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©Riccardo Giovanelli

 

Finalmente anche l’ultimo campo della mattinata è completato, ci si avvicina al sentiero, quando un bambino, 7 anni circa, ci corre incontro e, allegro e concitato, esclama: “Guardate che state sbagliando! Non si fa così… dovete uscire al buio, dopo la pioggia, e, con una torcia a filo del terreno trovare le cose che brillano, le monete, le gemme…”. Non è difficile immaginare il nostro stupore, misto a disappunto e a una certa dose di confusione. Subito spieghiamo che non si può fare, che è illegale, che è un reato, sperando, in qualche modo, di spezzare quella che, sicuramente rappresenta un’abitudine ben radicata ad Aquileia (UD).

 

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©Riccardo Giovanelli

 

Aquileia, da alcuni soprannominata “l’altra Roma”, una delle città più fiorenti e ricche dell’impero romano, snodo commerciale, crocevia di merci e di genti, devastata da Attila nel 452 a.C. e rimasta silente (almeno per quanto riguarda il record archeologico finora pubblicato) per almeno 500 anni, dall’inizio del ‘900 è tornata a essere attenzionata, restituendo alla luce una parte di quello che si potrebbe considerare un immenso giacimento archeologico. Il territorio è quasi totalmente rappresentato da campi coltivati di ogni genere, che hanno per secoli sotterrato le vestigia della metropolis Venetiarum (Giordano, 42, 219), frutto di una lunghissima tradizione agricola, che ancora fatica immensamente ad integrarsi con la tradizione archeologica, molto più giovane. Ancora oggi, nonostante gli ottimi sforzi di valorizzazione, merito della sinergia fra Sovrintendenza e diverse altre realtà (numerose Università, la Fondazione Aquileia, l’Associazione Nazionale per Aquileia, privati illuminati e così via) è tuttavia estremamente palpabile un certo malcontento e una certa discrasia, fra abitanti e istituzioni, fra sensibilità per l’antico e necessità del vivere quotidiano. Nella storia recente si sono susseguiti numerosi progetti di valorizzazione, piani regolatori, politiche di tutela, più volte aperti e altrettante volte interrotti; per non parlare della politica, messa in atto fra gli anni 50 e gli anni 80, di grossi espropri di ettari ed ettari messi a vincolo con l’idea di fare di Aquileia una “Pompei del Nord”, ma che ancora non si è concretizzata in tutto il suo potenziale. Da qui, il malcontento diffuso, specie fra i proprietari terrieri e i contadini, che non è possibile, oggettivamente, criticare: per molti mesi l’anno, i seppur meravigliosi scavi che compaiono attraversando le strade del paese, rimangono coperti da teloni neri e non è raro sentirsi dire dai locali frasi come: “quando mi sveglio la mattina e guardo dalla finestra, mi sembra di vedere tantissimi sacchi della spazzatura sparsi in giro”, o, ancora, sentirsi dire che numerosissimi vincoli impediscono la crescita economica del paese: i proprietari non possono far fruttare appieno ciò di cui dispongono e al contempo non ne comprendono la logica, dal momento che quasi tutto rimane interrato in attesa di tempi migliori, creando una sorta di congelamento delle possibilità, sia produttive sia turistiche, di un territorio che, invece, presenta tutte le carte in regola per essere estremamente prolifico su entrambi i fronti.

 

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©Riccardo Giovanelli

 

Non stupisce più, quindi, sentirsi dire, soprattutto da anziani che passeggiano lungo i sentieri mentre si è impegnati a fare ricognizione, che “qui si trovano tantissime gemme, tantissime monete”, mentre noi fatichiamo enormemente a trovarne, non stupisce l’idea che esista una tradizione di “piccoli saccheggiatori”, che scivolando nei campi, raccolgono quanto di più piccolo e prezioso riescano a trovare, contribuendo così sia a farne scomparire la traccia archeologica sia a creare piccole collezioni casalinghe sia ad alimentare un mercato nero fatto di mercatini e antiquari da una parte e dall’altra quello favorito dall’estrema vicinanza al confine italiano.

 

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©Riccardo Giovanelli

 

Aquileia non è un territorio facile: è un territorio dove una grande tradizione agricola e una storia socio-politica complessa si scontrano con un grandioso passato e una relativamente giovane tradizione archeologica, dove la comunicazione del valore del Patrimonio Culturale a tratti sembra spezzata, dove manca fiducia nei confronti di chi, con ottime intenzioni e grandi ideali, forse troppo spesso mantiene il dialogo all’interno delle mura accademiche o di cerchie ristrette  e non riesce a creare per gli abitanti un ponte reale e valido fra la loro vita quotidiana e quella le cui vestigia hanno il privilegio e il dovere di custodire.

“Quando ero giovane, arando i nostri campi trovavamo centinaia e centinaia di gemme. Alcuni le portavano ai mercatini, altri se le tenevano in casa. Mia mamma ne aveva conservate tantissime che venivano dal nostro campo qua davanti, e le ho sempre conservate in sua memoria. Poi un giorno sono arrivati quelli del Museo e me le hanno portate via senza darmi spiegazione. Una, però, con cui mia mamma aveva ricavato una collana e mi aveva regalato per le nozze, mi è stato permesso di tenerla. Però non ho mai capito: dato che il campo è nostro, non dovrebbero essere tutte cose mie? Non mi ha mai spiegato niente nessuno, nemmeno quando sono venuti a portarmi via i vasi (Anfore, ndA) dove tenevamo il grano. Cosa se ne fanno? Ce ne sono migliaia… non capisco, non capisco. Adesso qui non si trova più niente ormai...” (dal racconto verbale di un’anziana incontrata per caso).

 

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