di Carlo Maria Vassallo

«D’altronde sono sempre gli altri che muoiono»
M. Duchamp

Non spaventatevi per la citazione, è “colpa” di Borges… Mi appresto, semplicemente, a condividere alcune considerazioni scaturite dalla lettura del recente volume di Ugo Nespolo, un condensato di materia.

Il titolo è provocatorio, lapidario: Per non morire d’Arte. Una sorta di epitaffio che ci inchioda impietosamente alla contemporaneità flagellata da una pandemia che pare aver appiattito ulteriormente la creatività. L’autore, a tratti con raffinata ironia, tra logos e pathos, invita tutti noi a riflettere insieme a lui. Sollecita a porsi interrogativi narrando innanzitutto la sua stessa esperienza di vita, indissolubilmente legata a un’attività artistica poliedrica che spazia dalla pittura al cinema: più di mezzo secolo di esperienze culturali di respiro internazionale, che lo hanno portato a frequentare personaggi come Andy Warhol, Arman, Enrico Baj, Lucio Fontana, Duchamp!
Una sfida, una ricerca continua, che afferma la centralità del gesto creativo, dello studio dell’estetica e dei contenuti, in un panorama mondiale dove l’unico parametro divenuto importante sembra ormai esser il prezzo, espressione becera del quantitativo, risultato di un mercato drogato che fagocita e vomita tutto.
L’opera d’arte è considerata alla stregua di suppellettile, status symbol, idolo musealizzato, allo stesso tempo oggetto indistinguibile proposto al pubblico globalizzato sulle piattaforme virtuali caratterizzate da un imperante isomorfismo tecnico.

Dov’è finita la vera Arte?

Tra i fenomeni più interessanti e meritevoli di citazione in questa sede, vi è quello che l’autore coglie e spiega come un processo perverso che sta alimentando, per certi aspetti legittimando, la produzione del falso. L’artista rischia di trasformarsi nel «primo falsario di sé stesso», soggiogato a un sistema vorace e a spregiudicate strategie commerciali e comunicative che a volte non lasciano scampo.

Ugo Nespolo con testa Beyus, anni ’80

Al di là del furore creativo, delle devianze e degli eccessi artistici “perdonabili”, è d’obbligo una valutazione sul piano criminologico. È indubbio che questo stato di cose induca immediatamente a riflettere su come sia possibile affrontare, efficacemente, il fenomeno della contraffazione, soprattutto delle opere contemporanee. Allo stesso tempo, è importante ragionare su come si debba esprimere la tutela della produzione artistica degli artisti, compresi quelli viventi, con particolare riferimento alla commercializzazione sia nazionale che internazionale, alla produzione e allo sfruttamento economico del diritto d’autore.

La cosiddetta “industria del falso”, molto prolifica nella produzione su vasta scala, non soffre affatto per la pandemia, specie se volgiamo lo sguardo all’Oriente: è un vero e proprio danno all’economia mondiale, di cui si parla troppo poco, in maniera superficiale o in contesti specialistici interdetti ai non addetti ai lavori. Si potrebbe liberamente seguire il suggerimento di Nespolo, destarsi, porsi domande, esprimere dubbi senza timore, alla ricerca di risposte soddisfacenti, di rimedi concreti.

Abbiamo disperato bisogno di riferimenti, di riscoprire valori ed esperienze utili a orientare meglio il nostro pensiero critico e riflettere seriamente sul destino del mondo dell’Arte, per dare il nostro contributo e ritrovare slancio per il futuro. L’artista appassionato – Nespolo lo è – sente più di altri il peso di questa responsabilità di evitare di evaporare o peggio di «morire d’Arte…», solo e abbandonato.

Maria Callas, la divina, cantò «Vissi d’Arte, vissi d’Amore, non feci mai male ad anima viva…».
Se non leggerete il libro, potrebbe essere per mea maxima culpa, ma cerchiamo almeno di salvare Tosca, prima che sia troppo tardi.

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