Accanto ad essa l’opinione pubblica si è indignata in seguito alla distruzione di siti archeologici e monumenti che non incarnano solo l’identità culturale del Paese, ma il patrimonio culturale dell’umanità tutta.

Abbiamo assistito alla devastazione dei piccoli siti bizantini che costellavano il territorio siriano, passata quasi completamente sotto silenzio da parte dei media, la cui entità non siamo in grado di valutare. Forse possiamo solo incrociare le dita e (fingere di) sperare che qualche “antico sasso” sia ancora in grado di raccontarci qualcosa.

Abbiamo visto, con occhi che guardavano increduli a distanza di migliaia di chilometri, la distruzione di Palmira, azione divenuta emblema di brutalità, tracotanza e odio.

Ma forse il momento iniziale di questa devastazione è da ravvisare proprio 5 anni fa, quando, il 24 aprile del 2013, i bombardamenti distrussero quasi completamente il suq coperto di Aleppo (datato al 1300) e gran parte della moschea degli Omayyadi (XI-XIII sec.).

Da un paio di mesi a questa parte è stato messo in atto un progetto di ricostruzione della città di Aleppo da parte di un team italiano. 

 

Aleppo

 

Segnaliamo l’articolo pubblicato da La Stampa lo scorso 22 febbraio e corredato di un video il cui testo, scritto da Domenico Quirico, è letto da Filippo Femia.

 

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