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Copertina del fumetto

Si tratta della scena di un interrogatorio, ma al momento lei, la curatrice canadese Ila Gardner, è il solo essere animato presente. È un ricordo quello che segue, il momento di una partenza, lo sbuffo di un treno e un addio… prima di piombare di nuovo nella stanza buia, in cui fa il suo ingresso un ufficiale tedesco, Rolf Hauptmann. Non è una persona qualunque: è il Feldmaresciallo della Commissione Militare per l’Arte e il suo compito è quello di cercare opere d’arte per arricchire la Germania. Dal canto suo, Ila è una rivale: trascorre le sue giornate negli scantinati del Louvre a catalogare quali opere siano di classe A, B o C, apponendo bollini colorati a seconda della loro ipotetica importanza, imballandole e mettendole al sicuro proprio dalle azioni naziste.

«Guardavi sul retro di ogni opera, sulla base di ogni statua e potevi leggere, in questa specie di immobile codice Morse cromatico, quale fosse la sua storia passata e quale futuro era stato deciso per lei. Non è catalogare ma emettere sentenze. […] La questione non è se sia semplice o difficile. Io non voglio proprio dover fare simili distinzioni».

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Ila e Rolf sono rivali, eppure sono anche stati amanti, ma in un momento tanto tragico e difficile come quello della Seconda Guerra Mondiale non c’è spazio per nessun tipo di legame.

«Se possedessi qualcosa di valore, sparirei. Ma poi, ripensandoci, l’ho già fatto perché di certo, dopo tutto questo, non possiamo semplicemente andare avanti».

Le città si svuotano, intinte di grigio e di terrore, i musei diventano architetture nei quali echeggia una storia saccheggiata e i ricoveri – il Castello di Chambord e quello di Loc Dieu, Montauban e tantissimi altri luoghi – si trasformano in magazzini di opere senza più identità, coperte, racchiuse all’interno di scatoloni, accatastate. Solo l’arte, paradossalmente, sembra ancora unire i due personaggi, quella loro curiosità condotta dalla ricerca non solo delle opere più famose, ma anche di quelle minori, così come quell’osservazione dettagliata effettuata dai loro occhi esperti e infine, quell’incanto suscitato da un dipinto.

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«Una settimana dopo ho girato a sinistra di un De Chirico quando dovevo andare a destra e tu eri lì. Guardavi un quadro. Fermo lì a guardarlo per cinque minuti e due secondi».

La realtà dipinta dagli autori, i coniugi Kathryn e Stuart Immonen, è schematica, composta interamente d’ombra, in cui piccoli spiragli di luce riescono solo a definire i profili e i contorni. Sembra di trovarsi all’interno di un documentario, una macchina che effettua un salto indietro nel tempo, in un recente passato.

La storia narrata è un’opera di fantasia, ispirata ai fatti realmente accaduti, in cui i Monuments Men and Women lavoravano incessantemente per mettere al sicuro l’arte dall’ineluttabile saccheggio nazista.

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