Pianoforti, solitudine e tempo rubato

Nell’accezione musicale, il “rubato” implica un’alterazione del rapporto tra le note scritte e quelle suonate con compensazioni ritmiche di ritenuto o rallentando con accelerando o viceversa. A causa del lockdown molte imprese hanno vissuto e stanno ancora vivendo il loro “tempo rubato”, in questa fase caratterizzata dal solo rallentando. Tra tante storie meritevoli di attenzione, si desidera segnalarne una in particolare: quella di Luigi Borgato, artigiano del pianoforte.

Nato nel 1963 ha fondato nel 1983, assieme alla moglie Paola Bianchi, un Laboratorio di altissimo artigianato artistico a Borgo Veneto, vicino Padova. E proprio a Padova era nato nel 1655 Bartolomeo Cristofori, riconosciuto in tutto il mondo come l’inventore del pianoforte. “Tutto si è fermato, non ci sono più concerti, non ci sono più contatti con i musicisti. Senza l’assistenza del Governo, la nostra professione potrebbe non arrivare alla fine della pandemia”, ha dichiarato in questi giorni Borgato. L’arte della costruzione del pianoforte in Italia ha visto attivi nell’Ottocento, nella sola Napoli, quasi 200 laboratori e a Torino oltre 6.000 operai fino alla prima metà del Novecento. Poi un lento declino si è manifestato arrivando fino ai giorni nostri.

Nel nuovo Millennio la produzione di pianoforti in Italia si è talmente ridotta da avere oggi solo due costruttori attivi: Fazioli (a Sacile), con una produzione di circa 150 pianoforti all’anno, e Borgato. “Non c’è nessun altro in Italia, o anche al mondo, che fa a mano pianoforti da concerto come noi” ha aggiunto Borgato. Una specializzazione che rischia di dissolversi per gli effetti collaterali del Covid-19 aggravata dal fatto che in Italia non c’è una scuola dove si possa imparare a costruire il pianoforte e, venendo meno gli artigiani, sparirebbe con loro anche l’antica arte. “Nel Paese dove il pianoforte è stato inventato pare proprio assurdo che una tradizione secolare possa estinguersi così… Avevo solo 23 anni quando ho deciso di costruirmi un pianoforte con le mie mani. In Italia non c’era niente, nessuna scuola. Ho iniziato a spedire lettere ai maggiori produttori europei di pianoforte per chiedere se presso le loro aziende si poteva imparare. Dopo tante cortesi lettere negative ricevute, ecco uno spiraglio di luce: la Bechstein di Berlino. Presso di loro non facevano corsi ma nella lettera dichiaravano la disponibilità, se avessi voluto, di farmi visitare la fabbrica. Subito! Fu la prima esclamazione. Assieme a Paola, che allora era la mia fidanzata, partii immediatamente. Avevo il timore che alla Bechstein potessero cambiare idea. Così, nel giro di un paio di giorni, organizzammo il viaggio, e via! Era la Berlino divisa dal Muro, la Berlino dei carri armati alla frontiera. Rimasi assai impressionato all’epoca tanto che ancora oggi ricordo tutto con estrema precisione. Compresa l’espressione di chi venne a riceverci ai cancelli della Fabbrica, quando arrivammo. Alla Bechstein erano, come dire, inteneriti nel vedere due ragazzini partiti dall’Italia per visitare una fabbrica di pianoforti. Ci accolsero con grande calore”.

E da allora Luigi Borgato ha iniziato a costruire i suoi pianoforti con tante difficoltà ma sempre con grandi soddisfazioni. Il problema non riguardava solo il “come” costruire ma anche “a chi rivolgersi” per la fornitura di alcune parti che un artigiano non avrebbe potuto realizzare da solo, come ad esempio il telaio in ghisa. “Oggi trovare questo genere di informazioni è più semplice ma quelli erano anni senza il web. Ricordo che andavo a Padova dove c’erano gli elenchi telefonici internazionali e trascorrevo ore ed ore a scorrerli per scovare indirizzi utili…”.

Dopo molta fatica sono arrivati i successi professionali e le nuove invenzioni: nel 1991 il primo pianoforte da concerto con 4 corde percosse, nel 2000 il brevetto del “doppio Borgato”, il primo doppio pianoforte con pedaliera ed infine il Gran Prix 333, ad oggi il più lungo Gran Coda al mondo di 3,33 metri. Nel dopo-Covid-19, se il contesto non migliorerà rapidamente, potrebbe determinarsi una situazione irreversibile: perdere il know-how e, contestualmente, una tradizione che ha contrassegnato per lungo tempo un “made in Italy” fatto di artigianato e di qualità riconosciuti in tutto il mondo. “La fatica è tanta e, va da sé, pure la solitudine in questo tempo rubato”.

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