“Up patriots to arms”. L’ennesimo conflitto armato imperversa in Medio Oriente, con buona pace del patrimonio culturale
Nuove tensioni nella regione riaccendono l’allarme sulla vulnerabilità dei siti storici e archeologici, mentre la comunità internazionale richiama il rispetto delle convenzioni sulla protezione dei beni culturali in caso di guerra
E non è colpa mia se esistono carnefici
Se esiste l’imbecillità
Se le panchine sono piene di gente che sta male
(F. Battiato)
In questi giorni, a seguito di numerosi annunci internazionali relativi a movimenti di flotte militari e conferenze stampa sulle operazioni future, si osserva, in tutta la sua drammaticità, un ulteriore ampliamento del conflitto in Medio Oriente. I media, per lo meno quelli occidentali, sembrano costantemente focalizzati sulle decisioni unilaterali degli Stati Uniti, le questioni economiche e i problemi di viaggiatori transcontinentali, trascurando argomenti come l’impatto derivante dalla perdita di vite civili nelle aree interessate dalle operazioni militari, quali la regione del Golfo, il Mediterraneo orientale e l’Iran.
In questo contesto la protezione del patrimonio culturale rischia di essere ancor più ignorata, seppur a fronte di ingenti danni ai siti storici coinvolti, come evidenziato dalla notizia sul bombardamento del Palazzo del Golestan (1524-1576) a Teheran. Inserito nel 2013 nella lista UNESCO, è tra i più antichi edifici della capitale iraniana e coniuga l’artigianato persiano con le influenze occidentali. Dal 1779 fu sede governativa, circondato da mura e giardini. I suoi ornamenti ottocenteschi lo resero esempio di arte e architettura Qajar, ispirando ancora oggi artisti iraniani con uno stile che integra tradizioni persiane ed elementi tecnologici e architettonici del XVIII secolo.
L’Iran presenta numerose testimonianze storiche di assoluto pregio, tra cui le antiche città di Persepoli, Pasargadae e Isfahan, risalenti agli splendori della dinastia persiana-achemenide (IV-VI secolo a.C), oltre a vari siti archeologici ed edifici religiosi di rilevante importanza. I bombardamenti indiscriminati su tali luoghi costituiscono una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali, in particolare la Convenzione dell’Aja (1954) e quella dell’UNESCO (1972) sulla salvaguardia del patrimonio culturale.
La situazione in prospettiva futura si complica però ulteriormente, alla luce delle dichiarazioni dei vertici politico-militari statunitensi, che hanno espresso l’intenzione di agire senza necessariamente rispettare i trattati internazionali, omettendo dettagli sulle regole d’ingaggio nel teatro operativo, peraltro quanto mai diffuso e vasto. Tuttavia, le convenzioni citate impongono l’astensione da attacchi contro beni culturali, vietano il loro utilizzo per scopi militari e richiedono la protezione integrale dei siti durante le operazioni.
La mancata aderenza al diritto internazionale umanitario, incluse i trattati sottoscritti dagli Stati Uniti, potrebbe configurare crimini di guerra secondo quanto previsto dalle stesse norme interne, nello specifico il “War Crimes Act” del 1996, che prevede sanzioni per gravi violazioni alle Convenzioni di Ginevra del 1949 o dei protocolli annessi di cui gli Stati Uniti sono parte. Altre proibizioni sono previste negli artt. 23, 25, 27 o 28 dell’allegato alla Convenzione dell’Aja IV (1907), relativa alle leggi e agli usi della guerra terrestre. Gli U.S.A. l’hanno ratificata il 23 febbraio 1909 e il trattato è entrato in vigore il 26 gennaio 1910. Israele non ha ratificato nessuno di questi accordi, limitandosi a riconoscere le norme contenute nei regolamenti annessi alle convenzioni facenti parte del diritto internazionale consuetudinario. D’altro canto, l’Iran ha ratificato illo tempore la Convenzione del 1907, le quattro di Ginevra (1949) sul trattamento dei prigionieri e la protezione dei civili e ancora dell’Aja (1954) sui conflitti armati. Rilevante, per il tema in discussione, è il contenuto dell’art. 27 della Convenzione del 1907: “Negli assedi e bombardamenti devono essere prese tutte le misure necessarie per risparmiare, per quanto è possibile, gli edifici consacrati al culto, alle arti, alle scienze, alla beneficenza, i monumenti storici, gli ospedali ed i luoghi dove sono raccolti malati e feriti, a condizione che essi non siano contemporaneamente adoperati per scopi militari”.
In conclusione, è auspicabile un coordinamento tra tutte le parti coinvolte e l’UNESCO per prevenire danni irreversibili al patrimonio storico-culturale. Un’intesa di questo tipo potrebbe inoltre favorire il ripristino di un dialogo costruttivo a partire da un tema, come quello culturale, non solo formalmente condiviso ma concreto nel promuovere la pace. Tornando alle questioni di diritto, se gli stati in disputa, soprattutto quelli che si definiscono liberi e democratici, reputano di non volerne riconoscere i precetti fondamentali e i patti sottoscritti a livello internazionale, si applichino almeno per rispettare le proprie norme interne. Per lo meno prendano in considerazione i pareri di esperti e di enti operanti in questo settore, tra questi il Blue Shield International, visto che il patrimonio culturale è un valore universale e, paradossalmente, a ben riflettere, giusto per rinfocolare un sentore comune davvero evoluto: non serve una legge per dimostrarlo ma, semplicemente, un minimo di sensibilità e di rispetto verso l’umanità.

Columnist – Cultural Heritage Expert


