Il finto guerriero e gli affreschi di via Genova: storia di un frammento alterato, individuato e restituito

Nel 1933, in occasione della costruzione della caserma dei Vigili del Fuoco in via Genova a Roma, immediatamente alle spalle del rettifilo di via Nazionale, si rinvennero alcuni ambienti appartenenti a strutture private, uno dei quali a pianta rettangolare, con copertura a crociera sorretta da pilastri angolari e dalle pareti affrescate

Il momento dello scavo, e quindi della scoperta, coincise anche con quello del distacco della magnifica decorazione pittorica, ridotta in più di 100 pannelli trasportati all’Antiquarium Comunale del Celio dove rimasero in deposito fino al riordino di quest’ultimo avvenuto tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in occasione del quale vennero poi restaurati. Fu possibile recuperare quasi totalmente l’integrità delle tre pareti, mentre non accadde la stessa cosa per la quarta, che doveva prevedere la porta d’accesso all’ambiente, eccessivamente frammentaria e i cui resti apparivano insufficienti per una ricostruzione.

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I pannelli affrescati, oggetto del ritrovamento, presentano uno sfondo bianco sul quale si dispiega una decorazione architettonica che rimanda al IV stile, composta da pannelli prospettici contornati da ghirlande, candelieri vegetali e volatili, impreziositi centralmente da quadretti paesistici con vedute generiche e tempietti. I riquadri centrali prevedono il posizionamento di due pavoni laterali, con le code spiegate nella ruota, tra i quali sono raffigurate girali vegetali. Come notato dalla Cima Di Puolo, alcune assonanze si possono riscontrare con gli ambienti secondari della Domus Aurea, che ispirarono probabilmente le committenze di via Genova.

È importante però notare come in questa decorazione pittorica sia completamente assente la figura umana, mentre si sviluppa il motivo vegetale e di genere. Si tratta di un particolare da tenere presente, soprattutto nell’ambito di una storia che ebbe come protagonista proprio uno dei frammenti affrescati.

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Intorno agli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso, uno dei frammenti venne rubato dall’Antiquarium Comunale. Se ne persero le tracce finché, durante una mostra che si svolse alla Royal Academy di Londra, non fu presentato un particolare affresco frammentario, osservato da un famoso archeologo inglese, R. J. Ling.

Si trattava del cosiddetto “pannello dell’eroe mitologico di Tivoli” della collezione Ortiz che prevedeva la raffigurazione di un giovane uomo in torsione, con lo sguardo rivolto verso sinistra, un mantello azzurro avvolto intorno alle spalle e una corazza; nella mano destra (sinistra per l’osservatore) teneva infine un bastone dalla cima bifida, configurandosi come un probabile guerriero o un eroe mitologico. Sulla destra era invece raffigurato parte di un candelabro vegetale.

Lo studioso aveva già avuto modo di conoscere il frammento in passato tramite una fotografia in bianco e nero, maturando l’impressione che i motivi fossero simili a quella della domus dei Vettii di Pompei, riconducendo il reperto agli anni 60-70 d.C. Eppure la parte destra e quella sinistra apparivano sproporzionate tra loro, in modo particolare il candelabro vegetale che si presentava eccessivamente grande rispetto al busto maschile e troppo vicino ad esso.

Agli occhi di R. J. Ling, già dubbioso, la rappresentazione dell’uomo apparve immediatamente come una alterazione risalente al XVIII o XIX secolo. Correva l’anno 1994 e l’archeologo espresse, in una lettera datata 28 giugno e indirizzata al collezionista, il suo pensiero in merito:

«Riguardo la pittura murale, mi interessò particolarmente il numero 228 del Catalogo, perché sembra trattarsi di un pezzo di intonaco Romano, con un antico margine floreale affrescato, ma con una figura dipinta sulla sinistra che è un’aggiunta moderna, presumibilmente del XVIII o XIX secolo».

Ortiz si dimostrò subito collaborativo. Fu così che Ling poté sottoporre l’affresco ad alcune analisi scientifiche. Si procedette con il prelievo di un microframmento pittorico esaminato al microscopio per comprendere quali pigmenti fossero antichi o meno; in un secondo momento, si decise di applicare la spettroscopia infrarossi e Raman. Soltanto la porzione destra risultò realizzata con pigmenti antichi e perciò originale, mentre la sinistra apparve chiaramente come un falso. L’ipotesi di Ling si era però rivelata esatta solo in parte, in quanto l’aggiunta del personaggio umano venne eseguita sicuramente dopo il 1940, presumibilmente in occasione del furto – registrato tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso – per mascherarlo e inserirlo sul mercato d’arte internazionale.

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Ortiz aveva anche interpellato Alix Barbet, invitandola ad esaminare l’insieme delle pitture romane appartenenti alla sua collezione per essere sicuro che non avessero subito danneggiamenti durante il trasporto per una mostra. Fu in tale occasione che la studiosa ebbe modo di analizzare l’affresco in questione che si credeva provenisse da Tivoli. I risultati scientifici avevano però escluso dalla decorazione originaria il busto umano. Il frammento pittorico era perciò composto unicamente da uno sfondo bianco e dalla porzione di candelabro vegetale. Nella mente di Alix Barbet si fece avanti un’intuizione che si rivelò poi corretta: l’archeologa conosceva le pitture di via Genova, risalenti alla metà del I secolo d.C., e aveva notato perfettamente quello sfondo bianco con l’esclusiva decorazione vegetale che, per stile, ricordava molto il frammento Ortiz. D’un tratto, quel pensiero divenne una certezza.

La studiosa impacchettò accuratamente il frammento e lo spedì alla sede del Comando dei Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela per il Patrimonio Artistico, coinvolgendo anche la dott.ssa Carla Salvetti, all’epoca archeologa presso l’Antiquarium Comunale del Celio.

Dopo un esame del prezioso frammento, la convinzione della Barbet venne confermata e la vicenda si concluse felicemente con la restituzione del reperto all’Antiquarium: l’affresco apparteneva davvero all’insieme parietale di via Genova.

L’alterazione dell’opera non era stata abbastanza efficace agli occhi di un archeologo esperto come Ling e l’applicazione delle più moderne tecnologie scientifiche aveva solamente confermato e perfezionato una brillante intuizione. Il riconoscimento iconografico e la profonda conoscenza archeologica di Alix Barbet avevano completato il tutto permettendo la restituzione di un reperto trafugato e immesso illecitamente sul mercato.

Si ringrazia la prof.ssa Carla Salvetti per il racconto dell’appassionante vicenda in cui fu coinvolta in prima persona e per il materiale cortesemente fornitomi.

 

Bibliografia

A. Barbet, C. Coupry, A. Lautie, Apport de la spectrometrie Raman a la caracterisation de peintures murales, in H. Béarat, M. Fuchs, M. Maggetti, D. Pannier (edd.), Roman Wall Painting. Materials, Techniques, Analysis and Conservation, Proceedings of the International Workshop, Fribourg 7-9 March 1996, Fribourg 1997, pp. 257-268.

M. Cima Di Puolo, Affreschi da via Genova, in Bollettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, 95 (1993), pp. 263-268.

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