“Chi diede la vita ebbe in cambio una croce”

Quando visito Firenze, culla del Rinascimento italiano, c’è un tratto di strada che percorro a piedi, lentamente, osservando tutto intorno, nel (vano?) tentativo di rivivere l’atmosfera di quel periodo straordinario: da Ponte Vecchio, al piazzale degli Uffizi, piazza della Signoria, via del Proconsolo, fino al Bargello, storica e prestigiosa sede museale, che ospita collezioni tra le più importanti al mondo.

Ebbene, fin qui di ‘giallo’, come ricorda la nostra rubrica, tranne il foulard di seta indossato da un’elegante signora che sta visitando le sale, nemmeno l’ombra ma, dovendo omaggiare il Sommo Poeta, mi dirigo verso la Cappella del Podestà per ammirare l’affresco realizzato da Giotto. Dante tra la schiera dei Beati, elevato agli altari per essere venerato dai credenti, oggi dai visitatori del museo. D’altra parte, all’interno della cappella, tra scene bibliche ed evangeliche, di oggetti di devozione ve ne sono diversi. In particolare uno desta la mia attenzione: un crocifisso custodito in una teca di vetro.

Mi documento a riguardo. La storia di questo manufatto palesa, sorprendentemente, tinte tendenti al ‘profondo giallo’. Qualcuno lo ha denominato Crocifisso Gallino, riferendosi al cognome dell’antiquario che dopo averlo acquistato lo offrì in vendita allo Stato italiano – per svariati milioni di euro – come opera realizzata dalla mano del giovane Michelangelo tra il “1400 quasi 1500”. Qualcuno potrebbe scandalizzarsi, memore dell’evangelica cacciata dal tempio dei mercanti o, per rimanere coevi alla genesi artistica del crocifisso in disamina, ad anatemi savonaroliani. A mio avviso è più interessante e stimolante comprendere e fornire spunti di riflessione su questa vicenda intricata risalente a qualche anno fa (il 2004 per la precisione).

“Crocifisso Gallino” (foto Wikipedia)

Anzitutto, sembra che questa bella scultura lignea non sia provvista di documenti che ne attestino la provenienza e la storia: fonti aperte rimandano a uno studio iconografico e alla possibile ascrizione, probabilmente suggestiva, alla famiglia fiorentina dei Corsini.
Il materiale con cui è stata realizzata è un altro mistero: legno di pioppo o di tiglio, come indicato nel testo curato da Giancarlo Gentilini. La rassomiglianza anatomica con il Cristo crocifisso di Michelangelo,  ospitato nella Basilica di Santo Spirito, forse ha ingenerato ulteriori dubbi, in altri certezze.

Gli esperti si sono dunque spaccati in due fazioni: pro o contro Michelangelo. Sono stati fatti altri nomi di artisti illustri: Del Tasso, Sangallo, Sansovino. Non è la prima volta che accadono storie simili nella terra delle bischerate e zingarate: teste di Modì nel canale di Livorno docet, ma qui è diverso. Si è parlato di un bene che potrebbe avere una provenienza ecclesiale, quindi sottoposto a particolare tutela. Questo aspetto, però, dagli articoli di stampa consultati non emerge chiaramente e non si esclude perciò possa essere stato pensato come oggetto di devozione privata, il che complica ulteriormente la faccenda. Sta di fatto che il crocifisso, dal Museo Horne di Firenze, ha fatto il giro del mondo, da Oriente a Occidente, fino ad approdare al cospetto di Sua Santità Benedetto XVI in presenza delle delegazioni diplomatiche nazionali presso la Santa Sede; successivamente è stato esposto presso la Camera dei Deputati e la biblioteca reale di Torino durante le Olimpiadi invernali del 2006. Un bel battage, non c’è che dire, che ha coinvolto giornali e tv.

Non si esclude che proprio durante queste ‘ostensioni’ e ‘peregrinazioni’ qualcuno si sia incuriosito, forse perfino insospettito per qualche motivo, e abbia voluto vederci chiaro, anche perché le richieste del mercante d’arte subalpino erano piuttosto esose anche di fronte al provvedimento di notifica del bene, ritenuto di interesse storico artistico particolarmente importante dallo Stato italiano. Il contratto di vendita, formalizzato nel 2008, riporterebbe la somma di 3,25 milioni di euro, partendo da una valutazione di 18 milioni di euro, come opera attribuita a Michelangelo. Sono perciò scesi in campo i Carabinieri dell’arte e la procura della Corte dei Conti. La vicenda ha assunto toni imbarazzanti perché sono stati coinvolti funzionari e dirigenti pubblici e tutta una serie di personaggi in vista del mondo dell’arte. Le polemiche, divenute roventi, arrivarono in alto fino al Ministero, tra batti e ribatti, pubbliche conferme, smentite, scarichi di responsabilità.

Pare che dalle indagini sia emersa una compravendita avvenuta oltreoceano, negli anni Novanta, da parte di un antiquario fiorentino che, a sua volta, avrebbe rivenduto l’opera al collega torinese per pochi milioni di lire italiane. Curiosa questa notazione, sebbene sia risaputo, soprattutto nell’ambiente degli antiquari fiorentini, che molti beni di pregio italiani, segnatamente toscani, abbiano invaso la terra dello zio Sam a partire dalla fine dell’Ottocento fino ai primi del Novecento. È noto altresì che, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, la Toscana abbia rappresentato un centro di attrazione per gli artisti statunitensi, assai interessati non solo ad importare gli antichi modelli culturali, ma anche all’acquisto di beni d’arte: al punto che alcuni noti antiquari della città gigliata cominciarono ad aprire filiali nelle principali città americane.

Ritorniamo alla vexata quaestio. L’inchiesta giudiziaria non ha consentito di pervenire a una paternità certa dell’opera. I dubbi permangono anche in relazione ad alcune condotte dei soggetti che, a vario titolo, sono stati coinvolti nell’affaire, per cui sono stati aperti procedimenti penali. In ogni caso, la magistratura contabile nel 2012 ha ritenuto l’opera di valore artistico, anche se di valenza economica molto inferiore rispetto alle cifre di cui si è detto.

Insomma, tutto questo clamore per un piccolo Cristo in legno policromo? E’ così importante concentrarsi sulla originalità di un’opera? Difficile rispondere a questi interrogativi. Certo è che, trattandosi di un bene acquisito dallo Stato, sarebbe doveroso essere prudenti, se non altro per non sperperare le risorse finanziarie pubbliche e per rispetto verso i contribuenti. D’altro canto, pare che in merito a questo ‘crocifisso della discordia’ il grande Federico Zeri si sarebbe pronunciato in questi termini: “Se non è di Michelangelo, è di Dio…”.
Forse il giallo si dipana proprio con questa sorta di responso oracolare, formulato, meglio dire trapelato, a titolo gratuito e per il bene di tutti.

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