Se n’è andato in silenzio Paolo Giorgio Ferri. Aveva difeso l’Italia dalla “grande razzia”

di Fabio Isman

Paolo Ferri, che se n’è andato per un infarto il 14 giugno, solo, in un letto dell’ospedale dove era stato ricoverato il giorno prima, non era soltanto un mio grandissimo amico; ma, soprattutto, era un immenso magistrato. Come sostituto Procuratore di Roma, aveva avuto il coraggio di indagare sull'”arte rubata”: inchieste difficilissime, lunghe anni e anni, su un tema mai affrontato prima, di quelle che non “pagano” nella carriera. Le ha affrontate senza facilitazioni: continuava a sobbarcarsi anche ai turni della Procura, interrogare gli arrestati e quant’altro.

Prima, di quel mondo non sapeva nulla: a Villa Giulia, era andato da ragazzo, con la scuola. Ma è riuscito a immergersi nel mondo più che sfuggente dell'”arte rubata”, senza risparmiarsi. Ha avuto pure infinite umiltà; mi raccontava che la prima rogatoria all’estero (non ne aveva mai scritte) gli era costata un mese di lavoro, e si era dovuto far aiutare da un maresciallo dei Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale: alla fine di quest’avventura, ne redigeva, da solo, una ogni settimana.

Nella “grande razzia” italiana, durata circa trent’anni, dal 1970 al 2000, sono incappate forse 10 mila persone: un quarto le aveva inquisite soltanto lui. Ha capito subito che il mondo scientifico dell’arte e dell’antichità non lo conosceva affatto. E si è messo accanto alcuni archeologi scelti tra i migliori: un paio che lo seguissero quotidianamente (Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini), e altri tre, che esaminassero gli oggetti e le immagini (spesso polaroid) ritrovate a Giacomo Medici al Porto franco di Ginevra. I tre periti erano Gilda Bartoloni, Giovanni Colonna e Fausto Zevi. E Medici, il solo, tra i maggiori “trafficanti” ad essere stato condannato: a otto anni di carcere e 10 milioni di euro come indennizzo allo Stato, per i danni causati al suo patrimonio culturale. Quella scoperta a Ginevra nel 1995, ha costituito il primo grande impulso all’inchiesta; il secondo, è stato il sequestro, nel 2001, a Basilea, delle antichità (e dell’archivio, anche con tutte le immagini) di Gianfranco Becchina.

Per queste inchieste, Ferri ha dovuto viaggiare il mondo: “Era l’unico che ci accompagnava, quando dovevamo compiere delle perquisizioni, anche all’estero”, racconta un carabiniere che ha lavorato a lungo con lui. Nella sua rete sono finiti almeno 47 grandi musei del mondo. Lui, li definiva “i traditori”: compito di un museo è di educare, ma non al furto; lo diceva anche Francesco Rutelli.

Ed il Pm Ferri ha fatto ritornare in Italia forse 200 degli oggetti più belli che erano stati sottratti al suo sottosuolo. Degli autentici capolavori: dal Cratere d’Eufronio, al Trapezophoros, i due grifoni che sbranano una cerva. E tantissimi altri, che, qui e ora, è superfluo dettagliare.

Bene, o malissimo: quando Ferri se n’è andato, il cordoglio è stato generale. Anche perché era più che un vero signore; attivissimo; innamorato della vita; e perfino da pensionato dalla Procura della Repubblica, non si risparmiava: corsi, lezioni e convegni in mezzo mondo.

L’unico che ha capito un po’ poco, è stato il nostro Paese. Prima, non gli ha affidato un ruolo all’Unesco, per il quale era pure un candidato. Poi, quando se ne è andato, è stato silenzioso. Faccio per dire: un mio post su Facebook che lo ricordava, ha ottenuto 1.109 “mi piace”, o simili; 364 condivisioni e 235 commenti, per dire quanti hanno partecipato alla sua dipartita. Ma dal Ministro, nemmeno una parola. Una settimana dopo, con un grande articolo nella rubrica “Arti”, e con due foto, lo ha ricordato il New York Times: il maggior quotidiano degli Stati Uniti; su un paio dei nostri (al massimo) un trafiletto di poche righe. Gli ha reso omaggio il giornale del Paese… dei ladri, e non il ministro di quello dei derubati. Lui, forse amaramente, nella sua “casetta” come la chiamava, sui Bastioni di Alghero, che aveva restaurato con amore e dove quest’anno non è potuto andare per la sua adorata pesca subacquea in apnea, ne avrebbe sorriso. Ne sono certo. Ciao Paolo, che la terra ti sia lievissima.



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