L’arte razziata dai nazisti e il tempo della restituzione
Il saggio di Fabio Isman ricostruisce le vicende delle opere sottratte dal Terzo Reich, seguendone le tracce tra confische, mercato e archivi. Dalle grandi collezioni razziate agli strumenti musicali, il libro mostra come le ricerche di provenienza continuino a riaprire casi irrisolti. A ottant’anni dalla guerra, restituzione e risarcimento restano questioni giuridiche e storiche ancora aperte
È stato pubblicato alcuni giorni fa da Il Mulino il saggio di Fabio Isman, L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra. Un volume interessante poiché tratta il tema della restituzione e del risarcimento per le opere d’arte trafugate, una questione che, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, continua a sollevare interrogativi etici, giuridici e storici. Le ricerche di provenienza, negli ultimi anni, hanno portato alla luce centinaia di opere passate di mano durante il periodo del nazismo, spesso scomparse nei mercati neri dell’Europa occupata, dopo essere state confiscate.
E così oggi non si tratta solo di capire chi sia il legittimo proprietario di questi beni, ma anche quale ruolo abbiano avuto musei, collezionisti e istituzioni finanziarie nel mantenere o, in alcuni casi, ad occultare nel tempo queste eredità “scomode”.

Quattro furono le tipologie di confische attuate dal Terzo Reich: quelle che videro gli ebrei costretti a disfarsi delle proprietà artistiche dopo l’ascesa al potere di Hitler nel 1933; quelle che il Führer requisì per il faraonico progetto di un museo nella sua Linz; quelle che il Maresciallo del Reich Hermann Göring, amante dello sfarzo, destinò alla sua collezione privata, che divenne tra le più imponenti d’Europa; infine quelle rastrellate dai militari tedeschi ovunque piantassero la bandiera con la svastica. Le collezioni di Hitler e di Göring sono state in gran parte recuperate grazie all’opera dei Monuments Men, sui quali è incentrato un capitolo del libro di Isman, che è dedicato a Rodolfo Siviero, l’agente segreto che salvò molte opere d’arte italiane a rischio della vita. Gli elenchi dei beni culturali razziati dai nazisti includono diverse tipologie: dai quadri alle sculture, dai gioielli agli oggetti di culto fino ai libri e agli strumenti musicali antichi.
Tanti gli strumenti ad arco coinvolti. Moltissimi quelli cremonesi. L’ultimo caso in ordine di tempo e di una certa importanza è stato dibattuto alcuni mesi fa quando un violino Stradivari del 1709, rubato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato rinvenuto a Tokyo. Scomparso nel 1945 col nome “Mendelssohn, 1709” è riapparso in Giappone col nome “Stella, 1707”, fotografato per una mostra a Tokyo nel 2018. L’identità tra i due strumenti con denominazione e date diverse è stata anche confermata da Jason Price, fondatore della casa d’aste Tarisio, che lo ha avuto in conto vendita per qualche tempo, senza finalizzare. Lo Stradivari è oggi di proprietà del violinista giapponese Eijin Nimura, che lo ha acquistato nel 2005, menzionandolo sempre in contesti pubblici e respingendo con forza qualsiasi giudizio di illecito da parte sua dal momento che lo strumento è stato acquistato in buona fede.
Per autotutela, anche alcuni Musei stanno procedendo ad una minuziosa verifica dei beni che espongono, non solo per questioni legate al fenomeno della looted art ma anche per far piena luce sull’autenticità di alcuni strumenti musicali di loro proprietà. Ad esempio, lo scorso anno il Museo storico di Basilea (HMB) ha indagato sulla provenienza di un violino attribuito a Nicolò Gagliano, liutaio italiano del XVIII secolo, con una storia poco chiara alle spalle. Era stato venduto al Museo da Henry Werro, un liutaio e commerciante svizzero noto per il suo coinvolgimento nella “guerra dei violini” degli anni ’50 e condannato dal Tribunale elvetico su specifica denuncia di Giovanni Iviglia, Presidente della Camera di Commercio Italiana in Svizzera. Werro fu condannato per frode poiché era solito rimuovere le etichette dai violini più antichi per applicarle a strumenti di qualità inferiore, che vendeva come capolavori di valore. Non è escluso che molti strumenti di liuteria così “rimaneggiati” fossero prima passati attraverso le confische del Reich e che le “manipolazioni” fossero un atto necessario per occultare la vera provenienza dei beni compravenduti. Il Museo storico di Basilea ha inoltre esaminato 30 strumenti a corda e a percussione con storie poco chiare, molti acquisiti dopo la Seconda Guerra Mondiale, confermando al termine delle indagini che nessun bene musicale analizzato fosse il risultato di acquisti illegittimi.
La comunità internazionale, sulla complessa materia delle opere sottratte dai nazisti, si è mossa in modo disomogeneo e, ad oggi, non esiste alcun trattato vincolante che normi la materia a livello internazionale. Gli Alleati, già nella Dichiarazione di Londra del 1943, si riservarono il diritto di invalidare le vendite avvenute nei territori occupati dal Reich. Fu un primo passo. Ma una sistematizzazione è avvenuta solo nel 1998 con la Conferenza di Washington, che ha fornito undici indicazioni di principio per identificare le opere, mettere in rete le conoscenze acquisite dagli archivi, ritrovare i legittimi proprietari o i loro eredi ed arrivare ad una soluzione equa: tra i molti citabili si ricorda il risarcimento del 2021 legato al caso del violino Giuseppe Guarneri (Cremona, 1706) di proprietà della Fondazione “Franz Hofmann e Sophie Hagemann” che ha riconosciuto 285.000 euro ai discendenti del commerciante Felix Hildesheimer che fu costretto a vendere lo strumento nel 1938 a causa delle leggi razziali naziste e del decreto sulla famigerata “tassa di fuga del Reich”.
Un plauso, dunque, al giornalista Fabio Isman che, da anni impegnato nello studio del traffico illecito d’arte e autore del saggio citato, ha voluto raccontare numerose storie travagliate di opere d’arte trafugate dai musei o sottratte a collezionisti privati, che sono tornate a far parlare di sé tra i colpi di maglietto dei banditori delle Case d’Asta e quelli dei giudici nelle aule dei Tribunali.

Fabio Perrone, cultore di Strumenti Musicali (L-ART 07) presso la Facoltà di Musicologia dell’Università degli Studi di Pavia. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio di Verona, laureato a pieni voti in Musicologia presso l’Università degli Studi di Pavia e con lode in Conservazione dei Beni Culturali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Parma. Esercita dal 2000 attività di consulente in materia di beni culturali. È iscritto al Collegio Lombardo Periti-Esperti-Consulenti e al Collegio Periti Italiani. Dal 2004 è Perito e CTU presso il Tribunale di Cremona e CCIAA e collabora con le Compagnie di Assicurazione nel settore tecnico (servizi di stima e perizie di strumenti musicali nonché consulenza assicurativa specifica). Oltre alla libera professione esercita attività di insegnamento: è stato docente di strumenti musicali presso il Conservatorio di Musica “Briccialdi” di Terni, è stato docente di Legislazione e Museologia presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona e dal 2002 tiene regolarmente seminari presso il Dipartimento di Scienze Musicologiche dell’Università degli Studi di Pavia. Collabora col Sole24Ore e ha insegnato al Master Management dell’Arte e dei Beni Culturali presso la Business School del Sole24Ore.

