El Cont, el domesti e i Carabinie’

di Carlo Maria Vassallo

Il furto di beni d’arte, specie quelli del patrimonio di famiglia, al di là della gravità del delitto, è senza dubbio un evento molto spiacevole, che genera profonda insicurezza. Irrompe nella sfera privata, intima, creando scompiglio nella regolare quotidianità. Impatta sui ricordi, sul vissuto in connessione a eventi, luoghi e situazioni. Oltre al valore economico e affettivo in sé, il clamore suscitato è maggiore quando i beni sottratti hanno per certi versi contribuito a illustrare pagine di storia della società, in virtù del rapporto privilegiato tra i proprietari e l’artista, per via della committenza o a seguito di importanti eredità.

La premessa è utile per meglio inquadrare il particolare contesto in cui si sono svolti i fatti in questione, che il tempo e le relazioni sociali sembrano aver caratterizzato e collocato, senza alcuna forzatura, in una sorta di romanzo o dramma cinematografico che, seppur consumatosi nel nuovo millennio, rimanda alle atmosfere del film di Comencini La Donna della Domenica, ambientato nella Torino degli anni ‘70.

Dal film “La donna della domenica”, regia di L. Comencini, 1975. Nell’immagine: J. Bisset e M. Mastroianni.

La vicenda risale a qualche anno fa. Un casato altolocato, una palazzina nell’elegante quartiere della Crocetta, un maggiordomo (ne esistono ancora?) e su tutto un tocco d’allure subalpino: niente eccessi, guai agli scandali! Al centro della scena uno stimato e serio professionista, in là con gli anni, nobile d’ascendenza ma soprattutto d’animo dato che, per fede cristiana e rispetto delle volontà della defunta moglie, ha mantenuto, tra le mura domestiche, come vedremo, la serpe in seno: un collaboratore domestico non proprio impeccabile, con la brutta abitudine di contrarre debiti e di non saldarli.
Probabilmente la frequentazione di torbidi ambienti, l’essere incappato in problemi economici, la complicità e rapacità del figlio, assiduo frequentatore di casinò e scommettitore incallito, che ha assunto un ruolo determinante nell’ideazione e realizzazione dell’imperdonabile malafatta, hanno contribuito alla definitiva attuazione del piano perverso, ovvero la sostituzione dei dipinti custoditi in quella casa prestigiosa con delle croste.

Il caso ha voluto che, durante una riunione di famiglia in occasione di una ricorrenza, i figli, i nipoti e lo stesso anziano padrone di casa si soffermassero a contemplare un dipinto di Antonio Fontanesi. L’opera sembrava aver perso di carattere, privata dei suoi colori e del tipico chiaroscuro, ma soprattutto non presentava il suo originale supporto: la tela dipinta era stata sostituita da una banale tavola lignea.

Esempio di produzione di Antonio Fontanesi: Dopo la pioggia (1861), dalla copertina del Catalogo della mostra presso la GAM di Torino (R. Maggio Serra, Allemandi Editore, 1997)

Cosa era accaduto? Come era stato possibile non aver badato a quel particolare sino ad allora? Nessun sospetto, nessuna avvisaglia, anche perché non vi era stata effrazione in passato e le chiavi di casa erano nelle mani dei congiunti più stretti e del maggiordomo, a servizio della famiglia da tanti anni.
I dubbi residui vennero fugati quando anche gli altri dipinti furono esaminati, riservatamente, da un esperto: erano tutti grezze riproduzioni di opere di Delleani, Marchisio, Quadrone.

Forte l’imbarazzo e il timore di far trapelare una brutta figura. Un altro travagliato consulto di famiglia, poi con il legale di fiducia, fino alla decisione – sofferta – di denunciare. Una bella gatta da pelare per gli investigatori!
Le opere erano ben conosciute nell’ambiente culturale del collezionismo, erano perfino state esposte alla GAM di Torino, tuttavia era trascorso un tempo indeterminato dal momento in cui si riteneva consumato il delitto fino all’attivazione delle procedure di legge. Le indagini, durate più di un anno, coordinate da un pubblico ministero determinato, preparato e di lunga esperienza, valendosi dei “Carabinieri dell’Arte”, hanno consentito di rinviare a giudizio dieci persone per il reato di ricettazione, tra cui noti antiquari e galleristi.

Le attenzioni degli inquirenti si sono subito concentrate sul maggiordomo che, messo alle strette a seguito delle prove raccolte, ha dovuto ammettere che era stato il figlio a pianificare tutto, affidandosi a un rigattiere suo conoscente e a un pittore copiatore che ha riprodotto i dipinti affinché venissero sistemati al posto degli originali: un gioco da ragazzi, avendo libero accesso alla dimora dell’ignaro derubato. Un danno economico rilevante, di svariate centinaia migliaia di euro, con un ricavo illecito stimato di oltre cinquantamila, come periziato dall’esperto storico dell’arte nominato dal pubblico ministero.

Le mura dei “Giardini Reali” di Torino, 2018. Collezione fotografica personale dell’autore (C.M.V.)

Oltre che presso privati e mercanti d’arte, alcune opere sono state recuperate – ça va san dir – nel contesto del Balôn, il  celebre mercatino delle pulci torinese tuttora organizzato tra Porta Palazzo e Borgo Dora. I quadri sono stati in gran parte restituiti all’avente diritto, a seguito di più udienze dibattimentali. Le pene inflitte dal Tribunale di Torino, a fronte del robusto impianto accusatorio, non sono state certo esemplari, ma ben oltre quelle solitamente comminate in processi analoghi, tenuto conto dei patteggiamenti, delle prescrizioni, dei rinvii e degli stralci. Sono scesi in campo alcuni dei migliori avvocati del foro torinese, perché alcune opere erano state cedute, con prezzi decisamente bassi tramite intermediazioni e compravendite fittizie, a facoltosi compratori e collezionisti che hanno intentato, parallelamente all’iter giudiziario, azioni legali per rivendicarne il legittimo possesso. 

Pare sia rimasto un unico dipinto da ricercare. I Carabinieri non si pronunciano, probabilmente lavorano ancora sul caso. Temo dovranno immergersi nei torbidi stagni e ripercorrere i tortuosi rivoli della circolazione illecita dei beni culturali, ormai ramificati in ogni parte del globo. Un’attività impegnativa, ma affascinante, che non manca di una certa “impostazione sabauda”; del resto la Benemerita è stata fondata a Torino più di duecento anni fa e tra le sue fila, evidentemente, si rispetta tuttora il motto del torinese (sic!) Costantino Nigra: usi obbedir tacendo…

Torniamo ad oggi. L’anziano monsù è passato a miglior vita. Pare sia stato felice del recupero delle opere, a cui era profondamente affezionato. Circola voce, nonostante lo strettissimo riserbo degli eredi, che anche dopo l’incresciosa parentesi abbia continuato ad aiutare finanziariamente il maggiordomo infedele, nel frattempo licenziato per giusta causa.
Un autentico gentiluomo d’altri tempi, di tempra granitica, solido come un’antica torre, dallo spirito elevato, un esempio di pura e silente generosità, che si libra, quasi avesse le ali, verso alti e luminosi cieli, onorando al meglio la tradizione e il prestigio del suo blasone.

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