Antinomia culturale o artificiale? L’evoluzione nella cura del patrimonio culturale e l’iper tecnologia: apoftegma vs metaverso, Prometeo vs avatar

Oggi la tecnologia e l’intelligenza artificiale sono investite del ruolo di possibile “salvatrice”, ma l’autore avverte: non si può delegare alla tecnologia il compito di salvare la cultura. Restano fondamentali la consapevolezza critica, la sorveglianza umana, e la volontà reale di investire risorse e responsabilità

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Se la conoscenza può creare dei problemi, non è tramite l’ignoranza che possiamo risolverli
(Isaac Asimov)

Qualche giorno fa il palinsesto Rai Storia, ha riproposto alcuni episodi dell’inchiesta “Un patrimonio da salvare”. La serie televisiva, composta da cinque puntate e ideata nel 1975, fu concepita per illustrare le principali sfide affrontate dal neonato Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, istituito da Giovanni Spadolini, con particolare riferimento alla tutela e alla salvaguardia del patrimonio nazionale. In quel periodo si sono intensificate le segnalazioni riguardanti il deterioramento, i furti, la speculazione edilizia e la pressione sui centri storici, problematiche sollevate da associazioni come Italia Nostra e da figure di rilievo come Antonio Cederna.

A distanza di cinquant’anni le criticità di cui tratta questo documentario, risalente all’epoca del tubo catodico, appaiono le medesime, se non peggiorate, con riferimento soprattutto alle risorse strategiche da destinare alle attività culturali che, come da dettato costituzionale, coinvolgono, a partire dalla tutela, in primis lo Stato e tutto il comparto pubblico, fino al livello periferico. Si parlava, già allora, della necessità di un accurato censimento dei beni culturali, di implementare il catalogo attraverso la schedatura scientifica, di monitoraggio dei siti, di prevenzione dei furti e più in generale dei reati a scapito di un patrimonio artistico diffuso e variegato. Si cominciavano a intravedere gli effetti negativi di un turismo massificato, rispetto a fruitori non adeguatamente sensibilizzati e formati. Veniva introdotta l’informatica, i calcolatori (sic!), l’aereo fotografia, la fotogrammetria da applicarsi ai contesti culturali ai fini preventivi e per predisporre interventi di manutenzione e restauro basati su un monitoraggio costante. Si palesavano difficoltà emergenti legate alle risorse disponibili e alla necessità anche di valorizzare il patrimonio, partendo dalla valutazione dei tempi necessari per portare avanti, su più piani, le azioni amministrative in funzione dei parametri economico-finanziari. Erano già stimati in milioni i beni culturali da censire e il loro valore venale in ventimila miliardi del vecchio conio.

A questo punto è lecito domandarsi: questo prolungato gap economico-gestionale può essere colmato solo dalla tecnologia, dalla tanto decantata intelligenza artificiale (IA)?

I dati di Eurostat e ISTAT collocano l’Italia costantemente tra i Paesi europei con la più bassa incidenza della spesa pubblica destinata ai servizi culturali, in rapporto al PIL e alla spesa pubblica complessiva. Nel 2022, i fondi per la cultura si sono attestati attorno allo 0,8% del totale, valore nettamente inferiore a quello registrato da Francia (circa 1,4% nel 2020) e Germania (circa 1,3% nel 2020). Il MiC pubblica annualmente rapporti dettagliati, come le “Mini cifre della Cultura”, volti ad approfondire questi dati (https://www.fondazionescuolapatrimonio.it/minicifre-della-cultura-edizione-2024/).
Considerando sommariamente il bilancio statale, sotto la lente della storia, in una graduatoria dei ministeri, quello della cultura (che ha cambiato tante denominazioni, sic!) è quello tradizionalmente con i budget tra i più contenuti. La questione è complessa, data la frequente ridefinizione delle competenze ministeriali nel tempo. Tuttavia, è documentato che dicasteri con funzioni centrali come il Ministero dell’Economia e delle Finanze dispongono di stanziamenti largamente superiori rispetto a quello di cui parliamo. Quest’ultimo, inoltre, è oggetto di monitoraggio periodico da parte della Corte dei Conti, che ne verifica l’efficacia gestionale e allocativa.

Andiamo però oltre l’inciso di natura contabile, ragionieristica. Usciamo dalle forche caudine, evitando di rimanere imprigionati in derive alla Fantozzi o dalle grinfie di zelanti seguaci contemporanei di fra’ Luca Pacioli.
Allargando il focus al digitale, le sfide non sembrano meno insidiose di quelle economiche. Sarà che HAL9000 ha picchiato durissimo, colpa delle odissee narrative di Arthur C.. Clarke, ma soprattutto di quel geniaccio della settima arte che risponde al nome di Stanley Kubrick.

L’intelligenza artificiale sta entrando, subdolamente, nella vita quotidiana di ognuno di noi. Viene proposta, di fatto, come la panacea per ogni problema dell’esistenza, sollevandoci così dalle fatiche di agire e di ragionare autonomamente. Per fortuna c’è ancora qualcuno che, fuori da un coro corposo, ricorre all’osservazione critica dei fenomeni umani e ci invita a riflettere, tra questi il più noto è Noam Chomsky. Il linguista-filosofo statunitense sostiene che la mente umana, capace di ragionamento complesso con pochi dati, è radicalmente diversa dall’IA, che si basa solo sull’elaborazione di grandi quantità di informazioni senza comprensione critica. I sistemi di machine learning non dispongono della capacità di giudizio e creatività proprie dell’intelligenza umana e possono pertanto generare risultati superficiali o imprecisi, come evidenziato per esempio dal caso del chatbot Tay (https://www.ilpost.it/2016/03/25/tay-microsoft-ai-razzista/).
Chomsky evidenzia come l’assenza di una base morale nei sistemi di IA induca i programmatori a evitare argomenti controversi, limitando così l’avanzamento di idee innovative. Si pensi al confronto con un chatbot che, di fronte a questioni etiche, si astiene dal prendere posizione, delegando tale responsabilità agli esseri umani. Ciò comporta il rischio che le decisioni e la formazione di un pensiero condiviso siano influenzate da un ristretto numero di sviluppatori e da grandi aziende tecnologiche.

L’accordo europeo sull’IA Act, raccogliendo in parte la portata di queste avvisaglie, vieta alcune pratiche considerate pericolose, auspicando una regolamentazione più rigorosa, che al momento sembra però demandata ai singoli stati e al buon cuore delle cosiddette “Big Tech”. Non ci rimane che una valutazione attenta e considerare seriamente l’opportunità di affrontare i limiti dell’intelligenza artificiale rispetto alle sue potenzialità, in particolare per quanto riguarda l’aspetto morale, linguistico e culturale.

Proprio nel comparto culturale non sono mancati risultati deludenti rispetto all’utilizzo dell’IA: pensiamo alla campagna pubblicitaria “Open to meraviglia”, argomento ampiamente trattato sulle pagine di questa rivista.
Del resto, non possiamo non valutare come la politica governativa, anche nel corso dell’ultimo G7 della cultura, abbia ribadito la centralità dell’IA anche per quanto attiene il contrasto dei crimini contro il patrimonio culturale nazionale/internazionale. Nei fatti però, l’IA non risolve la questione cruciale derivante dall’applicazione delle norme dall’enforcement culturale, specie nel novero penale collegato alla Convenzione di Nicosia che, contrariamente alle rosee aspettative iniziali, rimane circoscritta a sei stati contraenti (Cipro, Grecia, Italia, Lettonia, Messico e Ungheria).

Parimenti, sul versante economico-finanziario interno, torniamo “bomba o non bomba” a Roma. Sono di questi ultimi giorni gli echi polemici promananti dalle alte stanze del Collegio romano intorno a “virtuosi risparmi”: si sovverte così un antico e saggio consiglio, per cui i soldi pubblici, se correttamente stanziati, vanno spesi, altrimenti qualcosa non quadra. In ogni caso, trattandosi di res publica, non si dovrebbe arricchire nessuno, ma ne gioverebbe l’intera collettività.

In sintesi, non indugiando oltre con pedanti analisi psico-sociali e senza voler alimentare l’angoscia esistenziale, rifacendosi al proverbiale buon senso, nell’accezione manzoniana, si dovrebbe considerare l’IA un mero strumento, un supporto a servizio delle attività umane, rimanendo ancorati alla realtà e valutando con attenzione le possibili conseguenze.
Costruiamo il futuro su solidi ponti di dialogo, per allargare e non restringere gli orizzonti, superando l’abulia imperversante. Orchestriamo meglio la musica, facendoci tutti ascoltatori empatici e responsabili, attenti anche nel valutare i veri maestri. Cambiamo ritmo, ricercando la giusta frequenza, rispettando i confini delle regole di libertà, senza stravolgere l’arte dei suoni, quella splendida melodia armoniosa che solleva le anime, allieta i cuori e ispira davvero le menti e di conseguenza la scienza.
“Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira, giro giro tondo come il mappamondo…” (Cit.).

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