Il ritorno delle Menadi: tra recuperi d’autore e qualche dubbio sulla provenienza
Quattro antefisse etrusche con Menade e Sileno, rientrate in Italia dopo indagini e restituzioni internazionali, sono esposte al Museo dell’Arte Salvata. I reperti provengono dal P. Getty Museum, dalla Ny Carlsberg e da Christie’s
Questa mattina, complice una giornata di sole ai primi di febbraio e spinto dagli ultimi articoli apparsi sul web, mi sono recato nuovamente al Museo dell’Arte Salvata. Forse per una sorta di masochismo professionale, volevo vedere di persona i “nuovi recuperi” annunciati. Proprio nella vetrina dove in precedenza erano esposti i due togati in bronzo che ben conoscevo, ho trovato quattro antefisse con Menade e Sileno. Tre di queste sono state a lungo oggetto delle nostre consulenze per lo scomparso sostituto procuratore Paolo Giorgio Ferri, consulenze che hanno portato, infine, al loro recupero. Individuammo la più bella, quasi integra e con i colori etruschi ancora vividi, subito tra le foto sequestrate al Porto Franco di Ginevra. Nel 2001, come consulenti della delegazione che accompagnò Paolo Ferri al Getty Center per l’interrogatorio della curatrice Marion True, chiedemmo chiarimenti direttamente a lei su quel reperto. Di quell’antefissa ricostruimmo la storia a ritroso o, almeno, il percorso intrapreso dopo lo scavo illecito in Etruria, probabilmente a Cerveteri.

Dopo averne individuato la parte inferiore tra le foto del sequestro, la trovammo esposta al Getty Museum di Malibu. Nella documentazione fornita dal museo su rogatoria, la Menade risultava acquistata dai collezionisti Barbara e Lawrence Fleischman nel 1996; appariva inoltre sulla copertina del catalogo “A Passion for Antiquities”, edito dal Getty nel 1994 in occasione di una mostra. I Fleischman erano proprietari di una grande collezione archeologica formata in poco tempo con materiali provenienti da tutti i mercanti indagati da Paolo Ferri. Nel 1996 il Getty Museum acquisì, in parte come donazione, la quasi totalità delle opere archeologiche della collezione. La collezione arrivò al Getty Museum accompagnata da una documentazione molto scarna: schede anonime che indicavano solo il nome del venditore e la data di acquisto ma, soprattutto, nessuna indicazione circa la storia recente dei reperti, dato importantissimo e irrinunciabile affinché la collezione possa essere ritenuta lecita. Indicavano inoltre che tutti i beni erano stati acquistati tra il 1987 e il 1990, dunque in un breve lasso di tempo, per essere poi rivenduti a partire già dal 1992, a dimostrazione che non si trattava di seri collezionisti animati dall’amore per l’arte ma di veri e propri commercianti. I Fleischman avevano acquistato l’antefissa tramite Robin Symes, il quale l’aveva a sua volta acquistata all’asta Sotheby’s di New York del 1990 nella vendita dell’intera collezione Hunt. Il reperto era già apparso nel catalogo “Wealth of the Ancient World” nel 1983, dopo un’esposizione a Fort Worth (1).



La collezione Hunt apparteneva ai fratelli Nelson Bunker e William Herbert, collezionisti di Dallas, che accumularono una grande quantità di materiali di grande importanza e li misero in vendita da Sotheby’s a New York nel giugno 1990. Nel corso delle indagini è emerso che gran parte dei materiali di questa collezione furono acquistati attraverso la mediazione di Robert E. Hecht (1). È singolare come nella collezione Hunt siano transitati reperti eccezionali, inclusa la kylix di Euphronios con la stessa iconografia del famoso cratere e il cratere di Euphronios con la morte di Kyknos, anch’esso rientrato, oltre a molti altri recuperati e ad alcuni intercettati nei musei e in attesa di restituzione. Il cratere di Euphronios con la morte di Kyknos era esposto in prestito al Metropolitan Museum of Art di New York ma di proprietà di Leon Levy e Shelby White. La collezione appartenente alla ricchissima coppia Leon Levy e Shelby White ha avuto una storia con epilogo differente: si componeva di numerosi oggetti archeologici di altissima qualità, molti dei quali erano raffigurati nelle fotografie sequestrate al Porto Franco di Ginevra, che i collezionisti acquisirono attraverso i consueti nomi del mercato illecito, secondo una modalità ben consolidata; fu esposta in una mostra al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1990 e pubblicata nel relativo catalogo, a cura di Dietrich von Bothmer, “Glories of the Past, Ancient Art from the Shelby White and Leon Levy Collection”. Nel 2008 Shelby White ha restituito all’Italia dieci oggetti archeologici della sua collezione, tra cui il cratere, sottratti illegalmente dal nostro territorio. Nel 2023, grazie all’impegno di Matthew Bogdanos, Assistant District Attorney di New York, che ha proseguito e implementato il lavoro di Paolo Ferri utilizzando anche le nostre consulenze, sono stati restituiti una quarantina di oggetti della collezione, sequestrati in parte presso il MET, dove erano in prestito, e in parte presso l’abitazione di Shelby White. La “nostra” antefissa è tornata in Italia nel 2007 insieme ad altri 40 reperti restituiti dal Getty, anche grazie al terremoto mediatico scaturito dal processo contro l’ex curatrice dell’arte classica del Getty, Marion True.

Avevamo inseguito a lungo le altre due antefisse dopo una consulenza sul Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen effettuata nel 2003. Quell’indagine ha portato solo nel 2016 all’accordo per la restituzione di un intero corredo della tomba con carro bronzeo di Colle del Forno, Monte Libretti, insieme a oltre cento terrecotte etrusche, tra cui le Menadi. Queste apparivano in alcune Polaroid rinvenute a Ginevra, fotografate insieme subito dopo lo scavo clandestino e una di esse accostata alla parte inferiore della Menade Getty. La quarta, invece, è una parte inferiore di Menade con Sileno che avevamo già incrociato nella pubblicazione “Italy of the Etruscans”. All’epoca, non conoscendone la collocazione ultima né avendo documenti certi, non ritenemmo opportuno informare la Procura. Vederla oggi esposta insieme alle sue “sorelle”, però, mi ha dato comunque una grande soddisfazione. Dalla descrizione risulta che sia stata recuperata su segnalazione dell’ARCA, Association for Research into Crimes against Art, guidata da Lynda Albertson. Fu proprio lei a contribuire nel 2022 anche al ritorno di un’altra antefissa di Menade-Sileno apparsa da Christie’s, poi acquistata e donata allo Stato da Bulgari con un gesto di mecenatismo. Giusta la citazione del contributo dell’associazione per quest’ultimo pezzo, ma le altre Menadi risultano nel percorso espositivo come recuperate genericamente solo per il contributo dell’Arma e del Ministero.

È qui che, a mio avviso, nasce un possibile equivoco sulla provenienza. L’antefissa recuperata tramite ARCA/Bulgari e non esposta è riconducibile per affinità alla Menade presente nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, rinvenuta nel 1937 a Veio, località Campetti. Quella attualmente in mostra, recuperata nel 2025, viene accostata alle altre restituite dal Getty e dal Ny Carlsberg, definendo anche queste provenienti da un unico tempio in località Campetti, Veio. Pur non avendo la possibilità di un confronto autoptico né la pretesa di una conoscenza esaustiva della materia, metto sul piatto i dati in mio possesso: le quattro antefisse sembrano simili, ma la più completa è leggermente più grande (3). Inoltre, le due che conservano la base mostrano lo zoccolo del satiro e i piedi nudi; quelle certamente di Campetti, invece, indossano i calcei repandi, scarpe con punta rialzata, e non presentano la zampa del satiro. Nel catalogo “A Passion for Antiquities”, pur confrontando il pezzo con quelli di Veio e Civita Castellana, si affermava: “Is said to come from Cerveteri”.
È noto che trafficanti e musei compiacenti utilizzavano spesso indicazioni di provenienza fornite direttamente dai mercanti. Nel catalogo “Wealth of the Ancient World”, lo stesso reperto veniva ipotizzato come proveniente da Civita Castellana, mentre nella scheda tecnica di Carlotta Schwarz nel catalogo “Colori degli Etruschi” del 2019 (2) si torna a ipotizzarne la provenienza da Caere. Ora sta di fatto che nella presentazione delle opere esposte si tende a enfatizzare che: “Il recupero del Comando Carabinieri TPC del dicembre 2025, e l’esposizione delle quattro antefisse trafugate in anni diversi e qui riunite per la prima volta, rappresenta un ulteriore traguardo nell’attività di contrasto allo scavo clandestino e all’illecito commercio internazionale. Costituisce anche un’occasione unica di conoscenza, sensibilizzazione e valorizzazione del patrimonio culturale, ed etrusco in particolare, sottratto all’Italia” (3) e ancora “Il rientro e l’esposizione di questi manufatti rappresentano un ulteriore passo nel lavoro di tutela, studio e valorizzazione del patrimonio archeologico recuperato. La loro esposizione non solo offre al pubblico nuovi strumenti di conoscenza del mondo etrusco, dell’architettura templare e delle decorazioni fittili, ma amplia il percorso espositivo che, pur essendo permanente, continua a rinnovarsi e a sorprendere” (3), mentre uno studio più approfondito sulle dimensioni delle antefisse potrebbe determinare almeno la matrice di provenienza di ognuna di esse e, comunque, non citare le prove oggettive delle immagini di scavo e le affinità dei rapporti tra i trafficanti non aiuta alla ricollocazione degli oggetti e, soprattutto, non presenta alcuna prova oggettiva che provengano con certezza da Veio.
NOTE
(1) D.Rizzo-M.Pellegrini, Collezionismo: vera passione o puro interesse?, in Ladri di antichità II (in corso di pubblicazione).
(2) Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini Centrale Montemartini AA Cangemi 2019.
(3) Comunicato stampa Museo Arte Salvata.

Reporter fotografo negli anni ’70/’80. Già Funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso varie Soprintendenze Archeologiche e Musei, e Direttore archeologo presso la Soprintendenza dell’Etruria Meridionale e nel Museo Etrusco di Villa Giulia. Ha ideato e organizzato progetti didattici, prodotto video e opere multimediali. Ha tenuto corsi di archeologia forense, tecniche di documentazione audiovisiva e comunicazione archeologica. Consulente della Procura della Repubblica di Roma per indagini volte al contrasto del traffico illecito e al recupero del materiale esportato illecitamente. Ha fatto parte del Comitato per il Recupero delle Opere d’Arte all’Estero, partecipando alle trattative con i musei americani.


