L’emergenza dell’arte: per molti ma non per tutti

Ci siamo adattati arredando l’emergenza sanitaria: chi più e chi meno, chi peggio e chi meglio, tra serrande abbassate, strade vuote, file ai supermercati, scuole e musei chiusi. Tanto si è riversato sul web a partire dalle lezioni e dalle relazioni scolastiche, dal lavoro e dai contatti professionali. Ma accanto all’Emergenza se ne affiancano altre “minori”, rispetto all’urgenza pandemica, ma ataviche. Parliamo di tutela del patrimonio culturale e dei suoi professionisti: l’arte e i suoi operatori sono al sicuro?

Il critico d’arte Luca Nannipieri, poco più di un mese fa e ad una settimana dal decreto del Presidente del Consiglio che estendeva il lockdown a tutto il Paese, vaticinava una moltiplicazione dei reati contro il patrimonio. L’effrazione di un 25enne, che si è introdotto in alcune domus del Parco Archeologico di Pompei asportando diversi frammenti di vaso (nota 1), e il furto di Spring garden, il dipinto di Van Gogh in prestito al Singer Laren Museum nel centro di Laren, sembrerebbero confermare non solo le preoccupazioni ma le falle di sistema. Un sistema delicato e fragile che si mantiene in una consolidata precarietà che il Covid-19 ha semplicemente riportato a galla: se l’Emergenza ha alzato la percezione del pericolo personale, le misure di contenimento del virus hanno azzerato la presenza e ridotto l’attenzione pubblica attorno ai siti e alle istituzioni culturali.

«In tutta la Campania, però, e cito a mo’ di esempio il caso del territorio di Teano (l’antica Teanum Sidicinum), particolarmente bersagliato, ma certamente anche altrove nel Sud Italia e nelle Isole, non si contano in questi giorni le iniziative spregiudicate dei ladri di identità, dei ladri di passato (e di futuro) che attentano al nostro patrimonio archeologico e storico-artistico, spesso restando ignoti alle cronache e senza suscitare una riprovazione sociale commisurata alla gravità del reato», scrive l’archeologa senatrice Margherita Corrado; mentre nelle stesse ore ICOM Italia diramava le Raccomandazioni per la tutela e la sicurezza nei Musei in emergenza COVID-19 sostenendo con forza quanto sia «indispensabile che i musei non trascurino tutte le misure atte ad evitare che il perdurare dello stato di emergenza e della conseguente chiusura al pubblico porti detrimento alla conservazione e alla tutela del patrimonio culturale».

Un patrimonio appunto che, secondo l’avvocato senatore Luigi Zanda, intervistato da Repubblica, potrebbe tornare utile anche “a far quadrare i conti”: «per far fronte al nostro fabbisogno straordinario senza far esplodere il debito pubblico potremmo dare in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale, almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei… è una vecchia tesi che può tornare attuale». Una proposta che il giornalista Federico Giannini, cofondatore di Finestre sull’Arte, ha rispedito al mittente per gli scarsi quanto effimeri benefici.

Al netto delle differenti sensibilità, dalle quali conseguono chiavi interpretative ed urgenze, si staglia prepotentemente all’orizzonte un cambio di rotta che l’emergenza sanitaria imporrà a musei e istituzioni culturali. NEMO – Network of European Museum Organisations sta cercando di analizzare l’impatto del lockdown attraverso un’indagine condotta tra i musei su scala globale e, dai primi dati raccolti (nota 2), risulta che «i musei più grandi e i musei nelle aree turistiche, abbiano registrato una perdita di reddito del 75-80%, con perdite settimanali che ammontano a centinaia di migliaia di euro». Alcuni nomi e numeri: nelle casse del Rijksmuseum e dello Stedelijk Museum, entrambi ad Amsterdam, o del Kunsthistorisches Museum di Vienna, mancano tra i 100mila e i 600mila euro a settimana. A ciò si sommano le differenti politiche di sostegno economico governativo: i musei di 12 Paesi «segnalano che sono in corso discussioni per un fondo la cultura di emergenza», in 8 Paesi «il fondo di emergenza è già in atto» mentre in altri 15 «non esiste un regime di finanziamento di emergenza disponibile». Il che nel futuro immediato questo si tradurrà in scelte drastiche di riposizionamento che molto probabilmente includeranno tagli e licenziamenti. E “nuove licenze”: l’«Association of Art Museum Directors, che conta circa 240 membri, ha dichiarato giovedì (16 aprile, ndr) che, per i prossimi due anni, non censurerà o sanzionerà i musei che intraprenderanno alcune attività tipicamente vietate dalle sue politiche, incluso l’utilizzo di entrate provenienti da fondi riservati per le attività generali spese operative». Dunque, «un museo d’arte che si trova ad affrontare una crisi di liquidità nel pagare, ad esempio, i salari potrebbe potenzialmente utilizzare le entrate di un fondo destinato a progetti di conservazione o acquisizione senza affrontare ripercussioni».

Diverse istituzioni sono passate alla “fase 2” e il futuro è già passato per i collaboratori freelance del dipartimento educativo del MoMA di New York: tutti per strada. I professionisti precari sono stati retribuiti sino al 30 marzo, ma altro non avranno dal “tempio dell’arte contemporanea” perché «tutti gli altri impegni futuri sono annullati e non verranno effettuati ulteriori pagamenti». Così è deciso, l’udienza è tolta.

Musei chiusi e in crisi, patrimonio culturale, operatori e posti di lavoro in pericolo: è un’ecatombe per tutti quelli che si occupano di arte? Sicuramente questa è la prospettiva per molti, ma non per tutti.

Guardando i risultati delle aste di marzo, i numeri evidenziano trend positivi: infatti «la pandemia non ferma l’ascesa dell’arte africana. L’asta online conclusasi il 31 marzo scorso da Sotheby’s ha registrato 5 nuovi record, un totale di 2.359.375 sterline e una partecipazione in crescita rispetto allo scorso anno». Stessa soddisfazione per la casa d’aste genovese Wannenes che «chiude questa tornata di marzo con un fatturato di oltre 3.600.000 euro, una crescita del 66,6 % rispetto allo stesso periodo del 2019 e due World Record Price per Christoph Daniel Scheck e Orazio di Jacopo». Per le vendite online delle case d’asta dunque va tutto bene e pare continuerà almeno «fino ad esaurimento scorte di opere e oggetti nei magazzini».

E pure sul mercato illegale si registra un notevole fermento. La pandemia ha fermato i cittadini, non “le comunità di saccheggiatori” che continuano a postare foto e video di manufatti, frutto di scavi clandestini passati e in itinere, sui vari gruppi Facebook: «il traffico di antichità in Medio Oriente e Nord Africa mostra che il saccheggio nei siti archeologici continua mentre le autorità sono occupate altrove».

Non abbiamo esperienza vivente di quanto stiamo attraversando. Oggi la parola d’ordine per musei e operatori sembra essere “sopravvivere”, quando già circolano stime che attestano attorno al 30% la percentuale di musei americani che non riapriranno.

Allora, in quale direzione dobbiamo andare? Qualità, ricerca e innovazione sono, secondo Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, i pilastri su cui si dovrà poggiare la “fase 2”, unitamente alla costituzione di tre fondi statali permanenti dedicati alla cura del patrimonio, alla ricerca e al settore comunicazione e digitalizzazione.

E forse solo così il patrimonio culturale e i suoi operatori saranno al sicuro. E andrà tutto bene.


Note

1 Identificato attraverso le immagini della videosorveglianza, l’uomo è stato denunciato, agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. I reperti sono stati recuperati e restituiti alla Direzione del Parco.

2 Al 3 aprile 2020 avevano risposto 650 musei di 41 Paesi: tutti i 27 stati membri dell’UE, 9 stati membri del Consiglio d’Europa, più il riscontro da parte di musei di Stati Uniti, Filippine, Malesia, Polinesia francese e in Iran.


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