Gli “Identity men” e la protezione del patrimonio culturale

Oggi stiamo combattendo in un Paese che ha contribuito enormemente al nostro patrimonio culturale, in un Paese ricco di monumenti che, con la loro stessa creazione, hanno prima concorso alla crescita della nostra civiltà e ora la illustrano. Noi siamo tenuti, nella misura possibile in guerra, a rispettare questi monumenti”

Così il generale Dwight D. Eisenhower il 29 dicembre 1943 alle truppe alleate di cui era al comando in Europa. Un comunicato che arriva cinque mesi dopo lo sbarco in Sicilia: l’esercito anglo-americano si era aperto un varco verso l’Europa continentale con la grande operazione chiamata in codice “Husky”. Intanto, il Cenacolo aveva rischiato la distruzione sotto i bombardamenti di Milano tra il 14 e il 15 agosto di quell’anno: la chiesa di Santa Maria delle Grazie e soprattutto il refettorio con l’opera di Leonardo, subirono ingenti danni. Come per miracolo, l’unica parete che aveva resistito alle bombe e al fuoco era proprio quella con l’opera vinciana. Nella stessa notte furono gravemente danneggiati il Castello Sforzesco, la Pinacoteca di Brera, il teatro Manzoni – solo per citare alcuni luoghi simbolo del capoluogo lombardo. Non meno gravi i bombardamenti in altri luoghi della Penisola: si pensi, per esempio, all’area archeologica di Pompei, che fu colpita nella serata del 24 agosto.

Effetto dei bombardamenti a Pompei: la Palestra Grande e l’Anfiteatro (Foto da Pompeii Commitment).

Tutto questo aveva scosso la coscienza degli studiosi, degli esperti del settore e altresì dei grandi gerarchi della guerra: la fortuna aveva preservato il Cenacolo dalla distruzione, ma che cosa ne sarebbe stato del patrimonio culturale del Bel Paese, diventato oramai teatro del conflitto armato? L’incognita sul suo destino restava, soprattutto di fronte all’azione distruttrice dei bombardamenti. Si trattava, infatti, di una guerra che veniva dall’alto, vera novità di quei tempi, con l’uso di bombe, che causavano devastanti incendi difficili da contenere, e che procedeva via terra nelle forme che si conoscono, con in più il pericolo incombente del saccheggio dei più grandi capolavori d’arte. L’ultima razzia in ordine di tempo era stata quella di Napoleone un centinaio di anni prima e si sa bene come andò a finire.

Il patrimonio culturale italiano ed europeo era in grave pericolo, e proprio adesso che la guerra era arrivata al suo culmine, esso diventava anche strumento di propaganda da entrambe le parti per denigrare il nemico. A seguito, dunque, delle distruzioni già in atto e di quelle possibili, si registrò la presa di coscienza da parte degli alleati sulla necessità di proteggere il patrimonio culturale italiano. E la direttiva del generale Eisenhower segnò in questa direzione un momento decisivo, con il cambio di rotta nell’ottica della salvaguardia del patrimonio culturale nelle fasi concitate della guerra in Italia. Si attivarono Roosevelt, che inviò gli uomini della “Monumenti”, e Churchill, che dietro petizione decise di affidare la missione a un gruppo di esperti d’arte.

Prende le mosse da questi eventi Identity Men. Gli uomini e le donne che hanno difeso il patrimonio culturale italiano (1943-1951), di Alberto Meomartini e Andrea Villa, e pubblicato da Skira. Non è un testo sui Monuments Men, difusamente celebrati prima nei libri e poi al cinema. La chiave di lettura qui è un’altra: protagoniste sono le persone che si riconobbero nei beni d’arte, che vanno intesi come espressione di identità culturale da difendere a ogni costo. Era nelle parole di Eisenhower, era nella convinzione di tutti quelli che si attivarono per la protezione del patrimonio dagli sfregi di un conflitto mondiale e anche di quelli che andarono ben oltre gli incarichi affidati.

Ed è così che la grande storia si arricchisce di volti di uomini e donne, inglesi, americani, italiani e non solo, archeologi, storici dell’arte, funzionari dello Stato, volti di gente comune, che a rischio della vita si spesero nella protezione delle opere d’arte dalla distruzione dei bombardamenti, dal saccheggio, dalle avide mani dei gerarchi nazisti. In maniera avvincente gli autori, attingendo in maniera puntuale ai dati d’archivio, tracciano una panoramica della situazione europea durante il conflitto, con particolare attenzione all’Italia.

In posa davanti all’obiettivo, gli uomini della “Monumenti” mostrano alcune opere recuperate al termine delle operazioni belliche in Europa.

Il testo di Meomartini e Villa racconta delle azioni di tutela improntate dal Ministero dell’Istruzione, che allora si occupava anche di tali aspetti, e in particolare di come molti edifici fossero stati protetti con sacchi di sabbia per resistere ai bombardamenti o di come molte collezioni museali fossero state nascoste all’interno di edifici considerati sicuri. Azioni non sempre risultate efficaci. Nel libro si incontrano personaggi come Leonard Woolley, l’archeologo inglese che aveva ispirato anche la penna di Agatha Christie, o l’americano George L. Stout, interpretato da George Clooney nel celebre film Monuments Men. Accanto a loro figurano moltissimi italiani, dai più noti Pasquale Rotondi ed Emilio Lavagnino, fino al meno conosciuto e altrettanto importante Gian Alberto Dell’Acqua, il salvatore della collezione di Brera o a Palma Bucarelli e Fernanda Wittgens.

Il recupero di una tela di Rembrandt nella miniera di sale di Altausse, in Austria, luogo scelto dai nazisti per nascondere le opere d’arte razziate.

Tra le fatiche più grandi, quella di fronteggiare le organizzazioni che avevano l’obiettivo di portare via le opere d’arte, come la ERR creata da Alfred Rosemberg o la Divisione Göring, posta al comando del feldmaresciallo, braccio destro del Führer. A destare preoccupazione era anche il Kunstschutz, l’ente ufficialmente creato per salvaguardare il patrimonio dai danni della guerra e il cui capo, Langsdorff, era invece impegnato a scegliere accuratamente le opere da mandare ai suoi capi, avidi collezionisti di capolavori dell’arte italiana. Si racconta di come molte opere d’arte, ma anche molti libri antichi, fossero finiti nelle mani dei soldati tedeschi, pronti a trasferirli in Germania, e di come tali beni fossero stati recuperati dopo la caduta di Berlino. Senza dubbio tra i colpevoli figuravano anche alcuni soldati delle truppe alleate, che si portarono dietro vari souvenir, convinti di farla franca. Si veda in particolare l’azione di Guerriera Guerrieri, direttrice della Biblioteca Nazionale di Napoli, impegnata a difendere il patrimonio librario dell’ente partenopeo dal “fuoco amico”. E per una volta il volume guarda a un aspetto spesso taciuto: il saccheggio perpetrato dagli italiani in missione nelle campagne d’Africa e di Grecia e la necessità di riflettere su come il nostro paese, come gli altri, avesse un debito nei confronti dei popoli sottomessi.

Strategico fu il lavoro nel dopoguerra dei Monuments Men: restituire l’arte rubata ai vari paesi, che ne erano legittimi proprietari, non fu sempre facile impresa. In Italia si distinse in tal senso Rodolfo Siviero, a cui si deve il ritorno a casa di tanti importanti capolavori. L’intera narrazione è corredata da interessanti aneddoti, come quello della collaborazione tra Woolley e Lawrence d’Arabia, e si sofferma spesso nella descrizione e nella storia delle opere, con l’obiettivo di fornire al lettore l’idea dell’enorme importanza di questi capolavori, della assoluta necessità di salvaguardarli e di quanto si debba essere grati ai coraggiosi e a volte dimenticati Identity Men.

A.Meomartini-A.Villa, Identity men. Le donne e gli uomini hanno difeso il patrimonio culturale italiano durante la seconda guerra mondiale (1943-1951), Milano 2021.

Editore: Skira
ISBN: 885724521
EAN: 9788857245218
Formato: 14 x 21cm
Pagine: 288

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