Raccontare a fumetti l’archeologia recuperata

(Tempo di lettura: 7 minuti)

Si fa presto a dire ‘fumetti’… ma di cosa stiamo parlando, in realtà? TopolinoDiabolikSturmtruppen, i Peanuts, i manga, le storie di Hugo Pratt e Zero Calcare… Tutti hanno qualcosa in comune, ma al tempo stesso non potrebbero essere più diversi; il pubblico a cui si rivolgono, in compenso, non è così definito. Il fumetto è una modalità espressiva, con la quale un autore può raccontare il mondo di oggi, quello di ieri o quello della sua fantasia; può far ridere, piangere, indignare; semplicemente intrattenere, o insegnare qualcosa. Il fumetto è un genere, ma sempre meno accompagnato dall’aggettivo ‘minore’, specie da quando, in veste di graphic novel, si è conquistato il favore di un pubblico ulteriore, e spazi sempre più grandi all’interno delle librerie.
Il linguaggio del fumetto (in senso stretto: il parlato chiuso nelle ‘nuvolette’) non è necessariamente semplificato; a differenza di ogni altro testo scritto, però, può vantare la stessa immediatezza delle immagini che accompagna. In un’epoca segnata dalla centralità della comunicazione visiva, questa caratteristica è la sua forza: si dà appena uno sguardo, e ci si trova nel bel mezzo dell’azione, lettori (anche) involontari.

Per questa sua forza di attrazione hanno pensato al fumetto due investigatori dei Carabinieri TPC, Roberto Lai e Filippo Tomassi. Dopo tante operazioni di contrasto al traffico illecito di beni archeologici, dopo tanti recuperi – negli anni di quella che è stata definita ‘la grande razzia’ – hanno intuito che il loro racconto, in questa forma, avrebbe potuto oltrepassare la soglia degli ‘addetti ai lavori’, e suscitare l’interesse di un pubblico nuovo, in particolare, anche un pubblico di giovani: per formarli a quella consapevolezza, quel senso di appartenenza rispetto al patrimonio culturale, senza i quali difficilmente si può sperare nell’affermazione di una diffusa cultura della legalità. Lai e Tomassi hanno inaugurato il loro impegno sul fronte della divulgazione col racconto di un’indagine senza precedenti – non a caso quella che aveva segnato l’inizio della loro collaborazione sul campo. L’albo, uscito nel 2014, s’intitola All’inseguimento della Triade Capitolina. La sceneggiatura è di Lai e Tomassi, i disegni di quest’ultimo[1].

Si può inseguire qualcosa della cui esistenza non si è neppure certi? Questa la scommessa su cui si fondava l’indagine. La Triade Capitolina, infatti, comprende Giove, Giunone e Minerva, le massime divinità dell’antica Roma, le cui statue erano onorate in un tempio sul Campidoglio; ma né l’edificio né le sculture sono giunti fino a noi, e che aspetto avesse la Triade, fino al 1994, si poteva soltanto ipotizzare grazie a qualche moneta. Invece, grazie all’intuizione degli investigatori, le “tre persone sedute su una panchina” di cui parla un tombarolo diventano prima un vero e proprio identikit (grazie alla matita di Filippo Tomassi), e poi, nel progredire dell’indagine, si afferma la consapevolezza che siano l’unico gruppo scultoreo rimasto a testimoniare come i Romani immaginassero le tre potenti divinità distinte ma unite nel culto. Il recupero sarà una corsa contro il tempo, per scongiurare che l’opera varchi l’Atlantico e raggiunga il museo americano pronto a pagarla 55 miliardi di lire, e varrà ai Carabinieri l’appellativo di Archeonauti da parte del ministro Ronchey. Il fumetto, che nella tavola di apertura mostrava la ruspa dei tombaroli devastare il terreno senza pietà, si conclude con la Triade accolta da protagonista nel museo di quel medesimo territorio, testimone di una storia che va raccontata a partire da lì – e già da parecchie pagine il lettore prefigurava questa soluzione come l’unica davvero appropriata. Non a caso l’introduzione esprime la gratitudine del Sindaco e delle autorità di Guidonia Montecelio; e non mancano, in appendice, una rassegna stampa, e la descrizione scientifica del contesto archeologico a cura del professor Eugenio Moscetti.

Le storie da raccontare non mancano, e la coppia Lai-Tomassi si ripropone, coadiuvata da Valerio Maria Fiori in veste di sceneggiatore[2]. Questa volta siamo in Sardegna, e i riflettori sono puntati sul fiorente traffico illecito dei bronzetti nuragici. Alcuni esemplari di queste piccole sculture, tanto preziose quanto rare, negli anni Settanta del secolo scorso cominciano ad apparire in giro per l’Europa in mostre e collezioni, senza traccia alcuna di provenienza. Il caso, però, dissemina indizi – a partire dalla morte accidentale di un ricettatore sardo – legati tra loro da un filo sottile che, al momento opportuno, si palesa agli occhi del luogotenente Lai. La scintilla scocca davanti a una Polaroid, rinvenuta a Basilea nell’archivio di un trafficante, che ritrae un piccolo arciere in bronzo; sul retro c’è scritto “Grut’ ‘e acua”: è una località nuragica nell’isola di Sant’Antioco, e Roberto Lai è nato proprio lì. Da questo momento, l’indagine diventa anche una questione personale, e il luogotenente non avrà pace finché non ne verrà a capo; così la storia cattura l’attenzione, e scorre veloce tra la giusta dose di suspence legata alla caparbietà del protagonista, e il contesto del “gioco di squadra” tra Carabinieri e diplomazia, nell’ambito del quale l’Arciere sulcitano farà ritorno alla sua terra d’origine. Anche questo albo, che si apre con la prefazione del Sindaco di Sant’Antioco e del Generale Roberto Conforti, è arricchito da una rassegna stampa e da un’appendice tecnica sui luoghi nuragici dell’isola.

Nell’impresa successiva[3] si parte dal casertano, si attraversa l’oceano fino ad arrivare in California, e ritorno. Questa è una storia esemplare nel dare conto di come funzionano i traffici illeciti, dal primo all’ultimo anello della catena. Un tombarolo (anzi, uno scopritore occasionale) dissotterra un meraviglioso vaso della Magna Grecia: raffigura una fanciulla in groppa a un toro, il ratto di Europa, ed è firmato “Assteas”. Un paio di Polaroid, la voce si sparge, e arrivano dei ‘commercianti’ che offrono un milione di lire; l’uomo cede. Poi tornano indietro, vogliono anche tutte le fotografie scattate con il vaso, potrebbero essere delle prove pericolose da lasciare in giro: lui esita, dice che ha da fare, sta andando a comprare un maialino da ingrassare per l’inverno… e i trafficanti in cambio delle foto gli pagano anche quello. Molti anni più tardi, però, in seguito alla morte accidentale di un ricettatore, una di quelle Polaroid finisce proprio nelle mani dei Carabinieri: dietro il vaso s’intravede la figura dell’uomo che lo regge. Parte l’indagine. Si scopre che il vaso di Assteas è esposto al Getty Museum di Los Angeles, dove i curatori sostengono di averlo acquistato legalmente, in Svizzera (per 380mila dollari), e non hanno nessuna intenzione di restituirlo. Ma grazie alla Polaroid i Carabinieri rintracciano lo scopritore del vaso; l’uomo è malato, quando apprende la storia si pente di aver strappato il vaso alla sua terra, vuole che torni in Italia. La sua testimonianza, nelle mani del procuratore Ferri, spingerà infine il Getty alla restituzione del ‘vaso più bello del mondo’ – ceduto per un milione di lire e un maialino, come amava ripetere per catturare l’attenzione Paolo Giorgio Ferri, che ha fatto in tempo a firmare la presentazione di questa storia. 

Dal Vaso di Assteas ai Grifoni di Ascoli Satriano[4], questa volta con i disegni di Loredana Atzei. Ancora una volta, un tombarolo pentito si rivela cruciale per conseguire la restituzione di un’opera senza eguali da parte di un grande museo statunitense. Allora, è forse il caso di sottolineare come i Carabinieri dell’arte, in queste indagini, siano guidati da un codice etico rigoroso, che dà i suoi frutti al pari dell’accuratezza delle investigazioni. Il fine è il recupero dell’opera, e prevale sull’intento “punitivo”; perché è chiaro che sono la mancanza di scrupoli di musei e collezionisti a creare la domanda sul mercato, e che in molti casi i tombaroli non correrebbero i rischi ‘del mestiere’ se quella domanda non ci fosse. E l’atteggiamento delle forze dell’ordine nei confronti di questi ultimi, improntato al dialogo, all’intento di suscitare la consapevolezza del valore storico e identitario dei reperti, ottiene spesso effetti sorprendenti. Nel caso dei Grifoni – un gruppo scultoreo di inaudita bellezza, che testimonia l’approdo in terra Daunia di un’arte raffinatissima d’influsso mediorientale – il loro ritorno ad Ascoli Satriano ha avuto immediate, evidenti ricadute sulla valorizzazione del territorio, che si è visto restituire la propria storia, una storia di bellezza che è stato fiero di accogliere e raccontare. Così quest’ultimo albo è (per ora) il bestseller della serie, anche grazie al Sindaco e al Comune di Ascoli Satriano, che insieme ai curatori ne hanno promosso presentazioni, diffusione nelle scuole, e prossimamente una ristampa.

I “Carabinieri dell’arte” che si raccontano a un pubblico, ci auguriamo, sempre più ampio grazie all’immediatezza espressiva dei fumetti, trasmettono un’immagine, è opportuno precisarlo, avventurosa ma complessa, aliena da inopportune semplificazioni ‘alla Indiana Jones’ – professore spregiudicato pronto a devastare una tomba pur di portare il tesoro al museo della sua Università: cos’altro se non un tombarolo con cappello e frusta? Il messaggio di queste storie è tutt’altro: il valore di un oggetto non si esaurisce nella sua bellezza, ma tanto più acquista significato in quanto racconta la storia di un territorio, ne costituisce quella che è stata chiamata “l’armatura culturale”[5] – chi sa leggerla, del tutto in accordo con questa definizione, matura la consapevolezza di doverla anche difendere. 

Con questa convinzione, l’Associazione Nazionale Carabinieri-TPC ha ‘aperto’ a questo inedito canale di comunicazione, a supporto di un impegno di lunga data per la diffusione dei valori dell’Arma nella società civile; le prime conferenze (piace ricordare quella del 15 gennaio nella sede prestigiosa del Senato della Repubblica), e numerose presentazioni nelle scuole, hanno suscitato una partecipazione attenta, che conferma l’intuizione alla base del progetto.

NOTE

[1] Operazione Giunone: all’inseguimento della “Triade Capitolina”, a cura di Roberto Lai e Filippo Tomassi, Roma, Associazione Nomentana di Storia e Archeologia onlus, [2014].

[2] Il ritorno dell’arciere, a cura di Roberto Lai, Valerio M. Fiori, Filippo Tomassi, «Annali di storia e archeologia sulcitana» 2016 (Monastir, Ghiani, stampa 2017).

[3] Il ratto d’Europa. L’indagine che riportò a casa il magnifico vaso d’Assteas, a cura di Roberto Lai e Filippo Tomassi, sceneggiatura Valerio Maria Fiori, [Roma], Ed. speciale degli Annali dell’Associazione Nomentana di Storia e Archeologia onlus, 2019.

[4] Caccia al tesoro di Ascoli Satriano, soggetto, ideazione e coordinamento Roberto Lai; sceneggiatura Valerio Maria Fiori, illustrazioni Loredana Atzei, Roma, [con il contributo dell’Arma dei Carabinieri e dell’Associazione Romanitas], stampa 2023.

[5] Maurizio Carta, L’armatura culturale del territorio. Il patrimonio culturale come matrice d’identità e strumento di sviluppo, Milano: Franco Angeli, rist. 2006.

[L’articolo è stato precedentemente pubblicato nella rivista dell’Associazione Nazionale Carabinieri, Le Fiamme d’Argento, marzo/ aprile 2025].

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