Scavi archeologici all'estero. Alcune indicazioni operative di sicurezza

Il 22 febbraio 2017 un archeologo, il prof. Peter Breunig, e il suo collaboratore, Johannes Behringer, dell’Università Goethe di Francoforte furono rapiti mentre erano impegnati in attività di scavo presso un sito nel villaggio di Jenjela in Nigeria, che dista solo una trentina di chilometri dalla strada che porta da Abuja, la capitale del Paese, a Kaduna

Articolo Matano Art Security 3

I due studiosi, che collaboravano con la Commissione Nazionale nigeriana per i musei e i monumenti, furono prelevati da cinque uomini armati. Secondo le ricostruzioni delle autorità locali, durante il rapimento i sequestratori uccisero due cittadini nigeriani che erano intervenuti in aiuto dei tedeschi. Successivamente i rapitori chiesero per la liberazione degli ostaggi un riscatto di duecentomila dollari che le autorità nigeriane negarono di aver pagato, e gli ostaggi furono liberati dopo quattro giorni dalle forze di sicurezza nigeriane con un blitz.

L’Italia della Cultura e delle Università, sul piano formale, è un Paese molto impegnato nelle campagne archeologiche internazionali, e del resto i territori bagnati dal Mediterraneo posseggono una straordinaria varietà di siti di assoluto rilievo dal punto di vista culturale e scientifico. Nell’ambito di queste attività di ricerca capita spesso di ascoltare i resoconti di archeologi o di studenti che riferiscono le loro esperienze fuori dai nostri confini nazionali, in siti di scavo che spesso sono localizzati in territori isolati o posti in aree in ritardo di sviluppo. Tali iniziative, pur considerando l’alto valore culturale, non sono esenti da rischi per chi vi partecipa, pertanto deve essere anche opportunamente considerato l’operato e la presenza di collaboratori e studenti. È indubbia l’opportunità formativa delle attività di scavo archeologico e delle ricerche topografiche sul campo, una componente tangibile e indispensabile per quanti vogliano acquisire delle competenze metodologiche e tecniche per garantire il significato scientifico delle operazioni di ricerca. Tale considerazione giustifica l’impegno di molti atenei per poter offrire questa opportunità formativa anche ai propri studenti, che hanno così l’opportunità di poter affinare le proprie conoscenze anche nelle attività di scavo in ambito internazionale. Tra le attività fuori area rientrano anche i casi dei molti studenti che aderiscono ai programmi di formazione, collaborazione e scambio con le Università straniere.

I sostanziali dubbi da chiarire in questi casi vertono principalmente su due quesiti: la normativa per la salute e sicurezza italiana si applica anche all’estero? La norma riguarda anche collaboratori e studenti? La risposta è perentoria: sì!, ma prima di addentrarci nei temi della sicurezza, è opportuno riaffermare che le attività di scavo, oltre all’ovvio valore storico-culturale, configurano una reale opportunità economica per un indotto più ampio. Sono infatti in grado di promuovere e valorizzare lo specifico contesto socio-geografico, anche in aree in ritardo di sviluppo, migliorandone la capacità di attrarre visitatori e creando un indotto di flussi di cui la collettività residente può beneficiare con un significativo riflesso occupazionale.

Nel nostro Paese è noto e già ampiamente dibattuto l’obbligo di sicurezza nei confronti del lavoratore “italiano” che svolge attività fuori dai confini nazionali. In caso d’infortunio l’evento può comportare responsabilità sia per il datore di lavoro, che per le università è il Rettore (DM 363/98), sia per il suo delegato (soggetto individuato del Testo unico sulla sicurezza). Ne consegue che per le attività professionali all’estero il datore di lavoro italiano deve effettuare preventivamente un’analisi dei rischi, all’esito della quale predispone le idonee misure per tutelarne la salute e sicurezza, tenendo conto del noto principio della “massima sicurezza tecnologicamente possibile”.

Con l’emissione del Testo unico sulla sicurezza del 2008, in Italia la gestione dei rischi e l’applicazione dei principi della sicurezza sul lavoro (safety) è progredita significativamente anche in ambito universitario, tuttavia la prevenzione esige – coerentemente con il disposto normativo – di considerare e valutare anche i cosiddetti “rischi di security”. Per tale ambito sono noti tra gli addetti ai lavori due principi condizionanti: “non esiste il rischio zero”, ovvero non si potrà mai garantire che qualsivoglia attività sia completamente esente da rischi ma si potrà fare il possibile per mitigarli, e il brocardo latino: “ad impossibilia nemo tenetur”, espressione utilizzata per descrivere l’impossibilità ad adempiere ad obblighi che, pur agendo con ordinaria diligenza, non possono essere eseguiti. Coerentemente a questi principi si può affermare che la sicurezza in una campagna di scavo esige equilibrio organizzativo, ovvero di realizzare in fase di analisi organizzativa il giusto compromesso tra le occorrenze della ricerca e la tranquillità di ogni singolo operatore, a qualsiasi titolo, impegnato nell’attività di scavo.

È bene rammentare che l’articolo 2 del D.lgs. 81/08 considera lavoratori anche collaboratori e “gli allievi degli istituti di istruzione ed universitari e i partecipanti a corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, macchine, apparecchi ed attrezzature di lavoro in genere …”. Per l’ambito dello scavo archeologico la Circolare n.6-2016 della Direzione generale dell’area archeologica del Mibac ha poi ribadito quanto già affermato con la Circolare 94/2000 dell’Ucbaas, ovvero che le attività archeologiche debbano essere praticate solo da persone qualificate e specialmente abilitate o da studenti universitari in discipline archeologiche o affini. In via estremamente sintetica, questi riferimenti normativi applicabili alla materia s’innestano in quadro normativo di riferimento assai articolato. In fase di programmazione gli obblighi normativi da osservare per non incappare nelle sanzioni derivanti dalle responsabilità acquisite sono quelli statuiti dall’art. 40 del Codice Penale che considera il reato omissivo di non aver impedito l’evento; dall’art. 2087 del Codice Civile che dispone l’obbligo di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori; dagli articoli 17, 18, 28, 36 e 37 del Testo unico sulla sicurezza 81/08 che dispone l’obbligo di valutazione di tutti i rischi anche quelli particolari a cui sono esposte solo alcune categorie di lavoratori e gli obblighi di informazione e formazione per accrescere nei lavoratori la conoscenza e la consapevolezza di esposizione ai rischi. Poi vanno presi in considerazione i reati, indicati dal decreto legislativo 231/01 e commessi nell’interesse o a vantaggio di un Ente, ovvero le responsabilità in caso di sequestro di lavoratori (articoli 24-ter e 25-quater, quest’ultimo richiama l’art. 2 della Convenzione di New York del 1999); o in caso di omicidio o lesioni (25-septies).

L’articolo 4 comma 1 del Decreto Ministeriale n.363 del 1998 nel normare le “particolari esigenze delle Università” in tema di sicurezza dei luoghi di lavoro ha già chiarito che lo scavo archeologico è omologabile a un laboratorio universitario gestito da un Responsabile dell’attività di didattica e di ricerca: a tale figura equiparata a quella di Dirigente per la sicurezza spetta di organizzare e garantire la sicurezza del personale coinvolto in una campagna di scavi. Inoltre il Responsabile dovrà supportare il processo di valutazione di “tutti” i rischi relativi alle singole attività che verranno svolte per lo scavo. Tra gli eventi criminosi da esaminare, particolarmente per le campagne organizzate all’estero, ce n’è uno particolarmente esecrabile: il rapimento. La specificità del rischio rapimento necessita di un approccio distinto poiché i fattori che lo caratterizzano sono mutevoli e inattesi, ed è problematico circoscrivere un rischio che può manifestarsi con molteplici variabili e sfaccettature. Gli effetti di un rapimento possono costituire una seria minaccia per la vita umane e comunque sono in grado di originare nelle persone coinvolte stress negativo e reazioni emotive imprevedibili.

In fase di analisi, per supportare la valutazione del rischio connesso ad un contesto estero risulterà fondamentale per la sicurezza contribuire ad accrescere la consapevolezza di ogni singolo operatore coinvolto nella missione. Prima dell’inizio attività occorrerà adottare opportune misure di prevenzione, specifiche per quella particolare tipologia di attività. Per far ciò è necessario che l’analisi dei rischi condotta abbia considerato e valutato i seguenti cinque parametri di base: 1. Fattori ambientali: devono essere valutati la presenza elementi ambientali pericolosi per l’integrità fisica e la salute (ad esempio condizioni meteo-climatiche, fenomeni naturali e calamitosi, malattie endemiche e condizioni igienico-sanitarie). 2. Peculiarità culturali-religiose: vanno esaminati i fenomeni antropologici specifici (religiosi, usi e costumi) che possono delineare contesti sociopolitici dissimili da quelli dell’area di provenienza. 3. Specifiche politico-economiche: correlate alla situazione politica, alla stabilità del Paese, al quadro normativo vigente, alla condizione dell’economia locale e alle sue eventuali ricadute sul tessuto sociale. 4. Dinamiche criminose-eversive: deve darsi la giusta evidenza alle azioni attribuibili ad organizzazioni dedite al crimine e/o all’eversione e ai fenomeni peculiari di delinquenza. 5. Elementi Logistici: va esaminata nel dettaglio l’organizzazione dell’attività lavorativa nell’area geografica di destinazione. La definizione accurata delle caratteristiche dei parametri citati consente alle componenti datoriali interessate al processo decisionale di acquisire elementi di capacità predittiva degli eventuali scenari di pericolo e/o minacce nell’area di destinazione della missione.

All’analisi del rischio deve far seguito un’azione d’informazione sulla missione, da integrarsi con la formazione obbligatoria specifica: queste azioni costituiscono le azioni fondamentali di prevenzione. Onere del Responsabile dello scavo sarà di verificare tali adempimenti: tutto il personale coinvolto deve avere piena conoscenza dei rischi connessi all’area di destinazione e delle correlate responsabilità in caso di inosservanza delle norme di tutela per la sicurezza e per la salute. Inoltre dovrà verificare che siano state osservare tutte le eventuali indicazioni preventive di tutela della salute fornite per l’ambito sanitario dal medico competente e che le competenti funzioni organizzative – Servizio di prevenzione e protezione – abbiano predisposto delle procedure ad hoc per la gestione dei rischi, per la gestione delle emergenze e delle crisi e che di tali procedure ne sia stata data dettagliata informazione. Passando alla fase esecutiva, dopo aver verificato le indicazioni contenuta nella scheda Paese di destinazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale “ViaggiareSicuri” e verificato che la missione all’estero ne sia stata data comunicazione al MAE, oppure che sia stata registrata sul sito del MAE “dove siamo nel mondo”, il Responsabile può mettere in azione azioni supplementari di tutela attingendo tecnica dalle note buone pratiche o dalle indicazioni internazionali di riferimento, ad esempio, verificando che gli alloggi utilizzati nel corso della campagna abbiano i requisiti necessari a garantire la sicurezza del personale in missione, o che gli eventuali autisti, “fixer” e “producer” locali abbiano requisiti necessari a garantire la sicurezza.

È importante evidenziare che nel corso della missione tutte le variazioni dell’attività pianificata andranno preventivamente comunicate e approvate dalla propria linea gerarchica competente per la sicurezza. Alcune delle buone pratiche prevedono che nell’equipaggiamento del personale in partenza debbano essere presenti, oltre ai dispositivi di protezione assegnati d’ufficio, anche un braccialetto o una targhetta in cui sia indicato il gruppo sanguigno, eventuali terapie in corso e/o allergie; una lista cartacea di numeri telefonici, evidenziando con una nota accanto a quelli che devono essere allertati in caso di emergenza; una fotocopia del documento d’identità; un dispositivo di segnalazione di emergenza da utilizzare per attirare l’attenzione e dare l’allarme, ad esempio un fischietto. Tra le misure che il Responsabile dello scavo dovrebbe predisporre per tutelare l’integrità psico-fisica del suo team un ruolo fondamentale lo svolge l’informazione continua: il Responsabile dello scavo deve infatti essere sempre informato, attività che può esercitare anche autonomamente attraverso lo screening dei media locali. Nella catena della sicurezza sarà poi suo dovere provvedere ad aggiornare costantemente il team (briefing) sull’evoluzione dello scenario. In caso di evoluzione negativa dello scenario dovrà far adottare dal team i dispositivi di protezione idonei al livello di rischio rilevato.

Sarebbe importante anche evidenziare a tutto il personale in partenza il paradigma consolidato: “Si è ancora più in pericolo quando non è noto a nessuno il posto in cui ci si trova e cosa si stia facendo”. Tra le misure attuabili un ruolo importante per la gestione delle crisi la potrebbe assolvere la definizione di una figura terza, il cosiddetto “Punto di contatto garantito” (PCG), ovvero una persona di riferimento che dall’Italia ha il compito di monitorare la missione e quotidianamente o a intervalli prestabiliti contattare il team all’estero per verificare e aggiornare il report sull’andamento della missione. Il PCG dovrebbe essere in grado di avere informazioni sulla esatta posizione di ogni componente del team e di supportare gli eventuali interventi di supporto qualificato. Prima della partenza è buona pratica condivisa stabilire, tra il PCG e il team in missione, un “vocabolario di emergenza” che potrebbe essere utilizzato per segnalare l’eventuale impossibilità di libera comunicazione e/o necessità di attivazione di soccorsi qualificati. Un’ulteriore buona pratica è quella di consegnare al PCG, prima della partenza, la “Supply box far emergency” (SBE). Si tratta, in questi ambiti, di una busta contenente tutte le informazioni utili per un adeguato soccorso o supporto del personale in missione: nomi e riferimenti telefonici delle persone da contattare in caso di emergenza ai quali chiedere informazioni e fare avere notizie; nomi e numeri di telefono dei contatti previsti in loco e utilizzati per preparare e supportare le attività; piano dell’attività da svolgere; agenda di eventuali incontri pianificati e finalità, luoghi di destinazione e percorsi previsti; eventuali mezzi di trasporto noleggiati; eventuali necessità di medicinali per patologie dei quali si è comunque provveduto a portare con sé scorta adeguata; ogni altra informazione ritenuta utile in caso di emergenza. Ai fini di un’adeguata di tutela della riservatezza dei dati contenuti la SBE dovrebbe essere consegnata sigillata, e disigillata solo in caso di necessità o emergenza da funzione aziendale preposta alla gestione delle crisi. Al rientro dalla missione la busta dovrebbe essere riconsegnata all’operatore interessato.

Tra i piani da predisporre si dovrebbe anche preventivamente considerare l’adozione di un sistema di controllo dei rinvenimenti dello scavo al fine di evitare la sottrazione illecita di elementi del patrimonio archeologico: un particolare rinvenimento è una notizia in grado di attrarre l’attenzione dei curiosi ma anche di delinquenti. Nel caso in cui fosse poi necessario abbondonare il sito urgentemente per ragioni di sicurezza, le procedure da adottare – laddove il tempo a disposizione lo consentisse – dovrebbero essere mirate ad evitare di lasciare esposte evidenze archeologiche: la procedura da adoperare dovrebbe considerare l’esecuzione di un’azione d’interramento rapido delle aree di scavo ma evitando di compromettere la successiva fruizione dello scavo e la leggibilità scientificità del contesto stratigrafico.

 

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