The Journal of Cultural Heritage Crime: un progetto editoriale 

1 Il panorama giornalistico 

Negli ultimi 20 anni i siti web a contenuto giornalistico sono cresciuti in maniera esponenziale e la possibilità di fruirli quotidianamente è divenuta consuetudine[1]. Tantissime le tipologie attestate, quelle facenti capo a editori, i blog e le piattaforme. Tale fenomeno non si è manifestato senza generare contraccolpi, come è accaduto e accade nel vivace dibattito tra i professionisti della stampa, che discutono, per esempio, su quale sia il destino del giornalismo tradizionalmente inteso[2]. Il citizen-journalism[3] prima e l’avvento dei social network dopo hanno cambiato ancor di più le modalità di diffusione delle notizie, ponendo in primo piano il problema della verifica delle fonti e, più in generale, la deontologia del giornalista, aspetti ai quali il professionista dell’informazione è votato. Così, accanto ai sostenitori della carta stampata figurano i fautori della rivoluzione digitale, convinti che i giornali in edicola a breve scompariranno per lasciare il posto ai siti web, e che si debba pensare a un modo nuovo di fare giornalismo, fermi restando i presupposti da cui la professione prende le mosse e utilizzando gli strumenti informatici ormai insostituibili nella vita dei cittadini[4]

Nel rapporto annuale sul consumo di informazione in Italia, l’Autorità per la Garanzia delle Comunicazioni (AGCOM) mette in evidenza come l’accesso alle notizie da parte del pubblico si indirizzi sempre più vistosamente verso Internet e verso le risorse che la rete mette a disposizione degli utenti[5]. La recente indagine di AGCOM descrive il comportamento degli utenti nell’accesso all’informazione con un approccio cross-mediale, ossia attraverso una combinazione di media. Il rapporto riferisce che “in una visione a 360° del fenomeno è possibile stabilire la crescita di importanza di un mass media come Internet, che in questo contesto svolge un ruolo non trascurabile”. Internet va dunque consolidandosi nel reperimento di notizie come fonte principale. Infatti, se la televisione si conferma come il mezzo più utilizzato per il reperimento di news, in crescita si attesta la forza informativa del web (Fig. 1). 

In generale, la maggior parte della popolazione accede ai mezzi di comunicazione anche per informarsi; l’80% dei cittadini li utilizza quotidianamente, essendo essi la fonte primaria di accesso alle notizie (Fig. 2).  

Stando ai dati diffusi da AGICOM, gli Italiani fruiscono dell’informazione online utilizzando fonti “algoritmiche”[6]. Succede in special modo sui social network e con i motori di ricerca, porte d’accesso preferite da quegli utenti che stanno via via abbandonando la carta stampata, senza dubbio meno economica, per accedere all’informazione attraverso gli strumenti digitali. Si stima che detti utenti siano rappresentati dal 54,5% della popolazione (Fig. 3). L’analisi dei dati mette in evidenza come gli utenti prediligano l’uso di motori di ricerca e di social network. Tali strumenti si collocano rispettivamente al terzo e al quarto posto nell’elenco delle fonti di informazioni considerate più attendibili, sostituendo pienamente gli altri mass media.

Un dato interessante nel rapporto è quello relativo alla “dieta mediatica”[7] dei minorenni, che accedono all’informazione “solo” attraverso i social network. Circa un quarto dei minori, inoltre, non sente la necessità di informarsi oppure lo fa attraverso le piattaforme social più note. 

Grazie alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche, dunque, l’accesso al web si registra ormai come fenomeno di massa.  E se da un lato si deve garantire il pluralismo dell’informazione, sia per quanto riguarda l’offerta informativa che la domanda, dall’altro risulta necessario il monitoraggio e il contrasto di tutti quei fenomeni negativi che sul web trovano terreno fertile. 

L’informazione, affidata da sempre agli specialisti del settore che garantiscono su base deontologica la corretta veicolazione delle notizie, viene tuttavia ostacolata dalla diffusione di fenomeni patologici come quello delle false notizie, sinonimo di disinformazione, che non hanno mai risparmiato alcun settore. Oggi il termine è stato rispolverato con l’anglosassone “fake news”, che descrive un fenomeno in apparenza nuovo ma che in realtà è lo stesso da sempre[8]. La novità consiste semmai nella loro rapida diffusione dovuta proprio all’avvento del web, con gli effetti deleteri che stiamo imparando a conoscere. Di fronte a tale impoverimento culturale, ai giornalisti è affidato l’arduo compito di garantire la corretta informazione. Il proliferare sul web di blog e spazi di informazione autogestiti richiede infatti particolare attenzione e un monitoraggio proattivo, utile a instillare nei lettori fiducia e consapevolezza e a prendere le distanze da tutto ciò che può essere connotato dall’improvvisazione.

2 Il progetto editoriale The Journal of Cultural Heritage Crime

All’interno di tale contesto si inserisce a pieno titolo The Journal of Cultural Heritage Crime (JCHC), un progetto editoriale online, lanciato nel settembre 2018, dopo un anno di “sperimentazione”. JCHC è concepito come un portale di approfondimento, il primo sito web del genere in Italia (Fig. 4), che tratta i temi sulla tutela del patrimonio culturale, con particolare attenzione alle azioni di contrasto ai traffici illeciti di opere d’arte, al recupero e alla restituzione dei beni culturali sottratti. Un focus specifico è dedicato anche alle misure adottate per contrastare il mercato nero di reperti archeologici e opere d’arte, così come grande rilevanza è data al recupero e alla restituzione dei beni culturali rubati. 

La Redazione del Journal si compone di archeologi, storici dell’arte, conservatori, paleografi, archivisti, esperti di art-security e giuristi, tutti attivi nell’ambito della tutela del patrimonio culturale. Al progetto partecipano altresì studiosi e specialisti di diversi settori che contribuiscono a fornire ai lettori uno sguardo approfondito e più tecnico sugli argomenti trattati.

The Journal of Cultural Heritage Crime combina articoli pubblicati sul suo sito web con una mirata strategia di comunicazione sui social media.

L’esigenza di realizzare un progetto di questo tipo è stata dettata dalla generale mancanza di attenzione, da parte della stampa nazionale italiana non specializzata, verso i fatti che hanno come oggetto questo genere di reati e che non conquistano mai la prima pagina, salvo rare eccezioni. Gli eventi che coinvolgono il nostro patrimonio culturale sono quasi sempre trattati come notizie di secondaria importanza, e quando raggiungono gli onori della cronaca, sono spesso fuorvianti o parzialmente riportati[9]. Il sensazionalismo a partire dai titoli, insieme a uno scorretto uso della terminologia, prevale a discapito dei contenuti, che vengono appiattiti e talvolta mortificati. Si tratta di un approccio finalizzato ad alimentare le dinamiche che regolano il click bait, letteralmente “acchiappa click”, col risultato che a risentire di tutto ciò è proprio la qualità dell’informazione[10].  

Un altro aspetto sconfortante è vedere come i temi intorno al patrimonio culturale figurino nella maggior parte delle testate giornalistiche generaliste, sia cartacee che online, sotto la rubrica “spettacoli” o genericamente nella sezione “cultura”: la cosiddetta “terza pagina”, intesa come il luogo dove reperire informazioni su come spendere al meglio il tempo libero. 

L’obiettivo del progetto, dunque, è stato fin dall’inizio riservare a questa tipologia di notizie la dignità della prima pagina e di sopperire all’inspiegabile silenzio sui reati contro il patrimonio da parte delle stesse riviste di settore, che focalizzano l’attenzione su interessanti argomenti di carattere storico-artistico o emozionanti scoperte archeologiche, non contribuendo così in alcun modo ad approfondire la conoscenza nel lettore riguardo a queste importanti tematiche.                  

The Journal of Cultural Heritage Crime si configura quindi come informazione di servizio, che si pone a sostegno di quanti quotidianamente sono impegnati nell’attività di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale. La sua grande ambizione è quella di interagire con il grande pubblico, col fine di sensibilizzare anche i non addetti ai lavori ai temi della tutela. In questa direzione risultano fondamentali i social media, la cui potenzialità di aggregazione non va sottovalutata. Se compito della stampa è informare sui fatti, quello dei social media è comunicare gli argomenti in maniera efficace, senza svilirli nei contenuti. 

Il Journal, affiancandosi ad altri progetti affini presenti sul web[11], si rivolge in via principale a un pubblico italiano. Col tempo la piattaforma si è però arricchita di contenuti in inglese e in spagnolo con il chiaro intento di accogliere al suo interno fatti e opinioni riguardanti la tutela nella loro formulazione internazionale. Scopo primario del progetto è l’interazione con il grande pubblico, con l’obiettivo di coinvolgerlo direttamente nella protezione del patrimonio[12]. Attraverso informazioni rigorose e aggiornate, esso mira a contrastare i crimini contro il patrimonio culturale cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica. Condizione necessaria per il suo buon funzionamento è dunque stimolare l’interesse delle persone col fine di coinvolgerle direttamente. Questo è possibile grazie alla diffusione delle nuove tecnologie e all’approccio cross-mediale, che consente di veicolare i contenuti utilizzando strumenti differenti rispetto al passato. Il sito che ospita il progetto editoriale diventa così un grande archivio in cui gli argomenti sono declinati secondo varie tipologie testuali. Ampio spazio è dedicato a video, immagini, collegamenti ipertestuali, che arricchiscono l’offerta informativa adeguandosi alle esigenze dei singoli lettori. 

FacebookTwitterInstagramLinkedIn e Telegram sono strumenti cardine per comunicare efficacemente a un vasto pubblico e il loro impatto non può essere ignorato[13]. La strategia comunicativa che viene imbastita sui social network garantisce, accanto alle attività principali svolte sul portale, la diffusione efficace delle notizie. Non si possono infatti sottovalutare le potenzialità offerte dalle tecnologie digitali che, come si è visto, svolgono un ruolo fondamentale nel processo di approvvigionamento all’informazione da parte degli utenti. I frequentatori delle piattaforme social vengono quindi condotti sul portale attraverso i post pubblicati sui profili del Journal con la possibilità di attingere a diversi contenuti proposti dalla Redazione. Le pagine social del Journal diventano in tal modo diretta appendice del sito web, che si alimenta pertanto non solo delle visite garantite dai motori di ricerca, ma anche dalle visualizzazioni degli utenti che frequentano i social network. Sulle pagine social non si trascura altresì l’attività di reposting di contenuti gestiti da pagine istituzionali vicine ai temi della tutela del patrimonio culturale. Infine, commenti e segnalazioni su situazioni di rischio o danno per monumenti e opere d’arte sono benvenuti e incoraggiati sulle pagine di social media.

3 Il sito web di JCHC

Rispetto al passato, l’uso sapiente delle nuove tecnologie permette un accesso più immediato alle informazioni; pertanto, la creazione del sito è stata la soluzione ideale per lanciare in tempo reale le notizie. L’homepage di The Journal of Cultural Heritage Crime si presenta come la parte più dinamica della piattaforma. Configurandosi come la prima grande pagina del Journal, propone una sintesi dei numerosi contenuti distribuiti all’interno delle rubriche e aggiornati quotidianamente. Le rubriche (Fig. 5) del Journal corrispondono ai diversi capitoli che alimentano il più grande tema dei crimini contro il patrimonio culturale quali furti, falsi e contraffazione, danni, saccheggi, abbandono, traffico internazionale di beni culturali, sequestri, recuperi e restituzione di beni rubati o saccheggiati. 

Vengono segnalati nella sezione “Primo Piano” gli articoli di fresca pubblicazione, che sono dunque posti nella parte alta, a sinistra, così come insegna l’architettura della comunicazione: chi approda sull’homepage di JCHC visualizza proprio quest’area, che risulterà perciò in evidenza[14].

La rubrica “Interviste” rappresenta per la Redazione un proficuo momento di incontro con chi opera direttamente sul campo. Il dialogo con esperti e protagonisti del settore dei beni culturali sono illuminanti per comprendere al meglio le dinamiche che regolano tale ambito.

Il Journal non trascura di informare i lettori su eventi, mostre, giornate di studio, conferenze o seminari specifici riguardanti la protezione del patrimonio culturale. Così come, all’interno della rubrica “Formazione” si segnala l’offerta formativa, appunto, proposta da università e istituti prestigiosi che mirano ad avvicinare chi ha intrapreso un percorso universitario alle tematiche di cui il progetto editoriale si occupa, tematiche in continua evoluzione e che richiedono un’attenzione costante. 

Il mondo dell’editoria e quello del cinema a seguire, così come quello televisivo, propongono spesso prodotti che si imperniano sulle tematiche riguardanti i crimini di cui il Journal si occupa: il furto di opere d’arte, in particolare, il mondo dei collezionisti e delle aste, il traffico internazionale di beni culturali, il patrimonio da proteggere nelle aree di conflitto diventano infatti gli argomenti intorno ai quali si dipanano storie che possono essere raccontate in un libro, in un film o in un docufilm e che raggiungono con facilità il grande pubblico. Il Journal, pertanto, si sofferma anche su recensioni o propone semplici schede attraverso cui informare i lettori di un’uscita editoriale o cinematografica interessante. 

Nella sezione “Sala Stampa” (Fig. 6) viene segnalata la rassegna stampa settimanale online, che raccoglie gli articoli a tema pubblicati da testate giornalistiche nazionali e internazionali, così come anche quelle di blog tematici. La piattaforma online diventa in questo modo anche aggregatore di news. Un momento importante è la raccolta delle agenzie di stampa, che figurano in un’apposita sezione, insieme alle notizie raggruppate per argomenti. 

Un punto di forza del progetto è l’attenzione verso l’attività delle Forze di polizia (Fig. 7), in primo luogo il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, a cui sono state riservate sul portale alcune sezioni speciali. In una di queste vengono raccolti tutti i rapporti ufficiali del TPC riguardanti l’attività operativa del Comando, con particolare attenzione ai Nuclei territoriali. Risalto viene dato altresì al lavoro della Polizia di Stato, della DIA e della Guardia di Finanza, che pur non prevedendo al loro interno un reparto specializzato finalizzato alla tutela del patrimonio culturale, incappano sovente al momento delle indagini in reati che vedono protagonisti i beni culturali e che vengono puntualmente segnalati ai lettori. Novità degli ultimi mesi sono sul sito web del Journal le sezioni dedicate alle polizie internazionali. Si veda, per esempio, la pagina sulle attività di INTERPOL con la sua Works of Art Unit o la Cultural Heritage Brigade che ha spontaneamente espresso il desiderio, contattando la Redazione del Journal, di fare conoscere al pubblico internazionale la sua attività sul territorio spagnolo. 

Come già accennato, la lingua utilizzata dal Journal resta al momento l’italiano. La scelta ponderata della lingua fa rifermento alla necessità di coinvolgere e interessare gli Italiani a un patrimonio dimenticato e non sentito come sinonimo di identità culturale, soprattutto da parte dei più giovani, che si rendono sovente protagonisti di atti vandalici verso i beni culturali. 

Auspicio di chi ha fondato il progetto è quello di facilitare la creazione di una rete di professionisti del patrimonio, contribuendo anche a tenerli connessi con il pubblico non specializzato per la diffusione di informazioni accurate. L’obiettivo è quello di condividere notizie collaborando sempre più strettamente con studiosi italiani e stranieri. A questo proposito, il nostro portale ha aperto una nuova sezione intitolata “Internazionale”. Articoli in altre lingue saranno raccolti qui, ampliando così la gamma di argomenti e punti di vista coperti dalla rivista. JCHC ha inoltre sviluppato partnership strategiche con due musei e una fondazione: il Museo Archeologico Lanciani di Guidonia-Montecelio, il Museo dell’Arte in Ostaggio (MAIO) di Casina de’ Pecchi, vicino Milano e la Fondazione Enzo Hruby. Dall’homepage, si può immediatamente arrivare alle pagine personalizzate che sono state dedicate a ciascuna istituzione. Tale attività di networking è significativa, perché permette di organizzare o sponsorizzare eventi e conferenze di divulgazione.  

4 Le pagine social di JCHC

Essendo acclarato che un numero notevole di utenti si informa attraverso le piattaforme social, soggette quindi a dinamiche algoritmiche, è realistico pensare che molti si affidino alla casualità nel reperimento delle notizie. Un dato allarmante questo, che conduce sovente chi osserva il fenomeno a fare un paragone fra vecchi media e nuovi media, mettendo in evidenza come la stampa tradizionalmente intesa non possa essere sostituita dai nuovi mezzi di comunicazione. Chi si vuole informare in maniera corretta, non può ricorrere solo a Facebook o Twitter. Di fatto, una differenza esiste tra il vecchio modo collaudato di fare giornalismo e il nuovo che avanza. Va innanzitutto sottolineato come la dimensione relazionale sia la novità principale che caratterizza i media di più recente introduzione. Attraverso i social si creano infatti nuovi rapporti comunicativi, se ne distruggano e se ne alimentano altri, si ridimensionano quelli esistenti. Costruire relazioni significative in senso giornalistico significa stabilire un contatto con i lettori[15] informandoli e rispettando le regole della professione senza mai perdere di vista i principi dettati dalla deontologia: raccontare i fatti in maniera corretta ed esaustiva, verificando le fonti. 

In una dimensione relazionale permeata sulla credibilità, nel momento in cui si crea un rapporto di fiducia tra chi informa e chi fruisce dell’informazione, si creano i presupposti per soddisfare i lettori con un’informazione di qualità che ponga l’enfasi su ciò che è sostanziale e soprattutto che permetta al lettore di distinguere tra fatti e opinioni[16]. Sulla base della fiducia creata, sarà allora determinante evitare di cercare la notizia e il coinvolgimento del lettore “a tutti i costi” facendo uso di sensazionalismo, a discapito della correttezza giornalistica. Il lettore attento se ne accorge. È sempre necessario mediare tra tono coinvolgente e veridicità dei fatti, affinché il risultato non si configuri come clickbait,[17] espediente utile per attirare l’attenzione del lettore, ma incapace di creare il rapporto di fiducia descritto.  

Le pagine social del Progetto JCHC si ispirano ai principi deontologici illustrati. Il tipo di social media che risulta essere più efficace per gli scopi del Journal è Facebook, che ha attualmente raggiunto, in crescita costante e veloce, il numero di 10.000 followers, attestandosi al primo posto tra le pagine Facebook che trattano i medesimi argomenti. I numeri mostrano l’efficacia di questo mezzo specifico nel comunicare i nostri temi: infatti, le “impressioni” e i dati di coinvolgimento rivelano risultati incoraggianti. Per “impressioni” intendiamo quante volte i nostri post (inclusi stati, foto, link, video e altro) siano apparsi sullo schermo di qualcuno, mentre i dati di coinvolgimento si riferiscono a quante volte un singolo lettore abbia agito in maniera attiva commentando, esprimendo il gradimento, condividendo i post o effettuando un semplice click. I followers che seguono il Journalsu Facebook sono per la maggior parte italiani, ma anche altri paesi sono rappresentati, sebbene in numero più basso. Oltre 1.000, invece, i followers su Twitter. I dati di quest’ultima piattaforma mostrano un numero interessante di visualizzazioni (205.000 dei singoli tweet nell’ultimo semestre del 2020), di cui il 40% proviene dall’Italia e il resto da altri paesi. Dati interessanti sulla tipologia di utenti collegati emergono anche da Instagram e LinkedInInstagram conta un totale di 687 followers, quasi tutti italiani. LinkedIn è l’unico social media del Journal a rivolgersi direttamente alla comunità internazionale utilizzando la lingua inglese nei post che rimandano agli articoli sul sito. Si sono raggiunti così i 1.300 followers, con un riscontro notevole proprio oltralpe. 

Nel complesso e considerata la recente messa online del Journal, i dati sul coinvolgimento e i diversi tipi di interazione dei followers hanno dimostrato come il progetto possa essere potenzialmente uno strumento efficace per contrastare i crimini contro il patrimonio culturale. Il lettore informato è un cittadino consapevole che sa apprezzare fino in fondo il valore dei beni storico-artistci, intesi come sinonimo di identità culturale. È possibile dunque educare il pubblico a una cultura della legalità? A nostro avviso la risposta è assolutamente positiva: lo si può fare percorrendo numerose vie, in primis, quella imprescindibile della formazione a tutti i livelli scolastici. E senza dubbio lo si può realizzare grazie all’uso di strumenti diversi, ma che viaggino sugli stessi binari: l’informazione, con l’esposizione corretta dei fatti, e la comunicazione, con una narrazione coinvolgente del nostro patrimonio storico-artistico. The Journal of Cultural Heritage Crime non va dunque concepito semplicemente come un archivio di informazioni o una vetrina per notizie elettrizzanti, ma come una piattaforma cross-mediale, interattiva, che vuole raggiungere le persone per renderle consapevoli delle numerose minacce al patrimonio culturale collettivo, coinvolgendole quindi attivamente nella sua tutela.

Bibliografia

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Note

[1] Bolzoni 2015, p. 23 e ss.; Bellasio 2018, p. 164 e ss.

[2] Puliafito 2017, p. 24-31. 

[3] Bolzoni 2015, p. 56 e ss.; Partipilo 2018, p. 47.  

[4] Puliafito 2017, 35-38.

[5] AGICOM, Rapporto, pp. 1-4. 

[6] AGICOM, Rapporto, p. 51.

[7] Leckner – Severson 2018.

[8] AGICOM, Rapporto, p. 57; Puliafito 2017, pp. 87-90. 

[9] Si vedano i molteplici titoli dedicati a sproposito a Pompei (ad esempio, Pompei, gli ultimi scavi svelano il mistero:” Fu fondata dagli Etruschi”,http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Pompei-ultimi-scavi-svelano-il-mistero-Fu-fondata-dagli-Etruschi-a8bcc2f6-3ecd-410d-ad80-f5dd04380d04.htmlA Pompei il mistero della piccola Mummiahttp://www.arte.it/notizie/mondo/scoperta-in-francia-una-piccola-pompei-13299Antica Norba: la piccola Pompei dei Monti Lepini, https://www.ilmessaggero.it/viaggi/weekend_italiano/norba_resti_monti_lepini-5531070.html), o quelli che inneggiano a ritrovamenti di tesori.

[10] Puliafito 2017, p. 276; D’Eredità-Falcone  2018, pp. 191-195.

[11] Ad esempio, ARCA (http://art-crime.blogspot.com), Trafficking Culture (https://traffickingculture.org), and the EAA Committee on the Illicit Trade of Cultural Material (https://heritage-lost-eaa.com).

[12] Jenkis-Ford-Green 2013.

[13] Mandarano 2019, p. 73 e ss.; Santoro 2018, p. 211 e ss. 

[14] Sulla progettazione funzionale dei siti web si veda Badaloni 2016. 

[15] Chieffi 2018, p. 306 e ss. 

[16] Si veda sull’argomento Gamaleri 2014. 

[17] Si veda, ad esempio, Rony M.U. – Hassan N. – Yousuf M. 2017.

[Traduzione dell’Articolo: The Journal of Cultural Heritage Crime: An Editorial Project, pubblicato in Stolen Heritage 2021].

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