Scorcio pseudo-ieratico sulla “turris eburnea”: riflessioni sul crollo della Torre dei Conti e non solo

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D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle
(G. Leopardi)

Un evento disastroso, luttuoso, ha scosso l’Urbe (et orbi!) nel suo cuore, nelle immediate adiacenze dei Fori Imperiali. È ancora in piedi, seppur gravemente lesionata, la torre dei Conti, una costruzione medievale che, per più di un millennio, ha vissuto tante procelle: abbandoni, danneggiamenti, destinazioni d’uso, rifacimenti e terremoti. Sorge, per lo meno ciò che ne rimane, sull’aula del portico orientale del Foro della pace, fatto edificare dall’imperatore Vespasiano tra il 71 e il 75 d.C.: curiosa stratificazione archeologica e insidiosa coincidenza contemporanea, se pensiamo ai tempi che stiamo attraversando, dove la pace è precaria, in grave pericolo e in taluni contesti calpestata insieme ai diritti fondamentali.
Torniamo però all’intervento di restauro e al tragico crollo.

La Sovrintendenza capitolina ai beni culturali aveva avviato un importante progetto di restauro e riallestimento della torre, volto a restituire nuovo valore all’edificio. L’intenzione era quella di trasformarla in un museo e in un centro servizi, con l’obiettivo di valorizzare ulteriormente il contesto storico e culturale circostante. Il finanziamento per l’intervento, pari a 6,9 milioni di euro, nell’ambito del progetto CARME, è stato stanziato attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), a dimostrazione dell’importanza attribuita soprattutto nelle sfere culturale e turistica.

Tuttavia, il 3 novembre scorso, durante le delicate fasi dei lavori di restauro, si sono verificati due crolli di crescente intensità che hanno distrutto gran parte dell’architettura. L’evento ha coinvolto direttamente il personale impegnato nel cantiere, causando la morte di un operaio di sessantasei anni, Octay Stroici, e il ferimento di altri tre. Encomiabile il lavoro silente e straordinario (questo sì!) dei nostri Vigili del Fuoco, che hanno recuperato le persone coinvolte e messo in sicurezza, non senza difficoltà, l’intera area. Questo evento ha profondamente colpito non solo la città di Roma ma il mondo intero: il sindaco ha proclamato il lutto cittadino.

Non sono mancate le polemiche, sin dai primi istanti, alcune davvero spiacevoli, seppur provenienti da levante, da est, da dove si leva appunto il sole che a volte, perversamente, si fa nero e invece di illuminare e scaldare, sembra adombrarsi in modo inquietante, portandosi dietro atmosfere lugubri e assai nefaste.
Vari esperti hanno espresso dubbi su quanto accaduto e perfino la possibilità che la costruzione venga definitivamente abbattuta. Intanto l’intera area è stata posta sotto sequestro, motivo per cui, per la durata dell’indagine, che probabilmente non sarà breve, bisognerà lasciare tutto come sta, per consentire le verifiche e gli approfondimenti del caso. Competente la Procura della Capitale, che ha incaricato un pool di magistrati e i Carabinieri del Comando di Piazza Venezia, che per l’occasione hanno diffuso pubblicamente un annuncio per raccogliere possibili testimonianze sull’accaduto, documentate da foto e filmati, realizzati con l’uso di smartphone (riferimenti di contatto: mail: crollotorredeiconti@carabinieri.it; Whatsapp +39 3479261316).

Il team inquirente dovrà indagare sulle ipotesi di reato di disastro colposo, omicidio e lesioni colpose commessi in violazione delle norme antinfortunistiche. Dalle alte stanze del Collegio romano nessuna dichiarazione in merito, se non quelle di mera circostanza.
Questo fatto, gravissimo, riporta prepotentemente alla ribalta il tema della gestione del patrimonio culturale immobile, attività che per essere realizzata necessita di ingenti risorse attesa la peculiarità dei beni interessati, diffusi in gran numero su tutto il territorio nazionale e diversi tra loro. Visti i numeri della finanziaria in corso di approvazione, non sembra che questo aspetto sia stato adeguatamente considerato dal governo in carica, stante i pesanti tagli previsti per il comparto cultura nel prossimo triennio.

Parafrasando Dostoevskij: la bellezza, o meglio, in senso più ampio, la cultura ci salverà? Realisticamente temo che dovremmo salvarla tutti noi, insieme, senza indugiare oltre.
La tutela del patrimonio culturale immobile rappresenta un’attività trainante per salvaguardare l’identità storica, architettonica e sociale di una nazione. Tale tutela si esprime attraverso un insieme articolato di interventi che comprendono lo studio approfondito dei beni, la prevenzione di possibili danni, la manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché il restauro. Non si tratta solo di proteggere fisicamente gli edifici storici: è altrettanto importante valorizzarli e renderli accessibili alla collettività, affinché possano continuare a trasmettere memoria, valori e tradizioni, consolidando così il senso di appartenenza e il diritto dei cittadini a fruire del patrimonio comune.

Il sistema di tutela poggia su una consolidata cornice giuridica, che stabilisce vincoli e procedure autorizzative volte a salvaguardare i beni culturali. In questo contesto, la collaborazione di molteplici enti risulta essenziale: il Ministero della Cultura e le Soprintendenze svolgono un ruolo centrale nel garantire sia la protezione sia la valorizzazione dei beni, operando nell’ambito delle rispettive competenze. Questi organismi, attraverso il coordinamento delle attività e la vigilanza sulle operazioni di restauro e gestione, devono coinvolgere più figure professionali così da assicurare che il patrimonio resti un bene comune, fruibile e tramandabile alle generazioni future.
Nondimeno, le risorse economiche e umane (qualificate, si spera) sono quanto mai necessarie per portare avanti questa specifica azione amministrativa: l’esiguità dei finanziamenti pubblici previsti nel bilancio statale, come accennato, è del tutto insufficiente, secondo una tendenza negativa ormai più che decennale.

Mutuando dalla pratica scacchistica, utile per addestrarsi e sviluppare le capacità di ragionamento strategico e affinare l’ingegno, ci insegna che non è mai il caso di sacrificare inutilmente le torri, i pezzi più importanti dopo la regina: sarebbe come autoinfliggersi uno scacco matto, perdendo in partenza la guerra.
Fuor di metafora, allargando il focus della riflessione su un livello più ampio, di portata internazionale con uno sguardo vigile sulle tematiche collegate, che si intrecciano con la tutela del patrimonio culturale, non si possono ignorare: i conflitti armati in corso, la sottovalutazione dei rischi nella protezione di contesti museali importanti (si pensi al recente furto del Louvre) o, come, non si ritenga non primario il contrasto e la prevenzione dei reati nello specifico settore.
Siamo ancora ben lungi dal comprendere l’entità dei danni al patrimonio culturale nel conflitto russo-ucraino, non parliamo di quello israeliano-palestinese, per citare solo quelli più al centro della scena politico-sociale e maggiormente seguiti dai mezzi di comunicazione, seppure al mondo ne sono attivi almeno altri cinquanta.

Il furto al Louvre, al netto delle indagini e delle responsabilità penali individuali, ha fatto emergere falle clamorose al sistema di sicurezza, nell’impiego delle risorse umane, nell’utilizzo dei sistemi tecnologici di sorveglianza ma soprattutto la disattenzione con cui è stata condotta l’opera di riqualificazione e ristrutturazione della struttura, che sembrerebbe essere stata la falla più ampia, sfruttata dai ladri per mettere a segno il colpo con lo stratagemma banale ma perversamente efficace dell’utilizzo di una scala esterna.

Infine, è proprio di questi giorni la notizia, riportata da alcuni quotidiani statunitensi, tra cui il Denver Post, su come il governo degli USA stia rivedendo l’assetto dell’enforcement interno, compiendo tagli al personale ovvero ricollocandone l’impiego a discapito della compagine di investigatori che si occupano nello specifico di reati contro il patrimonio culturale e che, collaborando con le polizie estere, hanno portato nel tempo a un rilevante incremento delle restituzioni di beni ai paesi di origine. Pare che le Homeland Security Investigations, organismo federale deputato alle investigazioni criminali, dovranno occuparsi d’ora in poi e in via prioritaria, se non esclusiva, del contrasto all’immigrazione clandestina, facendo così venire meno gli intenti siglati dal programma Cultural Property, Art and Antiquities, avviato nel 2017.
Insomma, se Roma, e prima ancora Atene, continuano a piangere, pare non possa ridere proprio nessuno, a maggior ragione a fronte dei soliti annunci roboanti, dei fantasiosi spot politico-intergovernativi proiettati su scenari favolistici, inconsistenti, che cozzano, come vuote asserzioni, contro una realtà drammaticamente contraddittoria e conflittuale.
Forse, a questo punto, più che a est, non me ne vogliano gli amati candidi druidi e i valorosi cavalieri antichi, di cui scriveva Tolkien ne “Il Signore degli Anelli”. Dovremmo forse guardare in alto, affidandoci alla Regina dei Cieli: il carcere trasteverino, vista l’assonanza, non c’entra, magari sì, chissà.

La disperazione, ahinoi, incombe, per certi versi ci accomuna, seppur per motivi diversi, inducendoci talvolta al ricorso a accorate preci mariane in vista di un possibile salvifico miracolo, o di smisurate quanto disincantate preghiere laiche di deandreiana memoria. Siamo gettati in un mondo senza scampo, caratterizzato da visioni inconciliabili, antitetiche, distopiche. L’umanità intera appare in gran parte distratta, disimpegnata, anche di fronte a indicibili tragedie, dolorose e oltremodo inspiegabili: viviamo in una sorta di nuova Babele, dove le prospettive virtuose faticano a strutturarsi e la speranza tramonta inesorabilmente.

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