A cena disquisendo di contrabbando con l’egittologa Edda Bresciani

di Luca Nannipieri


L’egittologa Edda Bresciani

Fu ad una cena confidenziale, in un riservato ristorante di Lucca, tra un delizioso antipasto di gamberi rossi, olio, limone, capperi e miele, e una catalana di crostacei che avrebbe fatto resuscitare Lazzaro una seconda volta, che mi confrontai a quattr’occhi sul contrabbando internazionale di reperti archeologici con la nota egittologa Edda Bresciani, professore emerito di Egittologia all’Università di Pisa, accademico dei Lincei, scomparsa ieri all’età di 90 anni.
Forse non si aspettava una cena del genere la compianta archeologa. E non per il benvenuto dello chef che ci portò al tavolo, appena seduti, su un piatto, una patata al nero di seppia, una patata con la paprika, una patata viola peruviana, e tre donzelle con l’acciuga, che avrebbero portato il resuscitato Lazzaro a correre di incontenibile ebbrezza fino ai primi filari d’ulivi della Val Graziosa.
La compianta archeologa sapeva di corrompere facilmente il mio suscettibile appetito (“L’amore passa, la fame no” – c’è scritto indelebile sulla mia bocca) e scelse lei il ristorante stellato. Ma non si aspettava quella cena.

Dopo avermi omaggiato del suo prezioso volume “I templi di Medinet Madi nel Fayum” (Edizioni Plus Pisa University Press), scritto assieme ad Antonio Giammarusti, che ripercorre le riflessioni della trentennale attività di scavo dell’Università di Pisa, dal 1978, presso la regione dell’oasi del Fayum, nel deserto Libico-Nubiano, si mise lì a disposizione delle mie domande.
Aveva cognizione che io fossi uno storico dell’arte, ma non che mi occupassi del mercato nero di manufatti e reperti archeologici. Così quando le presentai l’argomento della nostra socievole serata, scorsi un minimo di malcelata apprensione nel suo volto. Non che dubitassi della sua onestà morale e del rigore delle sue indagini scientifiche in terra d’Egitto, ma nonostante l’ottimo Sangiovese affinato in barrique, di cui il sommelier ci graziava il palato facendo calare con una certa frequenza quel nettare benedetto dalla bottiglia al nostro personale calice, fummo coscienti entrambi che stavamo entrando in un argomento assai franoso e che il nostro incontro sarebbe stato assai spigoloso.  
Lo fu, non ci fu dubbi, perché franoso e spigoloso è tutto il terreno tra egittologia, campagne di scavo ufficializzate da accordi universitari e ministeri, e il mercato illegale di reperti antichi.

Sembrano due mondi separati, da una parte il bene – rappresentato da archeologi dediti al lavoro di scavo in nome del progresso della conoscenza sul genere umano – e dall’altra parte, in maniera opposta, il male – rappresentato dagli avvoltoi che saccheggiano, depredano, razziano il sacro suolo per un puro profitto economico, andando ad immettere nelle vene nere del mercato illegale quanto, sotto la terra del sacro suolo, viene clandestinamente recuperato.
Però la realtà è sempre più sfumata, attorcigliata, sovrapposta, complessa. La netta e confortante distinzione tra buoni e cattivi, tra onesti servitori del bene pubblico e laidi malfattori al soldo dell’interesse privato, è solo una sceneggiatura per film concilianti con il luogo comune che esistano, in terra, eroi integerrimi e giusti da onorare e ladri irredimibili da arrestare e condannare al più truce dei supplizi.

Ciò che mi rivelò Edda Bresciani rimane in lei e in me come un segreto, e non ne farò parola, tanto più che lei stessa si premunì di dirmi che i suoi discorsi dovevano rimanere confidenziali. E così, per sempre, rimarranno: confidenziali.
Ma ciò che mi disse, dall’alto della sua onorata carriera di egittologa, per merito della quale l’ateneo di Pisa creò una cattedra nel 1968 in suo onore,  è andato confermando quanto cronache secondarie, mai approfondite, e singoli libri, mai così tanto ascoltati dai mass media, hanno da tempo documentato: ovvero che, anche in tempi recenti, esista una zona ombrosa, poco chiara, tra campagne di scavo, archeologi, galleristi, intermediari di vendita, case d’asta e trafficanti. Sembrano mondi separati: da una parte lo Stato o gli Stati dediti al recupero e allo studio intransigente e pulito delle glorie delle civiltà passate e dall’altra parte, gli sciacalli, i predatori dediti al furto e al mercanteggiamento criminale.
Ebbene, non è così. Edda Bresciani cautamente me lo confermò.  

Esiste una zona ombrosa tra legalità e illegalità, dove ciò che prescrivono la deontologia professionale, le carte dei valori, gli accordi bilaterali, le convenzioni internazionali, viene meno e si antepongono bramosie personali, responsabilità individuali, e soprattutto consuetudini collaudate da secoli di colonialismo e immunità di ruolo (si legga il mio libro in uscita “A cosa serve la storia dell’arte” Skira).

Fu un incontro prezioso.
Pagò lei la cena. Fu l’unica volta, nella mia vita, che una donna insistette per saldare per prima il conto del ristorante. E questa gentilezza mi sorprese.

Buon riposo, professoressa.   

Luca Nannipieri (foto di Luca Ferraina).

L’Autore

Luca Nannipieri (Pisa, 1979), critico d’arte, ha curato la rubrica “Capolavori rubati” al Caffè di RaiUno, da cui è stato tratto nel 2019 il volume omonimo pubblicato da Skira, dopo aver condotto “SOS Patrimonio artistico”, sempre nella stessa trasmissione, da cui è nato il libro Bellissima Italia, pubblicato nel 2016 da Rai Libri. Scrive su settimanali e quotidiani nazionali. Dirige Casa Nannipieri Arte, con cui cura mostre e conferenze di arte moderna e contemporanea, da Giacomo Balla a Keith Haring. Per Skira ha pubblicato Capolavori rubati (2019) e Raffaello. Il trionfo della ragione (2020).

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