Ci lascia Carlo Pepi. Una vita contro i falsi Modigliani

Carlo Pepi se n’è andato oggi, e con lui una certa idea di militanza nell’arte: testarda, senza padrini, allergica ai salotti. Collezionista autodidatta, classe 1937, ha trasformato due ville a Crespina in un arcipelago di stanze dove la pittura toscana dell’Ottocento e il Novecento si parlano da vicino: macchiaioli e allievi di Fattori, ma anche carte, appunti, piccole epifanie salvate dall’oblio. Quel museo diffuso, migliaia di opere ordinate più dal suo occhio che da un catalogo, è stato il suo modo di restituire l’arte alla vita quotidiana, lontano dalle vetrine, vicino alle persone. Per molti era il “Don Chisciotte” contro il mercato dei falsi: nell’estate 1984, fece sentire la sua voce contraria sulle tre teste “riemerse” dai fossi di Livorno, gridando a gran voce che non fossero di Modigliani, quando molti giuravano il contrario. Nel frastuono mediatico, qualcuno sostenne già allora che lo stesso Pepi fosse a conoscenza dell’inganno, ipotesi che tuttavia non scalfì la sua reputazione né cambiò la sostanza del suo impegno.
Decenni dopo, nella turbolenta vicenda della mostra di Modigliani a Palazzo Ducale (Genova, 2017), fu la sua denuncia ad aprire il fascicolo che portò al sequestro di 21 lavori e alla chiusura anticipata dell’esposizione; anni più tardi il tribunale ha assolto gli imputati, riconoscendo però la presenza di tele non autentiche. Pepi rivendicò allora ciò che aveva sempre sostenuto: l’arte si tutela anche dicendo “no”. Il legame con Modì è stato la sua ossessione luminosa. Per volontà di Jeanne Modigliani entrò negli Archivi Legali e fondò la Casa Natale dell’artista a Livorno; quando non condivise alcune attribuzioni, scelse di dimettersi. La sua autorità non veniva da cattedre o titoli, ma da un talento visivo coltivato per tutta la vita, e da un’etica semplice: il nome sull’etichetta non può contare più dell’opera.
Negli ultimi anni la Toscana lo aveva abbracciato come custode di una memoria collettiva: a gennaio gli è stato conferito il Pegaso d’Oro, il massimo riconoscimento regionale, per una vita spesa a proteggere e raccontare il nostro patrimonio. L’addio, annuncia la famiglia, sarà nella chiesa di San Michele Arcangelo a Crespina lunedì mattina. È un commiato che profuma di casa: nella comunità dove Pepi ha aperto le porte della sua collezione, educando con il rigore delle prove e la generosità del racconto. Resta un lascito che non si misura in numeri, pure imponenti, ma in postura civile: l’idea che la tutela non sia solo diritto e polizia, ma responsabilità dello sguardo. Che la connoisseurship non sia un gioco di società, bensì un mestiere che espone, e a volte isola. Resta anche un metodo: prima i fatti, poi le firme. E poi la tenacia di ripeterlo quando serve. A Crespina, nelle stanze ancora piene di cornici, si capirà quanto quell’ostinazione abbia fatto bene a tutti noi. Addio, Pepi.

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