Combattere il fuoco col fuoco

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Alright,
Now dig this, baby

You don’t care for me
I don’t-a care about that
You got a new fool, ha! (Jimi Hendrix “Fire” 1967)

Non me ne voglia nessuno, sarà il solito influsso postmodernista, ma quando si discute di perfomance artistiche, nello specifico di combustioni (di chitarre elettriche) il mio pensiero va a Jimi Hendrix: non potrebbe essere altrimenti. I suoi riti celebrati sul palcoscenico del duro e ruvido rock delle origini rappresentano ancora un unicum a distanza di oltre di cinquanta anni. Sono stati spesso maldestramente imitati da parvenu privi di carisma, nel vano tentativo di cogliere, per dirla con Jung, i segreti della magia dell’inconscio collettivo.

Prima di lui solo il grande Paganini, ha fatto meglio. Lui, come noto, non ripeteva, si bruciava i polpastrelli pizzicando le corde, incendiava l’archetto, evitando però di fracassare, diversamente dalle Fender Stratocaster di Hendrix, il suo prezioso Guarnieri del Gesù. Lo strumento perfetto, che coniuga sapienza artistica e ingenieristica, formidabile propaggine corporea, mirabilmente padroneggiato da Niccolò per eseguire i più arditi virtuosismi.

Jimi Hendrix brucia la chitarra al termine di un suo concerto (foto: copertina di “Rolling Stones”).

Tanti altri, con vicissitudini più o meno fortunate, si sono cimentati con il fuoco in campo artistico. Rimanendo entro i confini nazionali mi piace ricordare Burri, celebre esponente del movimento dell’arte povera. La sua produzione artistica si fondava su una visione critica, anti decorativa, legata ad esperienze personali risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui ha vissuto il dramma della morte della distruzione che ha voluto riproporre, in maniera inedita, nelle sue composizioni materiche.

Dopo questo excursus storico, mi appresto a trattare di squali e buoi in formalina, di teschi diamantati. No, andiamo oltre, soffermiamoci alla recente prestazione pirica dell’artista britannico Damien Hirst, che sembra mostrare, più di ogni altra cosa, una spiccata vena imprenditoriale nell’ambito delle tecnologie digitali, proiettata verso gli scenari futuristici del metaverso.

L’eccentrico artista di Bristol ha appiccato il fuoco a una serie di opere da lui stesso realizzate in precedenza, in occasione della sua mostra presso la Newport Street Gallery di Londra. L’evento è stato diffuso in diretta streaming e pare debba essere replicato fino alla conclusione dell’esposizione, che avverà il 30 ottobre prossimo.

Si tratta di un gesto creativo che si rinnova? Di marketing culturale? Forse, più banalmente, di una campagna pubblicitaria per promuovere un brand?

Bisogna rimanere con i piedi per terra, procurarsi un secchio colmo d’acqua per spegnere le fiamme per evitare di bruciarsi. Nella circostanza è venuto fuori l’argomento NFT (Not Fungible Token) che, come tutte le novità, divide le schiere in fan entusiasti e inveterati criticoni.

Come valutare l’operazione di mandare in fumo dieci milioni di sterline?

In effetti questa trovata farà lievitare il valore degli oggetti che saranno convertiti in NFT, uno status che, per ora, a un livello più generale, sembra incontrare il favore di limitate schiere di persone, abili nel muoversi nel “brodo intellettuale digitale” e per ottenere probabilmente utili cospicui in criptovalute.

Tutto legittimo, non stracciamoci le vesti, forse solo qualche opacità da chiarire. È abbastanza evidente che in questo caso sembra pesare di più il fiuto per gli affari rispetto alla pura e disinteressata creatività. In effetti, al netto dei gusti personali, per definizione indiscutibili, si fa fatica a ritrovare un elemento artistico coerente,  stimolante dal punto di vista estetico, riconducibile a una maestria esecutiva: forse questi aspetti non contano più? Può darsi.

Violino denominato “Il Cannone” appartenuto a N. Paganini (foto: Musei di Genova).

È pur vero che, per non smarrirsi irrimediabilmente nel fumo, bisogna tenere conto della realtà circostante.

Si potrebbe presumere che tutto ciò possa essere utile ad incentivare una modalità, in parte inedita, di fruizione dell’opera d’arte (prendiamo per buono lo sia veramente) massimamente democratica, se non altro più interattiva e social: va bene, ma fino a un certo punto.  

Un dipinto di Caravaggio, nonostante l’intrinseca potenza compositiva e comunicativa, in grado di sfondare ogni barriera, non trasmette le stesse emozioni se lo si apprezza attraverso uno schermo o con un altro mezzo virtuale, in una modalità di fatto succedanea. Tutti dovrebbero poter ammirare le tele del pittore maledetto dal vivo, per sperimentarne autenticamente il valore artistico. Brucereste perciò una tela di Caravaggio? Forse avrebbe potuto  farlo lui stesso, visto il temperamento notariamente fumantino ne sarebbe stato capace, colto da un improvviso ripensamento durante la fase esecutiva di un dipinto. Fuori da questo alveo sarebbe un atto oltremodo folle, criminale, evocativo delle scellerate distruzioni di libri e di opere d’arte perpetrate dai nazisti, in questo senso impossibile da giustificare.

Emerge perciò un dubbio connesso essenzialmene alla concezione attuale delle opere d’arte, in particolare di quelle contemporanee, sempre più spesso considerate e percepite come oggetti privi degli attributi tradizionali e/o particolari dell’opera d’arte, meri beni fungibili, spesso seriali, al pari di altri generi di consumo, alla stregua di orpelli decorativi da contestualizzare secondo i gusti.

Del resto l’influenza vigorosa della pop art ha sdoganato ampiamente questo concetto, ricorrendo alla provocazione e spogliando l’opera d’arte di qualsiasi componente ortodossa e sacrale: il loro produttore, in senso stretto, le può dunque bruciare con facilità, senza timore, adducendo motivazioni bizzare ed esaltare il paradosso per ottenere facili e numerosi consensi: il golem del quantitativo impera e schiaccia la negletta qualità.

Un po’ più complicato, se non impossibile, perché attiene la dimensione psicologica, è la comprensione del meccanismo che induce all’acquisto e alla fruizione di queste opere a trasformazione compiuta. Subentra probabilmente, intrecciandosi con la legge economica della domanda e dell’offerta, la vanitas autoreferenziale da un lato e la smania perversa di possedere qualcosa che si ritiene unico, essenzialmente perché costoso e di moda: riaffiora il potere dello status symbol che non viene scalfito dalle influenze digitali, anzi per certi versi ne è rafforzato alimentando di fatto il fenomeno insidioso del digital divide e dei suoi effetti negativi di cui pare non occuparsi nessuno.

Shark-Hirst
Opera “Shark” di D. Hirst (foto: Wikipedia).

Temo che il rapporto autore/fruitore si stia sempre più problematizzando, nonostante le apparenze vogliano far intendere il contrario, fino al paradosso di celare volutamente le asimmetrie sociali e le differenze culturali: il messaggio seduttivo che passa è quello per cui ognuno di noi può fare l’ artista, avere successo, ovvero guadagnare soldi senza possedere talento e qualità creative realmente innovative.

Dove è finito il sacro fuoco dell’arte?

Esiste ancora, vi prego di credermi. Lo si può percepire ascoltando per esempio il suono del “Cannone”: c’è il rischio che pure il diavolo si commuova udendo il trillo fuoriscire prepotentemente dalla cassa armonica, dalle ff (fuoco e fiamme?) di quel meraviglioso violino, suonato nella circostanza da gentili mani di donna, perché no, sulle note psichedeliche di Jimi Hendrix.

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