Cerveteri e il ritorno dei “Delfini guizzanti”
Dal traffico clandestino al museo, il puteale etrusco ricompone una storia spezzata lunga decenni

Cerveteri ha celebrato il ritorno di uno dei reperti più significativi emersi negli ultimi anni nel panorama dell’archeologia etrusca: il puteale dei cosiddetti “Delfini guizzanti”, monumentale parapetto di pozzo del IV secolo a.C., decorato con un raffinato fregio marino popolato da delfini, ippocampi, onde e motivi vegetali. L’opera, oggi integralmente ricomposta, è stata presentata al pubblico il 23 maggio, nella Giornata nazionale della legalità, in concomitanza con la Notte Europea dei Musei, presso il Museo Archeologico Nazionale Cerite.
La vicenda del reperto attraversa alcuni dei nodi più delicati dell’archeologia italiana contemporanea: scavi clandestini, dispersione internazionale dei materiali, traffico illecito di antichità e successivo recupero grazie alla cooperazione tra archeologi, magistratura e Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale. Parte del puteale era infatti emersa nel 2001 durante scavi regolari nel Santuario di Ercole Cerite, in località Sant’Antonio, uno dei complessi sacri più importanti dell’antica Caere. Un frammento decisivo, sottratto illegalmente e confluito nel mercato antiquario internazionale, era invece finito all’estero.

La ricomposizione è stata possibile grazie a un lungo lavoro di ricerca e riconoscimento. Fondamentale si è rivelata l’intuizione dell’archeologo Patrizio Pileri del Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia, che durante una missione a Castel Sant’Angelo individuò tra i materiali sequestrati un frammento compatibile con quello conservato nei depositi della Banditaccia. Confronti stilistici, misure e fotografie confermarono l’appartenenza allo stesso reperto. Il frammento proveniva dal cosiddetto “Tesoro di Londra”, collegato alle indagini sul trafficante Robin Symes, figura centrale nel commercio illecito internazionale di antichità tra gli anni Settanta e Novanta. Successive ricognizioni permisero inoltre di riconoscere ulteriori elementi pertinenti al puteale, compresa parte della base decorata. Il restauro ha consentito di riunire frammenti che avevano seguito percorsi conservativi differenti: alcuni custoditi nei depositi archeologici, altri transitati nel circuito clandestino internazionale.
Il reperto offre oggi nuovi elementi per comprendere il santuario di Ercole Cerite e i suoi apparati cultuali. Secondo gli studiosi, il puteale era collegato a una cisterna pertinente alle ultime fasi di vita del complesso sacro, tra IV e III secolo a.C. La qualità della lavorazione e la ricchezza decorativa testimoniano l’alto livello raggiunto dalle botteghe ceretane in età ellenistica, allorquando Cerveteri manteneva ancora un ruolo centrale nell’Etruria meridionale. Il ritorno dei “Delfini guizzanti” assume tuttavia un valore che supera il recupero materiale dell’opera. La ricomposizione restituisce infatti leggibilità archeologica a un oggetto frammentato dalla dispersione clandestina, ricostruendone il contesto storico e cultuale. Fotografie sequestrate, archivi investigativi, materiali di scavo e osservazione diretta dei frammenti hanno consentito di trasformare elementi dispersi in una narrazione coerente, fondata sul rapporto tra tutela, ricerca scientifica e memoria collettiva.

La scelta di presentare il puteale durante la Giornata della legalità rafforza inoltre il significato civile dell’iniziativa. Cerveteri, per lungo tempo associata nell’immaginario pubblico alle attività dei tombaroli e alla dispersione dei reperti etruschi, propone oggi una narrazione differente, costruita sul recupero, sulla cooperazione istituzionale e sulla restituzione del patrimonio alla comunità.
[Foto: Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia].

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