Potere dell'Arte – Potere sull'Arte

Diretto da Claudio Poli su soggetto di Didi Gnocchi e con la partecipazione di Toni Servillo, il film documentario Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte, affronta con rigore e originalità un tema spinoso ancora poco studiato nelle sue molteplici conseguenze: la razzia d’arte compiuta dai Nazisti in Europa

Diretto da Claudio Poli su soggetto di Didi Gnocchi e con la partecipazione di Toni Servillo, il film documentario Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte, affronta con rigore e originalità un tema spinoso ancora poco studiato nelle sue molteplici conseguenze: la razzia d’arte compiuta dai Nazisti in Europa

di Michela De Bernardin
 

Nel testamento privato redatto il 29 aprile 1945, un giorno prima di suicidarsi, il Führer lasciava la sua collezione d’arte al partito o, in caso di caduta dello stesso, allo Stato. Il 28 aprile Hermann Göring aveva dato ordine alla Luftwaffe di bombardare la propria lussuosa dimora-museo di Carinhall, dopo averne predisposto l’evacuazione. Treni colmi di quadri e sculture erano stati inviati a Berchtesgaden, in Baviera, dove il gerarca nazista li pensava al riparo dall’Armata Russa – e furono poi intercettati dagli Americani. Divenuti feroci rivali nella loro foga di collezionismo, Hitler e Göring sono i veri protagonisti, in negativo, di questo accurato documentario. Tra 1937 e 1945, essi tennero infatti le redini del mercato dell’arte, requisendo, censurando e modellando a piacimento l’espressione artistica europea.

 

 

Patologici tanto nella brama di possesso, quanto in quella di distruzione, i Nazisti si mossero lungo due direttive “artistiche” parallele e di segno opposto. Da un lato, l’odio per l’arte moderna (soprattutto espressionismo e astrattismo), definita malata e degenerata, considerata prodotto del mondo semita e condannata ufficialmente all’estirpazione; dall’altro, l’ammirazione sconfinata per l’arte classica e quella d’Accademia (tedesca e fiamminga in particolare), adatte ad incarnare la potenza, la vitalità, l’ordine e la grandezza del popolo germanico. Tali posizioni, che si nutrivano di teorie pseudo-scientifiche maturate tra 1892 (Max Nordau, EntartungDegenerazione) e 1928 (Paul Schultze–Naumburg, Kunst und RasseArte e razza), ebbero come risultato quasi un decennio di confische spietate ai danni di privati (ebrei ma non solo), chiese e musei di tutta Europa: per un totale di circa 5 milioni di oggetti raccolti, fra cui anche ori e argenti.

Il rapporto di Hitler con l’Arte era cominciato in giovane età, ma le sue aspirazioni si erano presto scontrate con il fallimento e il netto rifiuto da parte dell’Accademia di Belle Arti di Vienna. Ciononostante, il sogno artistico non lo abbandonò del tutto, finendo per alimentare l’idea di creare nella sua Linz un grande museo, sul modello del Louvre: per rifornirne le future sale non si fece perciò alcuno scrupolo a saccheggiare le collezioni altrui. Negli stessi anni viennesi maturò inoltre il disprezzo per le forme artistiche d’avanguardia, da lui sempre rifiutate in favore di uno stile tradizionale di stampo ottocentesco.

 

 

Le due grandi mostre allestite a Monaco nel 1937 nella Casa dell’Arte Tedesca (opera di Paul Ludwig Troost) sono lo specchio di questo duplice atteggiamento personale nei confronti dell’Arte, ora concepita in funzione dello Stato e di tutto il popolo ariano. La necessità di trovare una forma espressiva paradigmatica per gli ideali del Nazionalsocialismo fu assolta dalla Große Deutsche Kunstausstellung (Grande mostra dell’arte tedesca), inaugurata in pompa magna il 18 luglio. In contrapposizione, venne aperta al pubblico il giorno seguente la mostra Entartete Kunst (Arte degenerata), che proponeva un’eccezionale raccolta di oltre 650 opere di artisti contemporanei, dall’impressionismo al cubismo, dadaismo e simbolismo. Tra gli artisti bollati come indecenti e degenerati figuravano personalità quali: Max Beckmann, Marc Chagall, Otto Dix, Vassily Kandinsky, Paul Klee, Oskar Kokoschka, El Lissitzky, Henri Matisse, Eduard Munch, Emile Nolde e Pablo Picasso. Sarà questa una delle esposizioni più visitate della storia, con oltre due milioni di persone nel corso di quattro anni.

 

 

È proprio il 1937 a costituire il punto di non ritorno per l’arte europea. A partire da quell’anno, le forze speciali delle ERR (Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg), insieme a numerosi esperti e mercanti d’arte, assoldati da Hitler e dal suo braccio destro Göring, si scatenarono per tutta Europa razziando piccole e grandi collezioni, man mano che le conquiste belliche tedesche avanzavano. La Storia si dirama così nelle tante tragiche storie di chi fu costretto a vendere a prezzi iniqui i propri beni, nella speranza (spesso tradita) di ottenere un visto di espatrio (caso Rosenberg e Rothschild), di chi si rifiutò e fu deportato nei campi di concentramento (caso Gutman), e di chi venne semplicemente privato della scelta (caso Goudstikker).

 

 

La sobria narrazione, affidata a Toni Servillo, ci accompagna in un viaggio affascinante, seppure segnato dal dramma, che ripercorre le tracce delle opere inghiottite nelle viscere delle miniere di sale di Altaussee o di quelle di potassio di Kaiseroda, riscoperte poi dai Monuments Men americani. Questo gruppo di “studiosi-soldati”, attivo dal 1943 per la protezione del patrimonio artistico europeo, ebbe nel dopoguerra un ruolo fondamentale nel rintracciare i beni incamerati e nascosti dai Nazisti. Con i recuperi si aprì tuttavia l’ardua questione delle restituzioni, tema attualissimo e per nulla risolto.

 

 

I discendenti sono oggi coinvolti in dure battaglie legali per vedersi riconosciuto il diritto alla restituzione di quadri e oggetti già posseduti da nonni e zii, e finiti nelle sale dei rispettivi musei nazionali. «Non è solo una questione di soldi­», ricorda Anne Webber (co-fondatrice e co-direttrice della Commition for Looted Art in Europe). È l’umano bisogno di ritrovare un legame con le proprie origini, di ricucire lo strappo doloroso avvenuto in quegli anni di guerra, e provare a sanare la ferita.

Il documentario intreccia con efficacia le voci degli eredi (a volte per lungo tempo ignari del proprio passato familiare) con quelle di studiosi e avvocati (come Christopher A. Marinello) impegnati a gettare luce sulle intricate vicende. Le ricerche d’archivio originali, intraprese dall’equipe di Didi Gnocchi, sono la prova di quanto ci sia ancora da scoprire e ricostruire. In tal senso, è positiva la recente proposta di ben quattro mostre dedicate all’arte sottratta da Hitler e alle vicissitudini delle restituzioni: 21 rue La Boétie (Parigi), promossa da Anne Sinclair, nipote di Paul Rosenberg, grande collezionista e mercante d’arte parigino; Looted Art (Deventer, Olanda), incentrata sulle opere requisite dalle collezioni olandesi; infine la doppia esposizione dedicata al Dossier Gurlitt: Degenerated Art, Confiscated and Sold (Berna) e Nazi Art Theft and Its Consequences (Bonn).

 

 

Il caso Gurlitt, rivelato al pubblico nel 2013 grazie all’inchiesta di Markus Krischer (Focus), espone un altro aspetto rilevante delle confische operate dai Nazisti. Figlio di Hildebrand, uno dei più importanti mercanti d’arte al soldo di Hitler, Cornelius Gurlitt, come si scoprì nel 2010 in seguito a un fortuito controllo doganale in Svizzera, aveva ereditato una strepitosa collezione di oltre 1500 opere di noti maestri, molti dei quali considerati “degenerati”. Come mai i quadri non erano stati (fortunatamente) distrutti? La risposta è semplice: erano destinati alla vendita. Il docu-film affronta con rigore quest’ulteriore spinoso argomento. Sebbene diffamati dai Nazisti, gli artisti contemporanei e d’avanguardia erano infatti assai apprezzati altrove, e spesso le loro creazioni, confiscate o acquisite per pochi spiccioli, venivano poi messe all’asta in Svizzera per rifornire le casse del Reich. Altri pezzi furono invece concessi come pagamento agli stessi intermediari del Führer o di Göring, che riuscirono perciò, a loro volta, ad accumulare consistenti collezioni.

Sollevare il velo sulle razzie di Hitler e dei suoi uomini, non è dunque solo un’operazione di ricostruzione storica, ma un atto dovuto alle vittime e ai loro discendenti. È un invito a prendere coscienza di un problema etico, prima ancora che giuridico, nello stabilire il ritorno dei patrimoni dispersi e saccheggiati. In virtù di un’ Arte concepita come forma di potere, status sociale ed estetica assoluta, sono stati giustificati crimini orrendi, che attendono ancora riconoscimento e riparazione. Questo documentario, uscito in anteprima nelle sale italiane, è un lodevole passo in tale direzione.

 
 
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