Sakura e la ricerca del Van Gogh perduto

Ci sono un inglese, un’italiana, un olandese, una francese e un americano. Potrebbe sembrare l’incipit di una barzelletta, invece è l’immagine letteraria dell’incontro di queste persone con cui comincia Sakura, l’ultimo romanzo della scrittrice spagnola Matilde Asensi. L’appuntamento è al civico 14 di rue Clauzel di Parigi, alla galleria d’arte Boutique du Père Tanguy. Siamo all’inizio di agosto 2018 e Ichiro Koga, anfitrione e finanziatore giapponese, convoca per la prima volta il team di professionisti reclutato per intraprendere una missione riservatissima, complessa e già ben remunerata: recuperare il Ritratto del dottor Gachet.

La tela, una delle ultime realizzate da Vincent van Gogh nel 18901, non è riconosciuta come un capolavoro assoluto, soprattutto dal grande pubblico che conosce i Girasoli o il Campo di grano con volo di corvi, ma è certamente l’opera che offre una chiave di lettura sia all’intera produzione di Van Gogh che alla sua fisionomia interiore2, a quella malinconia che ad un certo punto si trasforma in mal di vivere.

Nel 1911 il dipinto entra nella collezione di stato dello Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno. Confiscata dai nazisti guidati da Göring nel 1937, come esempio di “Entartete Kunst”, l’opera viene venduta al mercate Frank Koenigs. Questi nel 1939 la rivende in segreto a Parigi a Siegfried Kramarsky, un banchiere ebreo e collezionista d’arte, che la porta con sé a New York. Passato di proprietà al Kramarsky Found, tra il 1984 e il 1990, il Ritratto del dottor Gachet è esposto in prestito al Metropolitan Museum of Art. Nel centenario della sua esecuzione e della morte di Van Gogh, gli eredi Kramarsky ne dispongono la vendita. Il 15 maggio 1990 la tela è battuta all’asta da Christie’s, un incanto che entra nella storia dei record: l’industriale giapponese Ryoei Saito si aggiudica il dipinto per la cifra di 82,5 milioni di dollari. Non male per un’opera che nel 1897 era stata (s)venduta a 58 dollari!

Due giorni più tardi, il 17 maggio, Saito si assicura da Sotheby’s per 78,1 milioni di dollari (e un’ipoteca bancaria sul suo patrimonio immobiliare) anche Au moulin de la Galette di Pierre Auguste Renoir. L’industriale balza dunque agli onori delle cronache di tutto il mondo per i colpi messi a segno alle aste primaverili newyorkesi e per l’imposta da 24 milioni di dollari che lo Stato giapponese applica alla dichiarazione dei redditi l’anno successivo all’acquisto dei dipinti. Nel corso di una conferenza stampa il Saito furioso annuncia le sue ultime disposizioni: dopo la sua morte sarà cremato insieme alle amatissime tele, per tenerle con sé in eterno e per sollevare gli eredi dal pagamento di un’ulteriore tassa.

Il 30 marzo 1996 il signor Saito muore d’infarto, prossimo alla bancarotta e non prima d’aver incassato una condanna per concussione. Del Ritratto del dottor Gachet si perde ogni traccia.

A questo punto verità, mistero e finzione letteraria si mescolano: il primo capitolo di Sakura è ricco di dettagli, accattivante e incalzante. Scivola via. Le parole scappano e le pagine si consumano nel rompicapo della sfida immersa in un’atmosfera che da Parigi si trasferisce in Giappone. Lo street artist di Liverpool, la pittrice milanese, il gallerista di Amsterdam, l’infermiera marsigliese, il costruttore edile di Warren e il minimo comune denominatore: il profumo del compenso. Tra pigmenti ed enigmi, ukiyo-e e Van Gogh, lame ninja e trappole, tradizioni e maledizioni che imprigionano il gruppo in escape rooms angoscianti sulla scia del dipinto scomparso in una costante altalena tra esplosivo entusiasmo e scoramento collettivo.

La prosa di Matilde Asensi è pastosa, fitta di riferimenti estetici e storici che meritano un approfondimento a sé ma che, talvolta, fiaccano la lettura. Quando pensi che il libro non abbia più molto da offrire e che il finale sia scontato, l’autrice rilancia con uno spregiudicato all-in che trasforma la finzione in un romanzo di avventurosa formazione.

I protagonisti sono accompagnati in un viaggio di analisi che non trascura l’introspezione personale né lo sguardo di contesto reale oltre la narrazione: «i grandi musei sono pieni di falsi […] e si vendono senza pudore quadri di allievi delle scuole e delle botteghe di pittura spacciandoli per opere originali dei grandi maestri». E il lettore è lasciato in balia del dubbio e del sospetto che l’autentico e che la verità non sia più distinguibile dalla bugia e dal falso.

Quello che sappiamo invece, ormai con una buona dose di certezza, è che la prima versione del Ritratto del dottor Gachet3, quella acquistata da Saito, fu venduta tra il 1997 e il 1998, attraverso una trattativa privata condotta da Sotheby’s, al banchiere austriaco Wolfgang Flöttl per una cifra tra i 65 e i 90 milioni di dollari. Solo un decennio più tardi, nel 2007, emersero i riscontri che confermavano il passaggio di proprietà, ma soprattutto ancora l’esistenza di quel dipinto fondamentale: «il motivo più importante per tirare fuori il dottore angosciato è il suo status iconico – non sul mercato dell’arte, ma nella storia dell’arte. Questo capolavoro tardivo, che secondo Van Gogh incarnava “l’espressione spezzata del nostro tempo”, è il culmine del lavoro dell’artista come capostipite della ritrattistica moderna, l’aspetto della sua opera che ha significato maggiormente per lui. I fortunati proprietari di pepite così preziose della cultura mondiale dovrebbero sentirsi in qualche modo responsabili di condividerle con il resto di noi, almeno “una volta al secolo”»4.

Incappato anche Flöttl in turbolenze finanziarie avverse – non sembrano poi così fortunati i proprietari di questa pepita -, la tela è passata nelle mani di un anonimo acquirente per circa 100 milioni di dollari ad arricchire il caveau di una collezione molto privata.

“Eppure, secondo molti esperti, l’arte non sparisce mai per sempre. «Quello del capolavoro scomparso è un mito. A meno che non sia stato distrutto, incenerito come vagheggiava Saito, prima o poi ricompare», dice Nicholas MacLean, dell’omonima galleria londinese. Quando muore un collezionista, spiega, gli eredi devono dapprima vendere per pagare le tasse di successione e non sempre passano attraverso le aste, che danno il massimo di pubblicità. È possibile, in altre parole, che il Dottor Gachet sia passato discretamente per trattativa diretta da un collezionista privato a un altro: «Prima o poi qualcuno deciderà di metterlo in mostra, magari in un museo che si è costruito da sé».5

Secondo il database di ARCA – Association for Research into Crimes against Art «sono 37 le opere di Van Gogh rubate, 3 delle quali due volte ciascuna, nel corso di 15 furti d’arte separati»6: prima o poi rivedremo anche queste, insieme al Ritratto del dottor Gachet?


Matilde Asensi, Sakura, Solferino, Milano 2019, pp. 377, 18,00€


Note

1 L’esecuzione, secondo una lettera scritta dal pittore al fratello Théo, risalirebbe attorno al 3 giugno 1890. Muore il 29 luglio, dopo due giorni di agonia, per le complicazioni insorte a causa di un proiettile sparato[si] nell’addome. Tra il 20 maggio, suo arrivo ad Auvers-sur-Oise, e il 27 luglio, Van Gogh avrebbe freneticamente dipinto un’ottantina di tele.

2 Gloria Fossi, Il ritratto del dottor Gachet: un’opera di Van Gogh scomparsa, Artedossier, 5 ottobre 2017, https://www.youtube.com/watch?v=HsJUxWfkuw4.

3 Ne esiste una seconda versione, tecnicamente meno accurata e scarna di particolari, conservata a Parigi ed esposta al Museo d’Orsay. Diversi studiosi ne hanno messo in discussione l’autenticità, ma uno studio scientifico di confronto diretto delle due opere non è ancora mai stato possibile.

4 «[…] the most important reason for outing the angst-ridden doctor is his iconic status — not on the art market, but in art history. This late masterpiece, which van Gogh said embodied “the heartbroken expression of our time,” is the culmination of the artist’s work as the progenitor of modern portraiture, the aspect of his oeuvre that meant most to him. Fortunate owners of such precious nuggets of world culture should feel some responsibility to share them with the rest of us, at least “once in a century”».
Lee RoosenBaum, A Doctor in the House, But Whose House?, Wall Street Journal, 7 marzo 2000, http://www.artsjournal.com/culturegrrl/2007/01/dr_gachet_sighting_it_was_flot.html

5 Paolo Valentino, Quel Cézanne è solo mio. Gauguin, Renoir, van Gogh, Picasso, Giacometti & C. la galleria dei capolavori che rischiano di sparire per sempre, Corriere della Sera, Il Club de La Lettura, http://lettura.corriere.it/quel-cezanne-e-solo-mio/

6 Lynda Albertson, Van Gogh thefts by our count: 37 Van Gogh works of art have been stolen, 3 of them two times each, over the course of 15 separate art thefts, ARCA – Association for Research into Crimes against Art, 30 marzo 2020, https://art-crime.blogspot.com/2020/03/van-gogh-thefts-by-our-count-37-van.html

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