Il (nostro) tesoro più grande. Una recensione

Presentato per la prima volta al pubblico il 6 marzo, nella prestigiosa Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani presso il Senato della Repubblica a Roma, “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale” è l’ultimo volume della collana editoriale della Fondazione Enzo Hruby

Il tesoro più grande

A distanza di 4 anni da Un capolavoro chiamato Italia, la raccolta si arricchisce di un testo multiforme che prende spunto e corpo da una ricerca che la stessa fondazione ha commissionato ad AstraRicerche. Cosimo Finzi, direttore dell’Istituto, ne ha curato lo studio, mentre il libro è a cura di Salvatore Vitellino.

In cosa consiste il “tesoro d’Italia”? Qual è il valore economico che i cittadini attribuiscono ai beni culturali? Come intendono i fruitori la tutela e la valorizzazione? A queste e ad altre domande ha risposto un campione molto eterogeneo di 1051 intervistati online. A partire dalla raccolta dei dati e dall’analisi, anche in confronto con report di altre istituzioni nazionali ed internazionali, i sei capitoli si completano di altrettanti contributi a firma di sei autorevoli autori che vanno a comporre l’architrave polifonica del libro. Ricerca e riflessione, dunque, per arrivare a delle analisi dall’approccio multidisciplinare e, laddove possibile, alla formulazione di proposte correttive – anche in tema di riconoscimento e sicurezza – o di scavo e rimarcazione delle criticità già emerse in fase d’indagine.Unanime è sia il giudizio degli italiani rispondenti alla ricerca sia quello dei turisti stranieri rilevato altrove: Roma è la città più bella del mondo. E il Colosseo è quanto di più rappresentativo si avvicini al concetto di “patrimonio nazionale”: «il grande monumento vince sul quadro o sulla statua singola; l’antichità è di gran lunga più apprezzata della modernità; la natura “libera” è preferita alla natura “modellata”; e soprattutto le singole opere d’arte scolpite nel nostro immaginario sono molto più amate dei musei».

Eike Schmidt, direttore dal 2015 delle Gallerie degli Uffizi, si è misurato con Il capolavoro Italia nell’immaginario straniero: dallo sguardo di Goethe e Byron, Shelley e Shakespeare, all’influenza che in patria le loro opere hanno avuto nella costruzione di una visione, talvolta idealizzata, del Bel Paese. Completano il contributo di Schmidt una valutazione – in termini di autonomia, programmazione e reinvestimento – della riforma Franceschini e una panoramica dei programmi didattici che gli Uffizi negli anni hanno strutturato per e con gli istituti scolastici di ogni ordine e grado.

Attorno ai sentimentiorgoglio e ammirazione su tutti – e al senso di appartenenza si dipana il secondo capitolo che trova nelle pagine di Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, una triplice dimensione – territoriale, civile e manageriale – in grado di sviluppare la propensione dei musei a costruire «ponti con il pubblico, la politica e gli stakeholder dei luoghi» in cui operano accanto alla «capacità di creare ricadute economiche sul territorio, di intessere percorsi formativi con istituzioni scolastiche e civili», negli ospedali e nelle carceri. «Gli italiani sono molto critici verso il sistema di gestione del patrimonio culturale e artistico nazionale: le potenzialità sono enormi, il contributo all’economia già importante ma potenzialmente molto superiore.

Si avverte un chiaro senso di spreco di opportunità» nella lettura dei dati e ciò, secondo Pier Luigi Vercesi, inviato speciale del Corriere della Sera, dipende in larga parte dal fatto che «non abbiamo sviluppato un’imprenditorialità pubblica che lo sappia fare (come in Francia) e, in molte regioni, non si fa nulla per “metterlo a reddito”». A questo si affianca un gap educativo dalle molteplici e devastanti ricadute nel breve ma soprattutto nel lungo periodo: «chi non conosce il proprio passato non riesce ad apprezzarlo, anzi lo evita per non sentirsi più ignorante di quello che è».In tema di tutela l’opinione si ricompatta e riconduce le criticità ad alcuni fenomeni: «il rischio di danneggiamento, di deperimento, di decadenza del patrimonio dovuto a fattori ambientali ma anche all’impatto umano». Inoltre (e purtroppo), «agli occhi degli italiani il Paese sembra fermo (e quindi in arretramento rispetto agli altri Paesi) nel tutelare la bellezza presente e nel generarne di nuova». Una implementazione dell’uso della tecnologia, delle pene più severe e un incremento di consapevolezza e di rispetto – attraverso lo strumento educativo scolastico – è quanto maggiormente richiesto dal campione analizzato.

Il contributo di Tiziana Maffei, presidente ICOM Italia, è senz’altro quello che offre una visione – talvolta drammatica nella sua nuda e cruda verità – completa e puntuale, senza sconti e senza ossequio circa le vulnerabilità del patrimonio culturale e quanto ancora disatteso, i rischi reali naturali e la percezione comune di essi, le misure antisismiche e la sicurezza anticrimine1, l’aggiornamento normativo e l’armonizzazione legislativa internazionale. Si procede ancora “in ordine sparso” e con risultati qualitativi difformi. Una delle possibili soluzioni è quella di coinvolgere fattivamente personale specializzato e personale scientifico perché «ognuno è responsabile e può contribuire per la sicurezza del patrimonio custodito». Un’altra è l’introduzione del «concetto etico di cura: di sé e di ciò che ci circonda. Nella cura vi è l’azione del porre attenzione, sostenere, coltivare, che in quest’ultima accezione contiene anche il senso materiale di lavorare il terreno per renderlo produttivo». I binomi “sicurezza e tecnologia” e “tecnologia ed elemento umano” si configurano come imprescindibili e non più procrastinabili. Il catalogo dei dispositivi è ormai estremamente diversificato e personalizzabile in site specific, inoltre i costi – non più proibitivi – sono imparagonabili a quelli ascrivibili alla “non-sicurezza”.

L’88% degli intervistati indica la Pubblica amministrazione come principale attore preposto alla tutela, il che trova corrispondenza – come tracciato da Carlo Hruby, vicepresidente della Fondazione Enzo Hruby – «nel profondo radicamento negli italiani del dettato della Costituzione: siamo tutti consapevoli che l’alta funzione di proteggere e tutelare i beni artistici e ambientali del Paese spetti allo Stato». Siamo perciò meno propensi a “delegare” a fondazioni e mecenati privati, tuttavia gli istituti sono spesso sguarniti di sistemi di rilevazione left object, stolen object, e panic and disorder. «Negli ultimi anni si è registrata una aumentata sensibilità da parte delle istituzioni verso la sicurezza del patrimonio; ci auguriamo – scrive Carlo Hruby – che gli investimenti in questo campo diventino prioritari e si arrivi presto a istituzionalizzare la figura del security manager nell’ambito dei beni culturali».

Andrea Erri, direttore generale della Fondazione Teatro La Fenice, sottolinea la «carente integrazione fra le varie articolazioni delle amministrazioni culturali e le filiere che generano valore aggiunto, in particolar modo nel comparto turistico» e quanto «una tradizione formativa più attenta all’aspetto conservativo che alla valorizzazione» abbia ritardato la necessità di «considerare conservazione, tutela, fruizione e valorizzazione in maniera organica».

A Luca Nannipieri, critico d’arte e giornalista, sono affidate le conclusioni che imputano al grado di accessibilità una incidenza diretta sull’apprezzamento del patrimonio stesso e il riconoscimento del suo valore. Inoltre «la bellezza non è una realtà statica, autoreferenziale, ma una realtà di relazione» che cresce a seconda della capacità di costruire una narrazione attorno a sé e nell’attitudine di produrre una esperienza godibile in ambienti confortevoli e sicuri.«Spiegare ai ragazzi che vivono immersi in un patrimonio come quello italiano, tale che ogni angolo del Paese è scrigno di tesori inestimabili, serve – scrive ancora Carlo Hruby – a far loro aprire gli occhi sul fatto che siamo immersi nella bellezza. Ma non dobbiamo mai abituarci a essa e a stancarci di riscoprirla». Di raccontarla e di proteggerla.

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Salvatore Vitellino (a cura di), Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale, Fondazione Enzo Hruby, Milano, 2019.

Note
1Nel 2015 ICOM Italia, in collaborazione con i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e il MiBAC, ha curato il Manuale per la sicurezza anticrimine.

Mercoledì 08 maggio 2019

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