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Cancellata dall’alluvione la memoria storica della Bottega Gatti: potevamo salvarla?

(Tempo di lettura: 3 minuti)
Bottega Gatti, tecniche di lavorazione (Foto: ceramicagatti.it).

La ferita più profonda, inferta all’arte dall’alluvione che il 2 maggio si è abbattuto sull’Emilia Romagna, porta il nome della Bottega Gatti. Nel suo magazzino, rimasto isolato per ore in via Silvio Pellico a Faenza, erano conservate sculture e dipinti, opere di Luigi Ontani e Mimmo Paladino, una collezione libraria di migliaia di volumi composta da rarissimi esemplari di libri d’artista e cataloghi che testimoniavano l’intensa frequenza di collaborazioni tra Gatti e i ceramisti faentini con artisti e musei di tutto il mondo. E poi la sua memoria storica, l’intero archivio delle mostre, dal 1928 a oggi, a cui la Bottega aveva partecipato. L’incessante flusso di acqua ha creato un vortice all’interno del capannone e ha spostato il mobilio, mandato in frantumi le opere e coperto tutto il resto di fango. Al suo arrivo Davide Servadei, co-titolare dell’attività insieme alla sorella Marta, si è ritrovato il magazzino allagato da oltre un metro di acqua: circa il 90% dell’archivio è andato perduto per sempre, irrecuperabile anche la maggior parte dei bozzetti e delle opere d’arte. La sede in via Pompignoli della Bottega, fondata da Riccardo Gatti nel 1928, è scampata all’alluvione, ma la furia dell’acqua e del fango ha infierito profondamente nella vita di tre generazioni e nella storia di una eccellenza dell’artigianato della ceramica faentina tra le più apprezzate e conosciute in Italia e all’estero. La prima stima dei danni parla di centinaia di migliaia di euro, più probabilmente si conteranno i milioni. «Non ci sono stati i dovuti avvertimenti quando era il momento e questo alluvione ci ha colto totalmente alla sprovvista», ha dichiarato Riccardo, il ventiseienne nipote del fondatore, al Corriere Romagna.

Ma cosa si sarebbe potuto fare?

Secondo Emanuele Intrieri, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze e membro del Centro di competenza per il rischio idrogeologico del Dipartimento nazionale della Protezione Civile, che si è espresso sulla questione in un contributo reso disponibile da Stefano Feltri attraverso la propria newsletter, in tre modi si sarebbe potuto ridurre il rischio: intervenendo sulla pericolosità, ovvero «la probabilità che si verifichi quel determinato evento»; sulla vulnerabilità, aumentando «la resistenza degli elementi a rischio qualora l’evento si verifichi»; e sull’esposizione perché, «se anche l’evento si verifica, non trovi niente e nessuno da danneggiare lungo la sua strada». «Diverse stime hanno calcolato un fabbisogno di 2,7 miliardi di euro all’anno per 15 anni per mettere in sicurezza l’Italia contro il rischio idrogeologico. Sembra tanto, ma è solo l’1,5 per mille del nostro Pil annuale». E «il rischio zero non esiste – ha sottolineato Intrieri. Non abbiamo alcun tipo di controllo sul motore principale di questi fenomeni: la pioggia». Tuttavia, l’«evento dell’Emilia-Romagna era stato correttamente previsto e la Regione aveva emanato l’allerta rossa, arancione e gialla in numerose aree. Tra tutti i metodi per ridurre il rischio, operare tramite le allerte è sicuramente il più efficiente in quanto a rapporto costi-benefici. La difficoltà consiste nell’essere in grado di raggiungere tutti con un messaggio comprensibile: in quanti erano al corrente dell’allerta emanata? Chi sa che la differenza tra codice giallo e arancione sta solo nell’estensione dell’area colpita e non nell’intensità? Chi conosce l’area di raccolta della popolazione più vicina a casa propria? Chi sa cosa si deve fare e cosa evitare per ogni tipologia di rischio? La comunicazione in materia di protezione civile è in capo ai sindaci che però spesso sono lasciati da soli a gestire questa e mille altre responsabilità, specie nei comuni più piccoli».

Secondo le analisi dell’ISPRA, contenute nell’ultimo Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati del 2021, la Calabria con il 17,1% e l’Emilia Romagna con l’11,6% sono le Regioni con le percentuali maggiori di territorio potenzialmente allagabile in uno scenario di pericolosità elevata. Circa il 5,4% dell’Italia è nelle stesse condizioni di rischio.

I dati sono chiari e disponibili, le stime e le misure adottabili pure, cosa aspettiamo a mettere al sicuro il territorio e la memoria storico-artistica del Paese?

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