ARCA Conference 2026: idee, sfide e prospettive nella lotta ai crimini contro il patrimonio culturale
Dal 2011 ogni anno a giugno il piccolo e delizioso borgo di Amelia, in Umbria, diventa per tre giorni il principale luogo di incontro di professionisti in vari campi che spaziano dall’archeologia alla storia dell’arte, passando per le materie giuridiche, membri delle forze dell’ordine e collezionisti che si riuniscono in occasione dell’Amelia Conference organizzata da ARCA, Association for Research into Crimes Against Art. Gli specialisti si ritrovano per confrontarsi sui vari temi che riguardano il traffico illecito dei beni culturali, le strategie di contrasto e i metodi di ricerca.

La Conference, che quest’anno si è tenuta dal 19 al 21 giugno, si è aperta il venerdì sera con un cocktail di benvenuto, un’occasione per i partecipanti di conoscersi e socializzare, creare connessioni e collaborazioni.
Lynda Albertson, CEO di ARCA, e il suo staff si prendono cura degli ospiti con una disponibilità e una gentilezza davvero rare: tutti vengono accolti con il sorriso, ogni minimo dettaglio è curato con attenzione e ciascuno si sente immediatamente a proprio agio. In un contesto di altissimo livello scientifico, questa attenzione alle persone e questo senso di familiarità contribuiscono a creare un clima di autentica collaborazione, nel quale il confronto professionale si accompagna a un sincero senso di accoglienza.
Nel corso dei due giorni successivi, nella sala conferenze del Collegio Boccarini, ha avuto luogo la conferenza con diversi relatori che hanno affrontato le tematiche più importanti e più attuali, relative alla lotta al traffico illecito dei beni culturali.

Un panel molto interessante è stato quello che ha aperto la conferenza la mattina di sabato 20 giugno: l’autore Michael Blanding, la professoressa Roberta Mazza dell’Università di Bologna e il professor Brent Nongbri, della Norwegian School of Theology hanno presentato il caso del Museum of the Bible, inaugurato a Washington nel 2017 con l’idea di collezionare papiri e altri reperti importanti per documentare la storia della Bibbia e affermarne la veridicità. Le indagini sulla provenienza dei reperti, condotte soprattutto dalle autorità irachene, hanno portato alla restituzione di oltre 5.000 manufatti. Roberta Mazza in particolare ha ricostruito i meccanismi che hanno reso possibili queste acquisizioni, mostrando come alcuni reperti siano stati acquistati persino attraverso eBay.
Una delle tematiche più dibattute durante la conferenza è stata l’eredità del colonialismo e il suo impatto sul patrimonio culturale. Lo storico e autore Barnaby Phillips ha focalizzato l’attenzione dei partecipanti sulla popolazione ghanese degli Ashanti, sull’oro e gli importanti oggetti di culto trattenuti dagli occupanti britannici in epoca coloniale e sul problema delle restituzioni: come ha detto lo stesso Phillips, “A story of injuries and resistence”. Il tema delle restituzioni di opere sottratte in epoca coloniale è stato affrontato anche da Reilly Clark, dottorando all’Università della California a Santa Barbara. Clark ha raccontato successi, fallimenti e opportunità del NAGPRA, Native American Graves Protection and Repatriation Act, legge federale degli Stati Uniti approvata nel 1990, che impone alle agenzie federali e alle istituzioni che ricevono fondi federali (come musei e università ad esempio) di restituire i resti umani, gli oggetti sacri e il patrimonio culturale delle tribù native americane.
Nell’ambito dei contesti coloniali un posto di rilievo ha avuto il caso del Nepal: su questa tematica sono intervenuti Shreena Nepal e Saurav Thapa Shrestha, analisti per la difesa del patrimonio culturale del Nepal, che hanno raccontato al pubblico presente in sala le strategie per sostenere le comunità locali e contrastare il traffico illecito attraverso ricerca, finanziamenti e cooperazione internazionale. In quanto a quest’ultima, importanti sono stati gli interventi di Laia Bonet Filella, project manager della fondazione ALIPH (International Alliance for the Protection of Heritage) e Tania Esposito, dell’Ufficio Federale per la cultura svizzero, che hanno parlato dei progetti di documentazione e contrasto al traffico illecito di beni culturali in Nepal. In particolare la Confederazione Svizzera sostiene il Paese dal 2015, dopo il devastante terremoto che colpì duramente la valle di Kathmandu. Sebbene, dunque, il sostegno finanziario ai progetti di tutela del patrimonio nepalese provenga principalmente da organizzazioni quali ALIPH e dalle autorità svizzere, ARCA svolge un ruolo importante come piattaforma internazionale di ricerca, formazione e dialogo, favorendo l’incontro tra istituzioni, finanziatori e professionisti impegnati nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Dal Nepal arriva anche la storia di Rabindra Puri, fondatore del Museum of Stolen Art e vincitore del premio UNESCO nel 2004, che ha relazionato nell’ultimo panel di domenica. Il suo contributo ha ribadito uno dei concetti più significativi emersi durante l’evento: in Nepal le opere trafugate non sono semplici beni culturali, ma vere e proprie divinità. Lo aveva espresso con efficacia Saurav Thapa Shrestha: “Our art for us is not just art, they are gods to us“, un pensiero ripreso da Puri nelle sue parole: “The real return is complete only when the god goes back to the temple, back to worship and back to people“.

Nell’ambito delle restituzioni di beni in contesti coloniali si è parlato anche dell’Italia: Ilaria Bortot, editor del Museum of Looted Antiquities ha focalizzato il suo intervento su alcuni importanti casi di restituzioni come quello dell’obelisco di Anxur, rimpatriato in Etiopia da Roma nel 2005. Jason Felch, direttore del MOLA, Museum of Looted Antiquities, ha presentato questo museo virtuale che espone digitalmente beni culturali trafugati o dispersi, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sul fenomeno del traffico illecito e promuovere la ricerca sulla provenienza delle opere. Dal suo lancio, a giugno del 2024, ha dato vita a 180 casi di studio per la restituzione in 111 Paesi del mondo.
Accanto all’analisi dei furti di beni culturali, la conferenza ha dedicato ampio spazio anche alle startegie di contrasto. Saskia Hufnagel e Colin King, dell’Università di Sydney, hanno evidenziato la necessità di adottare norme efficaci ma proporzionate, senza penalizzare il mercato dell’arte, come sintetizza efficacemente il titolo del loro intervento, Using a Sledgehammer to Crack a Nut. I vari punti di forza e debolezza delle attuali normative sono stati anche l’oggetto della relazione della ricercatrice Romina Frohar, che ha raccontato della sparizione di pregiati tappeti e altri elementi decorativi dal palazzo Sa’dabad di Teheran, in Iran, dovuta in gran parte alla mancanza di controlli adeguati, di personale di vigilanza, ma anche di normative efficaci. David Castro-Liñares, assistente professore di Criminal Law all’Università di Vigo nel suo intervento ha fatto una panoramica dei vari sistemi e organi di controllo e lotta al traffico illecito dei beni culturali in Europa. Tra gli strumenti principali ha parlato dell’EU Action Plan against Trafficking in Cultural Goods, adottato dalla Commissione Europea per assicurare maggiore prevenzione e precoce individuazione attraverso i controlli doganali, il rafforzamento delle forze dell’ordine, la cooperazione internazionale e soprattutto la sensibilizzazione. Fa piacere che tra gli esempi virtuosi di efficienza e organizzazione sia stato citato il Comando TPC dei nostri Carabinieri. Questo ha anche aperto un interessante dibattito tra i professionisti presenti, riguardo l’applicabilità del metodo italiano anche negli altri paesi europei: è possibile formare dei reparti simili anche negli altri Paesi membri dell’UE, per rafforzare la lotta al traffico illecito dei beni culturali?
Uno sguardo oltreoceano è quello fornito da Jeannine Gliddon Owens, dell’Old Dominion University (Virginia), che ha parlato del caso dei Moai dell’Isola di Pasqua esposti attualmente British Museum, importanti non solo per il valore culturale legato al territorio, ma anche per la valenza religiosa, poiché per la popolazione locale rappresentano il mana, la forza spirituale degli antenati. La dottoressa Owens ha poi stimolato un interessante dibattito parlando dell’utilità delle campagne social nell’accelerare i processi di restituzione e la creazione di norme adeguate a livello internazionale.
María Ángeles Fuentes Loureiro dell’Università de la Coruña è poi tornata sull’Europa parlando del caso studi della Spagna nell’ambito del progetto RITHMS (Research, Intelligence and Technology for Heritage and Market Security).
Protagonista della mattinata di domenica è stata la tavola rotonda, moderata da Saida S. Hasanagic, che ha riunito i ricercatori Marc Masurovsky, Pauline Baer de Pérignon, Barbara Kristina Murovec e Joseph Roussell per discutere di Provenance Research, con particolare riferimento all’arte trafugata durante la seconda guerra mondiale. Tra i principali interrogativi affrontati: quale sia il metodo più efficace per condurre una ricerca sulla provenienza, le sfide e implicazioni e in che modo questo genere di ricerca possa influenzare il mercato dell’arte. Dal dibattito è emerso che non esistono regole valide per ogni situazione: ogni caso richiede un’analisi specifica, orientata alla ricerca di una soluzione giusta ed equa, nello spirito dei Principi di Washington, adottati nel 1998.

Accanto ai temi delle restituzioni e della ricerca sulla provenienza, la conferenza ha affrontato anche alcune delle sfide più attuali per la tutela del patrimonio culturale. Ibrahim Bulut dal Belgio e Alice Bientinesi, ricercatrice di ARCA, hanno dedicato il loro intervento alla cybersecurity, evidenziando come gli attacchi informatici rappresentino una minaccia crescente per musei e istituzioni culturali, sempre più esposti ad azioni condotte da remoto. Furti, come quello avvenuto recentemente al Louvre, mostrano la fragilità di alcuni sistemi di sicurezza e allo stesso tempo la capacità, da parte dei criminali, di utilizzare tecniche spesso poco sofisticate ma altamente efficaci. L’esatto opposto di quello che frequentemente vediamo nei film al cinema, dove i furti d’arte vengono di solito spettacolarizzati per accattivare il pubblico. Questo è ciò di cui hanno parlato Keith Hayward, professore di criminologia alla facoltà di legge di Copenhagen e John Kerr, dell’Università di Londra, catturando l’interesse del pubblico con la loro oratoria spumeggiante e coinvolgente. Da Entrapment a L’ultimo quadro di Leonardo, da The Fake a Il mago del furto, il rischio, per questi film è quello di far simpatizzare il pubblico con il ladro di turno, facendogli sperare che riesca nell’impresa. Si può così passare dall’eccessiva spettacolarizzazione a un livello di dettaglio tale da suggerire, seppur involontariamente, possibili modalità d’azione ai malintenzionati.
L’Intelligenza Artificiale è stata tra i temi che hanno acceso maggiormente il dibattito. Liliana Wuffli-Wolf, ricercatrice e fondatrice di Okami Advisory Platform, ha illustrato le potenzialità dell’IA come strumento di supporto al riconoscimento delle opere d’arte e alla ricerca, presentando un algoritmo capace di affiancare, ma non sostituire, il lavoro degli studiosi. Di diverso avviso Massimo Sterpi, collezionista d’arte, che ha richiamato l’attenzione sui limiti dell’Intelligenza Artificiale, dovuti soprattutto alla mancanza di database completi e condivisi. Dal confronto è emerso come, almeno per ora, l’IA rappresenti un valido supporto, ma non possa sostituire il giudizio né il lavoro di un esperto.
I numerosi interventi hanno mostrato quanto il contrasto ai crimini contro il patrimonio culturale richieda competenze diverse e una stretta collaborazione internazionale. Per approfondire il significato di questa rete e la missione di ARCA, abbiamo rivolto alcune domande a Lynda Albertson.
La tutela del patrimonio culturale coinvolge molti professionisti diversi, dagli archeologi e curatori museali agli avvocati e alle forze dell’ordine. Come possono questi diversi settori collaborare in modo più efficace?
Penso che uno degli aspetti più importanti per lavorare insieme in modo efficace sia costruire un rapporto di fiducia reciproca. In alcuni casi è difficile che le forze dell’ordine siano completamente aperte, anche per ragioni giudiziarie, ma costruire la fiducia e rispettare quella che ci viene accordata rappresenta un primo passo fondamentale. Da quando ARCA è nata, nel 2009, fino a oggi, è stato un percorso lungo. Abbiamo dovuto avere pazienza per costruire questa sinergia e non abbiamo mai tradito la fiducia che ci è stata concessa. Credo che sia anche per questo che oggi abbiamo un buon rapporto con molte forze dell’ordine. Allo stesso tempo dobbiamo riconoscere anche il lavoro e la ricerca di storici dell’arte, ricercatori sulla provenienza, archeologi ed esperti, che possono aiutare a identificare i beni culturali, talvolta in contesti che le forze dell’ordine non stanno osservando. È importante riconoscere anche questo contributo, spesso svolto gratuitamente, perché le informazioni che queste persone forniscono aiutano concretamente a costruire i casi investigativi.
Quale ruolo possono svolgere l’educazione e la sensibilizzazione del pubblico nel ridurre il traffico illecito di beni culturali?
Credo che il pubblico debba imparare ad andare oltre i titoli dei giornali e i post sui social media, che spesso semplificano o spettacolarizzano il problema. Dobbiamo evitare di trasformare questi crimini in una storia da Hollywood e mostrare, invece, che cosa accade realmente. Nei Paesi di fonte il traffico illecito non è un “crimine da ricchi”: dietro il mercato internazionale ci sono spesso famiglie costrette a vendere quelle che per loro non sono semplici opere d’arte, ma vere e proprie divinità viventi, pur di sopravvivere. È importante che il pubblico conosca questa realtà. Per questo credo molto nella formazione multidisciplinare.
È anche il motivo per cui ARCA ha sviluppato i propri programmi di studio: per riunire competenze diverse, dall’archeologia alla storia dell’arte, dal diritto alla criminologia, che difficilmente si trovano insieme in un unico percorso universitario. Solo così è possibile affrontare la complessità di questi casi e formare una nuova generazione di professionisti, che possa costruire sul lavoro svolto finora senza dover ripartire da zero.
Nel corso della conferenza sono state presentate molte prospettive diverse. Ci sono stati temi o discussioni che quest’anno ha trovato particolarmente significativi?
Sono rimasta particolarmente colpita dal panel dedicato all’Intelligenza Artificiale. Oggi molti la considerano la soluzione a ogni problema, ma gli interventi hanno mostrato chiaramente che l’IA può essere uno strumento molto utile solo se dispone di dati sufficienti e di qualità. È importante capire quando può davvero essere d’aiuto e quando, invece, non può sostituire il lavoro degli esperti.
Ho trovato estremamente interessante anche il panel dedicato al nuovo Museum of the Bible Archive, che considero una sorta di “Panama Papers dei papiri”. Quando questo archivio sarà completamente analizzato, credo che offrirà una prospettiva del tutto nuova su un settore ancora poco esplorato della criminalità legata ai beni culturali. Sono davvero curiosa di vedere i risultati del lavoro di Roberta Mazza, Brent Nongbri, Michael Blanding e degli altri studiosi coinvolti.
Dopo tanti anni di lavoro in questo settore, che cosa continua a motivarla e a ispirarla?
La passione. È la passione delle persone che scelgono di formarsi in un settore nel quale è difficile trovare un impiego stabile e che, nonostante questo, continuano a impegnarsi con entusiasmo. Vedere quante persone e quanti Paesi sono coinvolti da queste tematiche e quanto stia crescendo la consapevolezza mi dà la forza di andare avanti. Ma soprattutto, non è il singolo bene culturale che torna a casa a motivarmi: è la reazione delle persone quando quell’oggetto ritorna alla propria comunità.

Mi sono laureata a Roma in archeologia e storia dell’arte greca e romana e ho conseguito la specializzazione nello stesso ambito a Lecce. Dopo diversi anni di esperienza sui cantieri urbani ho frequentato un master incentrato sui temi della tutela e dei reati contro il patrimonio culturale, discutendo una tesi sulla ricerca della provenienza e la restituzione dei beni trafugati durante la Seconda Guerra Mondiale. Dal 2015 sono guida turistica autorizzata di Roma: tra le visite che propongo più spesso, oltre la Roma antica, ci sono quelle su Occupazione tedesca e Resistenza, e sulla Street Art. Oggi divido la mia vita tra i tour con i turisti, lo studio e la ricerca.


