Tra rovine, indizi e perizie. Quel filo rosso che unisce l’archeologo al detective
Andrea Carandini, archeologo contemporaneo e già titolare della cattedra di Archeologia Classica alla Sapienza di Roma, ha paragonato l’archeologo a uno “Sherlock Holmes a cui basta un capello per risalire al colpevole”, ma anche a “un detective costretto a confrontarsi con un puzzle cui mancano tutte le tessere e i cui interventi si fondano sul metodo indiziario”. In questo modo, Carandini riprende la teoria di Sigmund Freud che stabilì, per la prima volta, un confronto diretto fra l’archeologo e lo psicanalista. Il paragone tra il lavoro dell’archeologo e quello dello psicoanalista costituisce il nucleo della “metafora archeologica”, utilizzata da Freud per sdoganare una disciplina allora impopolare e guardata con sospetto come la psicoanalisi, affiancandola a una scienza che godeva invece di ampio consenso.
Sigmund Freud fu anche un accanito collezionista di arte antica e ammirava moltissimo Heinrich Schliemann, il celebre archeologo che nel XIX secolo scoprì Troia; pare addirittura che Freud lo invidiasse proprio per quella straordinaria scoperta. La collezione dello psicoanalista fu messa sotto sequestro dai nazisti e in seguito restituita dietro il pagamento di una tassa modesta, grazie all’intervento di un amico, direttore delle collezioni egizie e orientali del Museo di Vienna, che ne sottostimò strategicamente il valore.
Nel 1906, Freud si avvicinò a un racconto di Wilhelm Jensen rimanendone profondamente colpito. L’analisi della novella fu pubblicata nel primo saggio di interpretazione psicoanalitica, Delirio e sogni nella “Gradiva” di W. Jensen (1906). Protagonista della vicenda è un giovane archeologo tedesco, Norbert Hanold, la cui storia intreccia rigore scientifico e suggestione immaginativa. Durante una visita a Roma, Hanold si imbatté nel bassorilievo di una giovane donna colta nell’atto di camminare (gradiente). Colpito dalla straordinaria naturalezza della scena, l’archeologo ne ottenne un calco da esporre nel proprio studio. A impressionarlo fu soprattutto il dettaglio del passo: il piede destro della figura è sollevato in posizione quasi verticale, un particolare che conferisce al movimento un carattere vivo e unico. Affascinato dalla novella, Freud acquistò a sua volta una riproduzione del celebre bassorilievo durante una visita ai Musei Vaticani per appenderla nel proprio studio.

Il mito di Gradiva ha influenzato anche il cinema: nel 1970 Giorgio Albertazzi, attore delle commistioni tra teatro e psicanalisi, diresse a Pompei una pellicola con Laura Antonelli, mentre nel 2002 Marco Bellocchio, regista a lungo legato al discusso psicoanalista Massimo Fagioli, nel film L’ora di religione mostra il protagonista intento ad animare digitalmente il bassorilievo, provocando simbolicamente il crollo del monumento al Milite Ignoto in Piazza Venezia a Roma.
Anche per Agatha Christie il connubio tra archeologia e investigazione fu centrale. La scrittrice britannica ricevette un’educazione domestica dai genitori, rivelandosi presto una lettrice vorace e un’appassionata di musica. Nel 1910, a causa della malattia della madre Clara, soggiornò per tre mesi al Cairo, meta allora molto ambita dai ricchi britannici. Nonostante le visite alla Piramide di Cheope e alla Sfinge, inizialmente non mostrò grande interesse per l’egittologia, passione che sarebbe nata solo anni dopo. La svolta avvenne dopo il divorzio dal primo marito e la sua celebre misteriosa sparizione di undici giorni quando, durante un viaggio verso Istanbul sull’Orient Express, conobbe Max Mallowan, un archeologo di tredici anni più giovane. Questo incontro segnò l’inizio di un legame duraturo che portò la Christie a frequentare regolarmente i cantieri di scavo, intrecciando indissolubilmente il fascino dell’antico ai suoi celebri romanzi polizieschi.
Il confine tra il pennello dell’archeologo e la lente d’ingrandimento dell’investigatore è più sottile di quanto si immagini. Se nell’immaginario collettivo figure come Thomas Edward Lawrence (il leggendario Lawrence d’Arabia) e Percy Harrison Fawcett (l’esploratore che ispirò Indiana Jones) hanno conferito alla professione un’aura di mistero, è nella realtà delle aule di tribunale che l’archeologia diventa una vera e propria scienza forense. Lawrence e Fawcett non erano semplici accademici. Il primo, laureato a Oxford con una tesi sui castelli crociati, usò le sue ricognizioni nel Vicino Oriente come copertura per l’intelligence britannica. Il secondo, topografo per i servizi segreti in Nordafrica e amico di Conan Doyle, svanì nella giungla amazzonica lasciando dietro di sé un mito. Entrambi, più che analisti, furono “infiltrati”. Ma oggi, il lavoro del consulente archeologo per le Procure si è evoluto, trasformandosi in una sfida di dati, comparazioni e “firme” biologiche.
Un caso emblematico di questa metamorfosi è il clamoroso sequestro avvenuto nel 1995 al Porto Franco di Ginevra. Tra le migliaia di reperti recuperati dai Carabinieri della Tutela Patrimonio Culturale, l’attenzione si focalizzò su due capitelli in marmo lunense del III sec. d.C.

Nonostante l’intuizione che fossero provento di un furto avvenuto a Ostia Antica nel 1983, le prove materiali scarseggiavano. Le misure riportate nella denuncia non coincidevano e i pezzi sembravano alterati per sviare le indagini. Come in un episodio di CSI, la svolta arrivò grazie alla tecnologia: ricostruendo in studio un set fotografico con la stessa incidenza di luce delle vecchie foto segnaletiche, si ottenne il “Match Found”. Ogni minima imperfezione del marmo combaciava.
Tuttavia, come in ogni poliziesco che si rispetti, l’imputato sfoderò un alibi apparentemente d’acciaio: un album fotografico datato febbraio 1982 che ritraeva i capitelli già esposti in una galleria privata. Se la data fosse stata vera, gli oggetti non potevano essere quelli rubati alla fine del 1982. A smascherare il falso non fu però il marmo, ma un dettaglio sullo sfondo di una foto sgranata: un quadro appeso alla parete. Grazie alla digitalizzazione e alla correzione prospettica, si scoprì che quel quadro era in realtà un manifesto della casa d’asta Sotheby’s, raffigurante un’anfora panatenaica.

L’indagine d’archivio rivelò il colpo di scena: quell’anfora era apparsa in asta per la prima volta solo nel dicembre 1982. Quello scatto, dunque, non poteva essere stato fatto nel febbraio dello stesso anno. Quel manifesto divenne il terminus post quem che crollò il castello di bugie dei trafficanti, dimostrando che l’album era stato scientificamente contraffatto per retrodatare il possesso dei beni.
Mentre i capitelli sono tornati a casa, l’anfora panatenaica “testimone chiave” ha seguito un destino diverso: passata per la celebre collezione dei fratelli Hunt e venduta ancora nel 1990, è riapparsa per l’ultima volta in un catalogo del 2015. Da allora, è tornata nel silenzio, in attesa che un altro archeologo-detective riesca a rintracciarne la firma tra le pieghe del mercato clandestino.

Reporter fotografo negli anni ’70/’80. Già Funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso varie Soprintendenze Archeologiche e Musei, e Direttore archeologo presso la Soprintendenza dell’Etruria Meridionale e nel Museo Etrusco di Villa Giulia. Ha ideato e organizzato progetti didattici, prodotto video e opere multimediali. Ha tenuto corsi di archeologia forense, tecniche di documentazione audiovisiva e comunicazione archeologica. Consulente della Procura della Repubblica di Roma per indagini volte al contrasto del traffico illecito e al recupero del materiale esportato illecitamente. Ha fatto parte del Comitato per il Recupero delle Opere d’Arte all’Estero, partecipando alle trattative con i musei americani.


