La tutela del patrimonio culturale subacqueo. Intervista a Peter Campbell

La tutela del patrimonio subacqueo rappresenta uno dei pilastri su cui si fonda la salvaguardia dell’eredità culturale. Ne parliamo con Peter Campbell, archeologo subacqueo e profondo conoscitore delle dinamiche riguardanti la tutela del patrimonio culturale sommerso.

Reperti provenienti da un naufragio avvenuto in Albania nel IV secolo d.C. © Elaine Ferritto e The Albanian Center for Marine Research

Dr. Campbell, la tutela del patrimonio culturale non può prescindere da una effettiva salvaguardia dei beni subacquei. Tra le maggiori criticità si è sempre evidenziata la difficoltà nell’individuare la quantità e l’estensione del patrimonio sommerso. Ad oggi, ritiene che sono state adottate sufficienti misure per arginare questo problema? Quali ulteriori complicazioni si devono considerare?
L’attenzione verso il patrimonio culturale subacqueo è notevolmente aumentata, raggiungendo una più vasta platea attraverso i canali di intrattenimento pubblico. Si pensi al noto documentario Drain the Oceans, realizzato per la National Geographic. I vari tentativi intrapresi nei vari decenni al fine di preservare il patrimonio culturale subacqueo hanno trovato la loro definitiva espressione nella Convenzione Unesco del 2001. Il saccheggio ai danni del patrimonio culturale subacqueo continua ad assumere dimensioni significative, nonostante le misure predisposte dalle normative nazionali ed internazionali. Ciò, in molti casi, è dovuto alla mancanza di risorse per interdire o monitorare le attività che si realizzano in mare. È arduo sorvegliare un traffico di immense proporzioni quale è quello marittimo, anche in considerazione dell’estensione territoriale dei mari. Tuttavia, sono in fase di sviluppo innovative e sorprendenti soluzioni, come il monitoraggio satellitare e l’impiego dei Machine Learning, in grado di rilevare comportamenti riprovevoli. Ad ogni modo, è probabile che in molti paesi il costo per un monitoraggio effettivo di tutti i siti 24 ore su 24 sia proibitivo. Anche per questo motivo, l’istruzione pubblica rappresenta la spina dorsale dei sistemi di tutela del patrimonio culturale subacqueo.

Nel contesto dell’archeologia subacquea quali sono le metodologie attraverso cui avanzare un contrasto ai crimini e, in particolare, agli scavi clandestini e al traffico illecito? Quali sono le sfide e le prospettive della tutela del patrimonio archeologico sommerso?
Grandi progressi sono stati registrati con riguardo alla mappatura e al monitoraggio dei siti subacquei. Essi stanno aiutando ad individuare i danni che il saccheggio e la distruzione hanno inflitto al patrimonio culturale subacqueo. Tuttavia, l’estensione dei mari rimane un ostacolo significativo. Mentre governi ed archeologici individuano nuovi siti, emerge un più alto tasso di crimini. Ad esempio, alcuni anni fa, indagini di geofisica marina ad alta tecnologia condotte nel Mar di Giava identificarono diversi relitti di navi della Seconda Guerra Mondiale. Quando, però, le navi di ricognizione marina tornarono sul posto alcuni anni dopo, non trovarono nulla se non voragini nel fondale del mare. Servendosi di contenitori di metallo, i responsabili avevano completamente rimosso i relitti, così come i resti umani al loro interno. Esistono, dunque, grandi criticità che impediscono una piena tutela del patrimonio culturale sommerso, nonostante i progressi inerenti i metodi di identificazione e monitoraggio.

Indagini condotte in siti archeologici subacquei, © Peter Campbell

Può parlarci dei suoi impegni attuali?
Attualmente sono Docente di Patrimonio Culturale a Rischio presso la Cranfield University, ove sono Co-Direttore del Master in Scienze Forensi in tema di Crimini contro il Patrimonio. Si tratta dell’unico corso di laurea al mondo inerente le indagini forensi sui crimini contro il patrimonio. Possiamo contare su una nuova struttura, del valore di 7 milioni di sterline, ove condurre l’analisi forense ed occuparci dell’insegnamento. Si tratta di una rara e preziosa opportunità, tramite la quale progredire nella ricerca sui crimini contro il patrimonio culturale, potendo attingere sia dal lavoro sul campo che dalle analisi di laboratorio. Io ed i miei colleghi stiamo attualmente redigendo un volume specificamente dedicato alle indagini forensi in materia. Nella mia attività di ricerca mi soffermo prevalentemente sul traffico transnazionale. Collaboro, dunque, con l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con il Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America ed altri partners internazionali.

Prendendo, infine, in considerazione il quadro giuridico di riferimento, quali pensa siano le lacune da colmare e quali aspetti debbono essere maggiormente approfonditi nel dialogo tra giuristi, forze dell’ordine e archeologi?
Generalmente le istituzioni e le Nazioni tendono a tenere nascoste le informazioni al loro interno, quindi affrontare i crimini transnazionali è arduo sin dal principio. Molti sono gli esperti in tema di diritto dei beni culturali e sempre più spesso gli agenti di polizia, altresì impegnati nella gestione delle frontiere, dimostrano una formazione in tale ambito. Tuttavia, non sempre si realizza un dialogo tra le diverse forze operative. Nell’ambito del mio lavoro con l’OSCE e gli agenti di polizia del Regno Unito, ho potuto constatare l’impegno serio, costante e produttivo che molti agenti profondono. Un medesimo grado di notorietà, invece, non investe l’operato quotidiano realizzato dagli archeologici. Si potrebbe evidenziare un confine tanto sociale quanto istituzionale tra i due gruppi. Sulla base di un rapporto del 2012, sono circa 200 i crimini che quotidianamente sono diretti contro il patrimonio culturale in Inghilterra. Tuttavia, il modo in cui questi crimini vengono classificati e perseguiti varia tra le forze di polizia. Pertanto, non tutte le forze dell’ordine procedono secondo uno stesso tipo di indagini e dati o lo condividono al fuori delle loro organizzazioni. Di recente ho denunciato un crimine contro il patrimonio culturale nel mio distretto locale, ma gli agenti assegnati al caso decisero di non dare seguito alle indagini, giacché privi di una formazione adeguata in materia. Un mese dopo, tale dipartimento ha contattato la Cranfield University per organizzare una sessione di consultazione sui crimini contro il patrimonio culturale. Un maggiore dialogo tra tutte le parti interessate è di certo il passo più importante che può essere intrapreso per comprendere l’entità dei crimini contro i beni culturali e poterli combattere.

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