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L’inverno più lungo dell’arte italiana

(Tempo di lettura: 3 minuti)

Alessandra Lavagnino, «giunta ad un’età di anni ragguardevole», avverte l’urgenza e il dovere di radunare documenti e quanto più possibile le sia rimasto nella memoria riguardo la missione del padre Emilio, storico dell’arte e allievo di Adolfo Venturi, che lo vide impegnato in prima linea, nella difesa del patrimonio culturale di mezza Italia, tra l’autunno ’43 e la primavera ’44.


Diari, corrispondenze, carte d’archivio e ricordi vanno a comporre il mosaico della cronologia degli eventi bellici, delle decisioni dei soprintendenti, di quelli in servizio e di quelli “a riposo” dalla Repubblica di Salò, e degli spostamenti concitati delle opere d’arte: prima verso la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro e il Palazzo dei Principi di Carpegna, lì a una ventina di chilometri, e poi in “esilio” a riparo nello Stato del Vaticano. «Sarà un lavoro grande e faticoso, oltre che pericoloso. Ma in certi frangenti di tali cose non si parla e, preso un impegno, lo si porta avanti con entusiasmo anche nella stanchezza». E di quella ce ne sarà molta e se ne avvertirà tutto il peso negli stralci del diario di Emilio Lavagnino.

L’elenco dei beni in rovina, tombe di papi e chiese, volte e tele, edifici e castelli, si alterna a quello delle opere fortunosamente al riparo. La fame e la scarsità di cibo sono il fil rouge che trova posto accanto a un proscenio di imprevisti, preoccupazioni e rischi personali ambientati in un maltempo che sembra non finire mai. Esattamente come l’inverno del 1943-1944. Tra i fondi ministeriali bloccati, i debiti verso i trasportatori, la rottura dei mezzi e la mancanza cronica di carburante s’infilano le risorse che personalmente i protagonisti di questo spaccato di storia italiana mettono a disposizione, oltre le competenze, la dedizione e la vita stessa. Eppure «qualcuno pensa che io faccia quello che faccio, rischiare la pelle, perdere il sonno e il tempo, spendere soldi miei, per chissà quali secondi fini», scrive Lavagnino in un momento di rabbia e di sconforto il 5 febbraio 1944. «Non si concepisce una preoccupazione disinteressata neanche per le cose dell’arte. Ciascuno misura le cose col proprio metro». La diffidenza che incontra e le ostilità che annota Lavagnino hanno volti diversi: «È ridicolo e rivoltante che non facendosi una cosa – ed evidentemente quelli del ministero non hanno nessuna voglia di fare quello che sto facendo io – anche ove se ne riconosca l’assoluta necessità, si voglia impedire che la cosa si faccia». E se non si trovano negli uffici, s’incontrano tra i parroci e a Trevignano anche nella popolazione. Ciò nonostante «bisogna andare di paese in paese lungo l’Aurelia, la Cassia, la Tiberina, la Flaminia, la Salaria, la Tiburtina, e se è possibile la Casilina – dell’Appia non è più il caso di parlare – per portare a Roma quanto più è possibile di quello che è nelle chiese» e metterlo in salvo. Questa è l’ossessione. Questa è la missione.

Il racconto, sebbene frammentario in alcuni passaggi, è raccordato dalla voce dell’autrice che talvolta, purtroppo, si lascia andare in accenti di superfluo narcisismo che nulla aggiungono a una testimonianza il cui valore non è in discussione. E bene ha fatto Sellerio a ristampare questo vivo affresco dello spirito di servizio che ci ha permesso la conservazione e il privilegio di godimento di questo nostro immenso patrimonio culturale.


Alessandra Lavagnino, Un inverno 1943-44. Testimonianze e ricordi sulle operazioni per la salvaguardia delle opere d’arte italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, Sellerio editore Palermo, 2023, 128 pp., 12,00 euro.

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