Dalla Svizzera all’Italia: Rodolfo Siviero e le tarsie marmoree della Basilica di Giunio Basso

Correvano gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale. Una Germania sulla cresta del successo militare operava sottomettendo i popoli europei non solo territorialmente, ma rubando la loro storia e violando quindi l’identità culturale di nazioni che venivano gelidamente smembrate alle radici.

È in questo quadro che si inserisce la figura di Rodolfo Siviero, storico dell’arte, ma anche agente segreto. Tra il 1935 e il 1936 aveva iniziato a collaborare con il SIM (Servizio Informazioni Militare) dalla parte fascista per cercare di ottenere informazioni sui progetti tedeschi riguardo l’invasione dell’Austria, così come sulla già serpeggiante politica razziale nazista.

 

 

Nel 1938, i nazisti lo allontanarono sospettando di lui. Siviero dovette tornare in Italia, con la copertura che ormai era saltata. A partire dal 1943 iniziò a collaborare con un giornale clandestino rivolto contro la politica fascista, ponendosi poi a capo di un gruppo per ostacolare l’opera di trafugamento culturale che i nazisti stavano appunto conducendo, fin quando nel 1944 strinse rapporti di cooperazione con la MFAA (Monuments, Fine Arts, and Archives).

Al termine della guerra, Siviero divenne responsabile dell’Ufficio Recuperi Opere d’Arte per la restituzione di quei beni culturali esportati illegalmente dai nazisti, e non solo, prima dell’8 settembre 1943. Una figura, quella di Siviero, ricordata certamente per la vicenda del Discobolo Lancellotti, copia marmorea del Discobolo di Mirone, conservata presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. Nella medesima sede museale, però, sono custoditi due reperti magnifici provenienti dal sottosuolo romano, per la precisione da un’area collocata nei pressi della Basilica di Santa Maria Maggiore occupata dal Pontificio Istituto Orientale, dal Pontificio Seminario Lombardo, dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e dal Russicum.

I resti della struttura, dopo uno sterro e alcune indagini piuttosto sommarie, furono demolite. Rimasero, però, alcune tarsie marmoree che ornavano le pareti dell’edificio di IV secolo d.C., noto come “basilica di Giunio Basso”. Due tarsie, con la raffigurazione di due tigri che assalgono rispettivamente un vitello (MC1222; MC1226), confluirono nelle collezioni dei Musei Capitolini; altre due, già rimosse nel XVII secolo, furono donate dal Cardinale Massimi ai Principi del Drago, che le conservarono nella loro residenza in via delle Quattro Fontane.

 

 

 

Molto famose tra gli archeologi, studiate in particolare come esempio di decorazione in opus sectile e paragonabili a quelle della domus fuori Porta Marina, conservate e ricostruite a loro volta presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo, queste “piastrelle” – con la rappresentazione del mito di Hylas con le ninfe e con la scena delle quattro factiones (Albata, Russata, Prasina e Veneta) precedute forse dal console Giunio Basso sulla biga – furono tra le opere non segnalate che uscirono dai confini Italiani, essendo state vendute di contrabbando, proprio in quegli anni.

 

 

Ritrovate in Svizzera, al primo piano di un porto franco di Lugano, erano state nascoste tra numerose altre casse. Ma il rientro non si rivelò semplice. Il Ministero degli Esteri e quello della Giustizia svizzeri fornirono risposta negativa all’Ambasciatore Italiano a Berna che le aveva richieste indietro. Per la Svizzera, infatti, non si costituiva alcun reato al contrario dell’Italia: nonostante fossero state esportate clandestinamente, le tarsie erano entrate in un territorio in cui le leggi non vietavano l’ingresso di opere d’arte.

Fu la Delegazione per le Restituzioni, presieduta da Rodolfo Siviero, a prendere in carico il caso su ordine del Ministero degli Esteri, sebbene la questione non fosse propriamente di competenza dell’ufficio che avrebbe invece dovuto occuparsi soltanto delle opere collocate in Germania o comunque trafugate dai tedeschi. Le dinamiche furono chiarite solo successivamente dallo stesso Siviero:

«I capolavori erano nascosti tra tante casse a un ultimo piano dell’edificio del porto franco. Un avvocato svizzero aveva già provveduto a trasportarne una parte in luogo più distante dall’Italia; con trepidazione aprimmo le casse per vedere se erano ancora presenti i mosaici di Giunio Basso. La fortuna ci fu favorevole; l’avvocato nel trasporto aveva seguito un ordine diverso dal nostro. La sera molto tardi, con l’ultimo convoglio per l’Italia, fra un battito e l’altro di cuore, i celebri mosaici e cinque grandi bassorilievi greci e romani rientravano in Italia».

Si era proceduto perciò, in un primo momento, ad informare il commerciante che teneva le opere in deposito riguardo l’illegalità del loro trasferimento in Svizzera. Intimorito, egli decise di disfarsene, preparando una spedizione verso un suo corrispondente in Spagna, a Barcellona. Il treno partì, ma dalla Svizzera dovette prima attraversare il territorio Italiano, dove venne atteso dai Carabinieri a Como. Con questo stratagemma le tarsie vennero recuperate, anche se l’operazione non fu ritenuta molto corretta.

Le condizioni di conservazione non erano però ottimali: le tessere erano in gran parte staccate e, una volta avvenuto il recupero, si dovette procedere con un accurato restauro ad opera dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Le tarsie avevano già subito alcuni pesanti restauri precedenti (soprattutto il riquadro con la biga e le factiones) ma in questo caso furono completamente smontate dai supporti, rimuovendo lo strato di resina che le teneva incollate. Vennero effettuate numerose operazioni, tra cui il rafforzamento del supporto di lavagna e una pulitura delle superfici, così come alcune integrazioni delle porzioni mancanti e stuccature degli interstizi.

Oggi è possibile osservare i due reperti nelle sale di Palazzo Massimo, ma pochi conoscono realmente la loro storia e il rocambolesco recupero che ne ha permesso il ritorno a casa. Rodolfo Siviero, particolarmente legato ad esse, possedeva già dal 1955 una copia parziale della tarsia con Hylas e le ninfe realizzata tra XVII e XVIII secolo, proveniente dalla collezione Barberini e forse composta con frammenti delle altre scene decorative andate distrutte in seguito alla demolizione della struttura di cui facevano parte. Il pezzo è attualmente inserito nella raccolta archeologica del Museo Regionale Casa Siviero.

 

 

Bibliografia consultata:

  • M. Martinelli, Cronaca di un restauro dimenticato: i pannelli in opus sectile dalla Basilica di Giunio Basso all’Opificio delle Pietre Dure, in OPD Restauro. Rivista dell’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze, 20 (2008), pp. 309-311.
  • R. Paris, Le tarsie di Giunio Basso, in M. R. Di Mino, M. Bertinetti (edd.), Archeologia a Roma. La materia e la tecnica nell’arte, Roma 1990, pp. 147-150.
  • R. Siviero, L’Arte e il Nazismo. Esodo e ritorno delle opere d’arte italiane 1938-1963, Firenze 1984.

 

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