fatto oggi, a una battaglia tra guardie e ladri, tra malfattori e paladini della giustizia, tra criminali e difensori della legalità, a una polarità fumettistica di buoni contro cattivi, non si capisce che il falso è uno dei fenomeni più complessi della storia. Da sempre gli uomini hanno falsificato, alterato, manomesso, replicato, riprodotto, per motivi utilitaristici, funzionali, mercantili, politici, religiosi, propagandistici, educativi: ci sono stati secoli in cui falsificare era ritenuta un’operazione doverosa e giusta. Il rapporto ambivalente tra originalità e imitazione è uno dei più complessi della storia dell’arte e uno storico deve anzitutto dar conto di questa complessità.

Infatti, non sempre attorno alla parola “falso” si è legata la parola “dolo”, anzi la realtà è complessa e articolata perché alla falsificazione non è necessariamente legata l’intenzione dolosa del falsificatore. Inoltre il dolo cambia di valore e sostanza a seconda della geografia e del tempo. Ad esempio, in campo politico, le manipolazioni di determinati atti, testamenti, dichiarazioni, non sono volte a generare frode, bensì a incoraggiare svolte civili, istituzionali, autoritarismi, a giustificare guerre, richieste di pacificazione, ad attestare tradizioni che, senza questi inganni, non avrebbero potuto compiersi.

Una prova epocale su tutti è la cosiddetta “pia fraus”, l’inganno senza peccato, a fin di bene: ovvero, nel Medioevo, dentro i monasteri, l’azione di monaci che, per esaltare un santo, un monastero, i miracoli di un padre della Chiesa, per sostenere una condanna d’eresia, falsificano atti, documenti, bolle papali, diplomi imperiali, leggi, trattati teologici, opere letterarie, testamenti, indulgenze. Tutto questo veniva fatto nella serena consapevolezza di compiere un’opera doverosa, giusta, sacrosanta.

Tanti capolavori della scultura greca possiamo ammirarli dalle loro copie romane, giacché gli originali sono andati perduti e noi li vediamo dai multipli che, soprattutto nella Roma della Tarda Repubblica e dell’Impero, sono stati realizzati. Il Discobolo, realizzato da Mirone, era in bronzo e noi conosciamo la sua perfezione compositiva tramite le repliche romane, come quella custodita a Palazzo Massimo a Roma.

La questione dei falsi intesa come il rapporto ambivalente tra originalità e imitazione, è complessa e lo si può vedere anche in termini babelici, ovvero nella polifonia di declinazioni che la lingua latina ci ha lasciato in consegna. Falsus, -a, -um, letteralmente, che è in errore, che s’inganna, è usato sia in senso attivo di ingannatore, bugiardo, mentitore, sia in senso passivo di falso, falsificato, finto, non vero, erroneo. Deriva dal verbo fallo, -is, fefelli, falsum, fallere, che ha vari significati, ma principalmente viene usato per “ingannare”, “trarre in errore”, “simulare”. Ma fallo ha la stessa radice di fallacia, che significa “intrigo”, “trappola”, e anche “non attendibilità”, “non affidabilità”, come del resto lo sono i supposti falsi, ovvero non attendibili; fallo ha pure la stessa radice di fallace, che in italiano viene utilizzato per dire “ingannevole”, come lo è un falso, ma anche “mancante”, come lo è una copia incerta; le radici comuni proseguono e sono vari i termini usati dai latini per indicare una certa mendacità insita nel falso: falsarius è “il falsario”, “il falsificatore”; falsidicus è “il mentitore”, “l’ingannatore”; falsiloquus è “il menzognero”, “il bugiardo”; falsitas è “la falsità”, “la menzogna”; falla significa “frode”, “inganno”, termine che in italiano si è addolcito nella sua componente di colpevolezza, divenendo sinonimo di “rottura”, “manchevolezza”, “difetto di fabbricazione”; ma fallo in italiano continua sempre ad avere invece una sua intima contiguità con la colpa, l’errore, lo sbaglio, l’atto non conforme al vero.

Falso è ciò che un’attribuzione, più o meno condivisa, riconosce come non vero. Quindi quell’opera è sicuramente un falso? No, la storia ci insegna che ci sono stati vari manufatti giudicati prima veri, poi falsi, poi di nuovo veri, poi di nuovo falsi.

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Per gentile concessione di Skira Editore ©Tutti i diritti riservati

Il critico d’arte Luca Nannipieri (Photo credits Luigi Polito).

Luca Nannipieri, critico e storico dell’arte, ha pubblicato con Skira i libri “Capolavori rubati” (2019) e “Raffaello” (2020); dalla rubrica televisiva su RaiUno, “SOS Patrimonio artistico”, Rai Libri ha pubblicato il volume “Bellissima Italia. Splendori e miserie del patrimonio artistico nazionale”. Tra gli altri suoi libri, ricordiamo quelli allegati al quotidiano Il Giornale, come “L’arte del terrore. Tutti i segreti del contrabbando internazionale di reperti archeologici”, “Vendiamo il Colosseo. Perché privatizzare il patrimonio artistico è il solo modo di salvarlo”, “Il soviet dell’arte italiana. Perché abbiamo il patrimonio artistico più statalizzato e meno valorizzato d’Europa”. Dirige Casa Nannipieri Arte, curando mostre e conferenze, da Giacomo Balla a Keith Haring. 

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