Una vita votata, dagli anni ’60 in avanti e grazie al ruolo diplomatico del marito, a partecipare volontariamente a scavi archeologici per tutto il vicino oriente (si parla in particolare di Siria, Egitto, Libano, Giordania, Palestina e Israele), a scivolare in tombe e, in definitiva, a saccheggiare, rubare e alimentare il mercato clandestino.

Un crocifisso dei primi pellegrini, teste di ascia Neolitiche, ceramiche e armi Fenicie e Romane, monete, gioielli faraonici, una maschera di mummia trovata a Saqqara in Egitto, un pugnale romano “trovato insieme ai resti scheletrici del proprietario”, frammenti di bende di mummia “trovati vicino a una delle grandi piramidi”, un’anfora della media età del bronzo dalla Palestina, sigilli egizi, lucerne bizantine, ushabti sono i pezzi entusiasticamente presentati in quell’articolo. Considerando che durante gli anni di attività di Mrs Howard erano in essere leggi severe sull’esportazione illecita di beni culturali, in Egitto dagli anni ’50 (Legge 215 del 31 Ottobre 1951: “L’esportazione di proprietà culturali, inclusi campioni ambientali e biologici, è strettamente proibita senza permesso […]”), in Palestina dagli anni ’20 (Antiquities Ordinance Ottobre 1920: “Nessun oggetto antico può lasciare il paese senza una licenza di espatrio […] nessuno scavo con l’obiettivo di trovare reperti antichi può essere permesso, pena l’ammenda, a eccezione di persone autorizzate dal Dipartimento competente […]”), per citarne solo alcune, il catalogo della collezione di Mrs Howard non è altro che un elenco di corpi di reato: immaginandosi di modificare solo alcune sfumature dell’articolo sembra di trovarsi di fronte alla descrizione grottesca del sottoscala di un serial-killer cui piace conservare sotto formalina i propri trofei. Perché, ed è bene che si sappia chiaramente, è di questo che si tratta: trofei collezionati illegalmente da una persona che ha deciso di andare non dove il “percorso può portare” ma andare “invece dove non c’è percorso”, come a dire, in qualche modo, di non seguire la legge ma di seguire una legge propria.

È inconcepibile che oggi, dopo le esperienze dei trattati internazionali, delle convenzioni, della minaccia rappresentata dal commercio illegale di beni culturali, in particolare quelli recentemente attenzionati provenienti dalle aree devastate in vicino e medio oriente, sia possibile pubblicare un articolo che elogia un crimine come fosse un’avventura, dipingendo ancora una volta la figura del tombarolo, perché di questo si tratta, non come si dovrebbe, cioè come un criminale, ma con toni romantici e avventurosi, come fosse una bella storia da raccontare ai propri figli. E poco vale l’accorata preoccupazione di questa signora sul futuro dei suoi giocattoli da un milione di dollari e la decisione di far sì che vadano «dove dovrebbero andare» (sarebbe a dire? ndA): il contesto di provenienza di questi pezzi è irrimediabilmente perso, l’avidità di una singola persona ha cancellato per sempre una piccola pagina di storia, un tassello insostituibile del grande puzzle che è il nostro patrimonio culturale mondiale è stato incenerito sull’altare dell’egoismo.

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Credits: Steve Ferrier, The West Australian
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