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Riscoprire Umberto Eco e il pensiero (eversivo) sulla gestione del patrimonio culturale

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Proviamo a fare uno sforzo di fantasia e a immaginare che un Ministro della Cultura in carica convochi d’urgenza, nel salone più importante del suo dicastero, una conferenza stampa. Solo pochi dettagli trapelati, nelle concitate ore precedenti, lasciano presagire un provvedimento senza precedenti. C’è curioso fermento. Corrispondenti, nazionali e internazionali, giornalisti delle maggiori testate, radio e tv, web e social media manager, tutti pronti in batteria a rilanciare in tempo reale la notizia. Nel brusio della sala satura incede il Ministro. Poggia la cartellina sul leggio, sistema il microfono e si schiarisce la voce per l’annuncio a reti unificate: «siamo un paese dove esiste un’opera d’arte ogni quattro passi e in ogni chiesetta di montagna, qui bisogna scegliere: o si soddisfano i piaceri feticisti, col rischio di perdere questi feticci, o si proteggono i feticci, ma si riduce la soddisfazione feticistica». E dunque molti quadri e molte statue di proprietà dello Stato italiano saranno sostituiti da una loro eccellente copia, realizzata con la migliore tecnologia disponibile, per «soddisfare le esigente decorative dei monumenti e la domanda “contenutistica” e di “atmosfera” del visitatore». Contestualmente si provvederà alla costruzione di «musei centralizzati che raccolgano tutti gli originali» per ottimizzare la resa sistemi di protezione e comprimere la spesa di guardie armate e ronde militari. Perché «il problema del furto delle opere d’arte […] non concerne solo il loro valore artistico ma la loro unicità» e pertanto va visto e risolto in termini merceologici e tecnici. Nessuno spazio a chiarimenti o domande, applausi scroscianti accompagnano il Ministro verso l’uscita e già il pentolone della protesta è sul fuoco: che reazioni, obiezioni, opposizioni e barricate, si alzerebbero se questa fosse davvero la direzione del Ministero della Cultura? Senza scomodare abilità divinatorie, è altamente probabile che un diluvio di editoriali, sottoscrizioni e richieste di dimissioni investirebbe le stanze dei bottoni del Governo e pure quella del Presidente della Repubblica.

Se invece questa “boutade” fosse il nocciolo di una più articolata riflessione di Umberto Eco, pubblicata su L’Espresso il 2 marzo 1975 (pp. 64-67)? La cristallina premessa di Voglio sposare un quadro è che «ci sono opere d’arte che sono fatte di elementi materiali riproducibili in serie (come le parole), altre di elementi costruibili da un tecnico in base a un progetto (come gli edifici) ed altre in cui costruzione e ideazione coincidono, e la loro bellezza è data anche dal modo con cui l’artista ha fatto pesare la pressione della mano nel manipolare una data materia (materia di cui non di rado si è persino perduta la formula compositiva, come avviene per certi colori. Queste opere non sono uniche perché ne esista un solo esemplare ma perché costituiscono il modello di se stesse, e cioè la formula non decifrata per una riproduzione impossibile». E sono quelle che «per ragioni patologiche di prestigio» vanno – letteralmente – a ruba. Così, quanto «è più prezioso, tanto più il quadro è protetto, distanziato, recinto di cordoni, isolato su di una parete buia, incastonato come un gioiello sopra un altare, separato da quel contatto umano che potrebbe, sì, deterioralo ma che lo restituirebbe all’unica forma di vita che un quadro merita, e cioè il contatto quasi “carnale” col proprio pubblico». Un pubblico – chiarisce Eco – che è tendenzialmente attratto più dal prestigio antiquariale dell’opera che dal suo contenuto e che riflette un piacere, quello della fruizione del patrimonio culturale, «di origine spuria, borghesemente snobistico e fondamentalmente feticistico». Da qui la proposta di produrre buone copie per quelli «che vogliono commuoversi su una crocifissione, o fantasticare su una gentildonna rinascimentale» o per quelli «che si accontentano di una impressione estetica globale», e concentrare gli originali in macro musei, ben protetti, a disposizione di studiosi, appassionati e feticisti. «Naturalmente [si] imporrebbe una revisione dell’idea stessa di Museo, trasformato da cimitero di opere d’arte in macchina didattica mobile», chiosa sornione l’autore.

Non sappiamo se le suggestioni di Eco abbiano o meno influenzato la (lunga) gestazione per la definizione di “museo” dell’ICOM – International Council of Museums né se l’establishment culturale del 1975 sia insorto chiedendo la testa di uno dei suoi più nobili protagonisti. Quel che è certo è che, se oggi possiamo organicamente sfogliare e apprezzare «le tante passeggiate teoriche e militanti di Eco nei boschi dell’arte», se le possiamo leggere «come capitoli di un frammentario, discontinuo, divagante, stratificato, labirintico, e soprattutto, involontario opus magnum scritto nel corso degli anni», tra il 1955 e il 2016, lo dobbiamo alla disponibilità degli eredi e al lavoro certosino di Vincenzo Trione che ha curato Sull’arte, il monumentale volume pubblicato a metà 2022 da La nave di Teseo.

A sette anni dalla scomparsa, le parole sovversive di Umberto Eco vibrano, ci fanno compagnia, e, se possibile, fanno avvertire ancora di più la sua mancanza.

Umberto Eco, Vincenzo Trione (a cura di), Sull’arte. Scritti dal 1955 al 2016, La Nave di Teseo, 2022, 1136 pp., 35,00 euro.

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